lunedì 18 gennaio 2010

Abbracci caserecci

Questi biscotti sono dovuti a quella che, in buona lingua dell'Urbe, si suol definire rosicata.
La quale rosicata ha quale origine un appetitoso post, segnalatomi con garbo dall'amato bene, in cui Dottor P, atipico ingegnere che sa cucinare, ha descritto con dovizia di particolari la preparazione delle castagnole.
E considerando ciò che esce dalle di lui manine sante, si può scommettere sul fatto che erano tali da mandare in delirio le papille gustative del ghiottone più esigente.
Perché anziché rosicare non ti sei messa all'opera per farle a tua volta?, chiederanno i saggi lettori.
Perché in casa mia i fritti sono banditi, ecco il perché. Il mio appartamentino da puffo è infatti caratterizzato da amena struttura a budello: ne consegue che, se ci si azzarda a impiegare la padella, lo scotto è che per i tre mesi successivi si ha la sensazione di nuotare in un fusto di olio esausto.
Onde lenire la fame lupigna che mi era venuta a leggere, un dolce era necessario. Per il problema suesposto mi son dovuta limitare all'impiego del forno, con risultato non malvagio devo dire, ma è ovvio che le castagnole sono ben altra cosa. Chi pertanto non ha l'handicap dell'appartamento puffesco e mal areato veleggi sul post di Dottor P, chi come la sottoscritta si deve contentare prosegua pure. Scoprirà che, se non altro, preparerà un'ottima merenda in poco tempo e con poca fatica.

Ingredienti:
250 grammi di farina
120 grammi di zucchero
100 grammi di burro
due uova
due cucchiai di punch casalingo (il migliore per aroma, ma potete supplire con del rum da cucina)
un terzo di bustina di lievito (ovvero 5 grammi, un cucchiaino da tè colmo)
due cucchiai di cacao in polvere

Preparazione:
mettete subito a scaldare il forno a 200°, tanto per fare i biscotti ci vuole un quarto d'ora scarso e vi portate avanti con il lavoro. Impastate con gagliardìa ma non a lungo gli ingredienti tranne il cacao, dividete in due la risultante palla di pasta e da una delle metà ricavate delle mezze ciambellette che metterete sulla placca già foderata di carta forno. Aggiungete quindi il cacao all'altra metà della pasta, fate incorporare bene manipolando con vigore e sempre non troppo a lungo e ricavatene man mano delle mezze ciambelle che porrete accanto a quelle già sulla placca, saldando le estremità chiare e scure con una lieve pressione delle dita (sottolineo lieve ad uso degli ingegneri e dei maschi in genere che mi leggono).
Mettete quindi la placca in forno e andatevene altrove a farvi per un mezzoretta i fatti vostri, deprecando il fatto che Dottor P sia millemila miglia lontano (il che non è proprio esatto, ma se non si esagera la lamentazione di Geremia che lamentazione di Geremia è) e quindi non si possa andare a mendicare castagnole e altre prelibatezze presso la di lui casa. Dopo la succitata mezzoretta vi arriverà alle narici un profumino assai gradevole che almeno in parte lenirà l'umor nero: andate in cucina a controllare la situazione. Constaterete che i biscotti son belli rigonfi e che la parte chiara ha assunto un bel colorino dorato: spegnete il forno (non senza aver prima acchiappato un biscottino per mangiarlo onde constatare la riuscita) e lasciate biscottare per un altro quarticello d'ora.
Infine cacciate fuori la teglia, con abile mossa fate scivolare i biscotti dalla stessa nella vostra ciotola preferita, prendete un bel tazzone di latte e procedete a godervi una merenda come dio comanda.
Se poi il compagno di casa e di vita fa capolino dopo un tot attirato dal profumo e vi lancia strali e occhiatacce perché vi siete finiti tutti i biscotti senza lasciargli manco una briciolina, rispondete che gli sta bene.
Così impara, a segnalarvi le ricette di cose fritte di Dottor P.

giovedì 14 gennaio 2010

Tutto vapore, niente sostanza: Steamboy di Katsuhiro Otomo

Avete letto Il gattopardo?
No?
Male.
Male ma comprensibile. E' considerato un'opera datata, di quelle buone solo a torturare gli studenti della scuola dell'obbligo. Peccato che ancora oggi di cose sull'italiana società e sul suo funzionamento ne insegni parecchie, per cui tanto datato non è. Ma questo fra parentesi.
Io l'ho letto da piccina, e mi è rimasto impresso per più motivi. Mi è tornato in mente l'altra sera, quando per lenire l'ansia dell'attesa di una telefonata da parte di Tania ho ben pensato di vedere Steamboy di Katsuhiro Otomo.
Otomo, per chi non lo sapesse, è considerato uno dei principali autori del fumetto giapponese e del genere steampunk (in sintesi, quel tipo di fantascienza in cui in un determinato periodo storico vi è ampio impiego di tecnologie che con quel periodo hanno poco a che fare) e il suo Akira, sia in versione manga che in quella anime, un vero e proprio caposaldo del settore. Io non sono un'esperta della sua opera, e Akira l'ho visto anni fa con un occhio chiuso e l'altro balengo - mi venne proposto da vivace amico alle tre del mattino, orario in cui io ho il quoziente intellettivo di un toporagno che si sia preso una mattonata in mezzo alla fronte -, pertanto ne ho memoria invero scarsa. Però in più di un'occasione mi è stata fatta la proverbiale capa tanto sull'imprescindibilità sua e di qualunque suo prodotto, per cui mi sono approcciata a Steamboy con diverse aspettative.
Mi son bastati i primi minuti per scoprire che erano malriposte.
Intendiamoci: visivamente è molto bello. Vi si mostra un impiego rutilante di tecnologie basate sul vapore che fanno la gioia di qualunque ingegnere meccanico. Alcune sequenze lasciano a bocca aperta, anche se l'impiego del CGI in più punti si sposa assai male con l'animazione e lo scrolling parallattico deve averlo curato un soggetto colpito da delirium tremens. Ma l'animazione è decisamente il suo punto di forza.
Il problema è che latita qualunque altra cosa.
Riassumo brevemente la trama: la storia è ambientata in un'Inghilterra vittoriana alquanto alternativa. Protagonista principale è Ray Steam, un ragazzetto che si ritrova in possesso di potentissimo congegno studiato dal babbo e dal nonno prodigiosi inventori, e viene coinvolto in un intrigo internazionale in cui potenti assortiti delle più diverse nazioni vogliono mettere le mani sul marchingegno per farne impiego a scopi bellici. Tanto per gradire si piazza nell'ambaradàm anche un personaggio realmente esistito, Robert Stephenson, e uno femminile che è ça va sans dire coetaneo del protagonista e si distingue per avere il carattere da bimbaminkia viziata della sua omonima Scarlett O'Hara. E in tutto ciò non manca un sapido bignamino di cliché freudiani, con il babbo, il nonno e il ragazzetto l'un contro l'altro armati.
In sintesi, la sagra del già visto.
A ciò si aggiunge che il character design fa pena, cosa ancora più evidente in paragone all'incredibile bellezza delle macchine (clamorosa la Torre Steam, vero e proprio monumento di tecnologia), che nessun personaggio ha uno sviluppo personale qualsivoglia, e che il finale per banalità e scontatezza fa cadere le braccia. Sul doppiaggio italiano stendo un velo pietoso, ma va detto che almeno in questo caso non può fare più che un tot di danni.
Non rivelo altro, putacaso a qualcuno venisse voglia di vedere Steamboy.
La critica statunitense, va detto, ha un'opinione migliore della mia. Da più d'uno è stato sottolineato il fatto che è un film d'azione di notevole impatto, e che il rapporto fra le tre generazioni della famiglia Steam è complesso, sfaccettato e ricco di sottintesi. Personalmente codesta complessità non l'ho rilevata (può trovare spunti di interesse solo qualcuno che sia del tutto a digiuno di psicoanalisi spicciola, pertanto di età presumibilmente sui cinque anni), e quanto all'impatto in qualità di film d'azione, l'unico riconoscibile e ripetuto a iosa è quello dei più assortiti marchingegni e armi che piombano per ogni dove facendo più casino possibile. Ma visto che gli americani son stati nutriti negli ultimi trent'anni con i cosiddetti high concept movies, la cui trama si può più o meno riassumere su un post it, non mi stupisce l'abbiano trovato soddisfacente.
Forse mi chiederete: in tutto ciò, cosa c'entra quell'ameno romanzo di Tomasi di Lampedusa?
C'entra.
C'entra in particolare quel brano in cui il principe Fabrizio medita sullo stato del Regno, e sul Re in particolare, mentre il cane Bendicò gli devasta allegramente il giardino. Il Re attuale è un seminarista in divisa da generale, e pure quello precedente non è che valesse granché. Mio cognato, riflette il principe, ribatterebbe che al di là di chi la rappresenta, l'idea monarchica rimane quella che è. E osserva al proposito: "Vero anche questo; ma i Re che incarnano un'idea non devono, non possono scendere, per generazioni, al disotto di un certo livello; se no, caro cognato, anche l'idea ci patisce".
Mi sembra si attagli parecchio a quanto detto sopra.
La mancanza di sostanza non è caratteristica solo di Steamboy, ma mi sembra che il film di Otomo sia degno rappresentante del fenomeno. Quale che sia la confezione, il contenuto è zero.
Il che è lecito, per carità.
Ma se il risultato è immancabilmente la perdita secca di due ore in media in cui uno avrebbe potuto dedicarsi ad altro ed è rimasto davanti allo schermo nella speranza di un guizzo, uno qualsiasi, che giustificasse l'impiego di quelle due ore, non so voi, ma io comincio a irritarmi.
E' tendenza comune, non solo nel campo dell'animazione o cinematografico tour court. Nell'ambito in cui lavoro, ma qualunque altro può fornire argomenti al riguardo, la fuffa impera in vivace veste grafica, servendo contenuti strabolliti ripresi pari pari dalle agenzie di stampa. E io stessa mi trovo più volte a discutere con i colleghi sul fatto che quegli inutili orpelli chiamati testi forse un loro rilievo lo hanno.
Il risultato è che sempre più qualunque cosa, che si tratti di stampa, di cinema, di cucina, fosse anche di coltivazione delle ortiche, sempre più ha spessore e consistenza pari a zero. Col risultato che non solo ci patisce l'idea che detti argomenti incarnano, qualsiasi essa sia, ma anche le idee di chi legge quell'articolo o quel libro, vede quel film o mangia quella pietanza, eccetera.
Qualcuno mi dirà che l'idea, nonché la sua rilevanza, è roba vecchia. Puzza di anni Settanta, con annessi e connessi.
Ne convengo.
Ma non per questo va buttata tout court nel rusco. Perché l'idea, o concetto che dir si voglia, è importante quanto la forma. Se la si trascura, va a finire che il risultato è noia.
E a nessuno, credo, piace annoiarsi.
Come che sia sono lieta, veramente lieta di aver visto Steamboy a costo zero.
Perché se putacaso, seguendo i consigli dei rompiballe che tutto sanno, avessi comperato il DVD (ora disponibile in preziosa confezione Deluxe con disco di contenuti speciali e amenità varie a prezzo, ovviamente, di favore), sarei andata a caccia di Katsuhiro Otomo armata del vecchio, caro, analogicissimo e totalmente anti-steampunk spingardino caricato a sale di zio Paperone.
E credo gli sarebbe piaciuto quanto a me è piaciuto il suo film.

martedì 12 gennaio 2010

'Mbepatielle (pepatelli)

Oggi è una giornata particolare.
Il motivo non lo dico, ma sto pregando come so, e tengo tutte le dita incrociate, anche quelle dei piedi.
In attesa di avere una telefonata o un sms, posto la ricetta dei pepatelli, o 'mbepatielle come si dice da me. Sono fra i dolci più semplici e più buoni della cucina sannita, nonché cavallo di battaglia del ricettario familiare. E sono a base di miele, che secondo gli antichi romani portava fortuna e felicità. Pertanto, facciamo conto che pubblicarne la ricetta sia un rito propiziatorio. Dedicato con grande affetto alla mia amica Tania, e a tutti i suoi cari.

Ingredienti:
mezzo chilo di farina
mezzo chilo di miele millefiori del tipo compatto (e prendetelo buono, non le fetecchie industriali che si trovano al supermercato)
mezzo cucchiaino di bicarbonato
un cucchiaino di cannella

Preparazione:
per prima cosa, setacciate pian piano la farina con apposito strumento (io ne ho uno piccino bellissimo che ho preso alla fiera del mio paesello: se non lo avete impiegate un colino a trama fitta, anche se non è proprio lo stesso) facendola cadere in una ciotola capiente a sufficienza. Potete anche non setacciare, ma se lo fate secondo me i biscotti vi vengono meglio. Nel mentre provvedete pure ad aggiungere la cannella macinata e il bicarbonato e infine mescolate con lentezza e attenzione, pena una nevicata che imbiancherà il pavimento della vostra cucina.
Mettete quindi il barattolo del miele a scaldare a bagnomaria in un pentolino, attendete che il miele si sia sciolto del tutto, quindi afferrate il barattolo con una mappina bella spessa (è infatti opportuno evitare scene alla Fantozzi con ululato "Tremila gradi Fahrenheit!" e conseguente precipitare del barattolo sul pavimento, a far compagnia alla farina che già vi è caduta) e poco alla volta incorporate agli altri ingredienti mescolando con un cucchiaio di legno. Per inciso, ho visto vecchierelle che lo fanno a mano, ma loro hanno palmi che dopo decenni di duro lavoro casalingo e contadino rivaleggiano con quelli di un manovale, pertanto per noi comuni mortali è opportuno evitare siffatte manifestazioni di masochismo.
Ricoprite una teglia di carta da forno (va benissimo anche la placca, per coloro che come me hanno il forno formato Barbie) e con le mani inumidite formate dall'impasto dei filoncini spessi circa due centimetri e larghi quattro o cinque, quindi poneteli nella succitata teglia o placca a distanza non troppo ravvicinata, perché in cottura tendono a gonfiarsi. Mettete poi in forno già caldo a 200° e lasciateli cuocere per una mezz'oretta fino a quando non diventano dorati.
Dopo aver lasciato raffreddare i filoncini per qualche minuto, è arrivato il momento di procedere alla biscottatura.
Prendete ciascun filone, ponetelo su una superficie che si possa maltrattare (non fate come quella commare che si mise all'opera direttamente sul tavolo ritrovandoselo alla fine conciato come il ceppo di un macellaio) e con il coltello del pane tagliate dei biscotti dello spessore di un centimetro o poco più. La zia Lella, gran maestra di pepatelli, suggerisce di tagliarli tenendo il coltello un po' di sbieco perché l'effetto estetico ne guadagna, ma se temete per le vostre manine andate dritto per dritto: vengon buoni lo stesso. Nel mentre che affettate vi suggerisco di mettere da parte il cosidetto popò del filoncino, ovvero la parte iniziale e terminale, da sgranocchiare poi con calma: primo perché potete testare immediatamente sapore e consistenza dei pepatelli, secondo perché alla cuoca spetta questo e altro.
Rimettete quindi i pepatelli sulla placca o teglia sdraiandoli sul fianco e reinfilate nel forno spento ma ancora caldo, lasciandoli lì per una ventina abbondante di minuti.

Se il miele che avete impiegato è di quello buono, il sapore e il profumo saranno squisiti e daranno grande soddisfazione a voi e a chi vi è caro, purché sia voi che loro siate provvisti di dentature adeguate (il pepatello è infatti noto altresì con il nomignolo di "frantumadentiere" per la sua durezza da sasso). Se non lo sono, teneteli per qualche tempo in una scatola di latta per farli ammorbidire un po', oppure serviteli con un bicchierino di punch casalingo in modo che il commensale abbia bell'agio di pucciarli: la dentiera ne trarrà giovamento e, se il citato punch fa il suo effetto, anche l'umore.

venerdì 8 gennaio 2010

Carciofi e patate

Non so voi, ma io adoro i carciofi. Li mangerei tutti i giorni a pranzo, cena e colazione, e quando arriva la stagione per me è festa.
Adoro un pochino meno pulirli. Uno, perché nove volte su dieci va a finire che mi pungo, giacché sono distratta quanto un ingegnere. Due, perché nonostante abbondi di limone le mani mi diventano come quelle di uno spazzacamino. E terno tre, perché ci si mette una quaresima, e alla fine mi ritrovo con tonnellate di scarto che invadono l'assai scarso piano di lavoro della mia cucina.
Giacché però ne vale la pena, ogni tanto compero un tot di carciofi al mercato e mi metto all'opera con un'espressione facciale che, garantisce il mio amato bene, è lieta quanto quella del conte Ugolino alla prospettiva di mangiarsi qualche pezzetto di figlio.
Va da sé che pertanto, se qualche anima pia mi fa trovare la pappa pronta, son giuliva come un fringuello in una giornata di sole.
Se poi l'anima pia è la zia Lella, gran maestra in materia carciofesca, ancora di più.
La pietanza che propongo è uno dei suoi cavalli di battaglia, che la zia prepara apportando ogni volta sottili variazioni a seconda degli odori disponibili. Il risultato è sempre squisito. Per cui, se siete meno pigri e mugugnoni della sottoscritta, vi garantirete una cena coi controfiocchi.
Gli ingredienti sono per due o quattro persone, a seconda dell'appetito.

Ingredienti:
cinque bei carciofi (abbondate di uno, primo perché tanto chi mangerà gradisce di sicuro, secondo perché al paese mio e non solo il quattro porta sfiga)
tre belle patate
una grossa manciata di mollica di pane raffermo ma non troppo
un po' di capperi sotto sale, opportunamente sciacquati sotto l'acqua corrente
un filetto di peperone sott'olio
qualche fogliolina di mentuccia
olio d'oliva

Preparazione:
con santa pazienza mettetevi all'opera con i carciofi e puliteli. Se è la prima volta che vi ci date personalmente del tu, procedete come segue: tagliate i gambi e metteteli da parte, mozzate un bel pezzo della cima (e intendo un bel pezzo, in modo che dalla base del fiori restino tre dita scarse) e togliete le foglie dure fino a quando non farete alcuna fatica e anziché "sgnak!" sentirete, al momento di staccarle, un lieve "pop". Quindi con il coltello aprite appena la parte centrale del carciofo: se nell'interno vedete il cosiddetto fieno (in genere associato a foglioline minuscole di colore violetto o verdino che hanno la caratteristica di pungere come un cactus) provvedete a rimuoverlo ruotando con delicatezza la punta della lama. Nel mentre che operate tenete un limone tagliato a tiro e provvedete a strofinare con esso le vostre dita nonché i carciofi, così eviterete l'effetto spazzacamino per ambedue. In ultimo sbucciate i gambi - che non vanno buttati via, a meno che non siano proprio legnosi: sono infatti squisiti - e metteteli insieme ai fiori in una ciotola con acqua e spicchi di limone.
Intanto che i carciofi fanno il bagnetto preparate il ripieno: mescolate alla mollica ben tritata le foglioline di mentuccia e i capperi dissalati e aggiungete un filino d'olio se vedete che il composto è troppo asciutto. Quindi prendete un fiore alla volta, farcitelo per bene e con delicatezza in modo che non si spampani, e in cima mettete un pezzettino di peperone sott'olio per dare ulteriore sapore e una nota di colore.
In ultimo pelate le patate e tagliatele a spicchi non troppo spessi.
Prendete una teglia antiderente, spruzzate per bene il fondo di olio (potete anche foderarla con carta da forno per evitare di usarne a dismisura, ma se ciò giova al girovita va detto che il sapore ne risente), adagiatevi i carciofi ripieni, i gambi e le patate, andate nuovamente di olio e aggiungete pure un goccino d'acqua e sale quanto basta. Se per caso vi è avanzato un po' di ripieno spargetelo sulle patate, ché non fa un soldo di danno.
Se avete un coperchio (meglio ancora di vetro) che copra perfettamente la teglia, accendete il fornello a fuoco basso e fate stufare il tutto per un'oretta scarsa. Se non avete il coperchio, infilate la teglia in fondo già caldo a 150° e fate cuocere con tutto comodo.
Portate quindi la teglia in tavola così come è, o se volete fare le cose per benino mettete al centro di ciascun piatto un carciofo, fategli una bella coroncina di patate e servite.
Se poi avete ospiti, aggiungendo a lato una bella fetta di caciocavallo molisano stagionato (possibilmente del caseificio La Fonte Nuova, gioiellino del mio paese che, onde non essere tacciata di bieco campanilismo, specifico essere stato premiato in più di un'occasione per il miglior formaggio d'Italia) farete un piatto unico da leccarsi in baffi, renderete felicissimi i commensali e vi risparmierete la fatica di dover preparare ulteriori pietanze che non siano il dessert.

giovedì 7 gennaio 2010

Come eravamo, come siamo: Mussolini's Italy di R.J.B. Bosworth

Faccio una necessaria premessa: io di economia non capisco un beneamato zero.
Mi consola il fatto di essere in buona compagnia: i giornalisti italiani che si occupano della materia pare ne capiscano altrettanto.
Questo, quantomeno, a giudicare dai commenti al vetriolo con cui su Noise from Amerika, blog cui ho già fatto accenno altrove, si fanno a brani le articolesse sull'argomento che compaiono sui quotidiani dello Stivale.
Per chi non lo conoscesse, il blog succitato è curato da un gruppo di economisti italiani che hanno ben pensato di veleggiare altrove, e che a intervalli regolari infilzano le prodezze delle classi dirigenti nostrane. Lo fanno con maestria, con notevole sense of humour e con sufficiente chiarezza da rendere gli argomenti digeribili e comprensibili persino a chi, come me, non ne capisce un'acca.
Sicché leggo sempre con gran goduria i loro post, e ancor più i commenti ai suddetti, in cui spesse volte si scatena un tale ping pong di colpi di mortaio a cura dei partecipanti alla discussione che le malcapitate classi dirigenti si ritrovano alla fine con più buchi di un calzino dopo un trekking.
Di recente ho letto un commento in cui Michele Boldrin, uno dei padri fondatori del blog, suggeriva la lettura di Mussolini's Italy, saggio sul Ventennio di R.J.B. Bosworth.
Il nome mi era del tutto nuovo. Per cui sono andata a ravanare in Internet e ho scoperto che l'autore è un professore australiano che, oltre a insegnare in patria, ha una cattedra all'università di Reading, e ha pubblicato diversi libri sul Novecento italiano.
La nazionalità era un punto a favore: il Ventennio ancora oggi scatena in Italia in ambito accademico e non solo polemiche querule e farraginose in cui si prende di mira non la qualità del lavoro ma l'orientamento politico di chi ha prodotto il saggio o l'articolo di turno (e prendendo di mira l'orientamento politico, per inciso, quasi sempre ci si azzecca: la qual cosa è per me, che ho il livello di interesse per qualsivoglia schieramento politico pari a quello che può manifestare un gatto, sommamente irritante), per cui c'era la speranza che l'opinione di un autore nato a qualche miglio di distanza dal cosidetto Bel Paese non fosse biased.
Altro punto a favore era che a consigliare il libro fosse Boldrin. Il quale, per quel che ne posso capire io, è un signore di acuta intelligenza, delicato quanto un maglio nell'esprimere i suoi giudizi, e capace di squisite analisi letterarie. Pertanto, se dà consigli di lettura, per quanto mi riguarda è opportuno prendere nota.
Mussolini's Italy è uscito anche in italiano per la Mondadori. Visto che però sulle traduzioni proposte negli ultimi anni da questa casa editrice mi sono trovata spesse volte a tirare santioni da far concorrenza a un coltivatore diretto del Triveneto, ho preferito acquistarlo in inglese.
E' stata una lettura molto interessante. Per cui a chi non sa l'inglese consiglio comunque la traduzione, e pazienza per i santioni.
Non faccio un riassunto, ché con un testo di seicento pagine circa sarebbe cosa ben al di là delle mie povere forze, e men che meno provo a farne un'analisi. Non è il mio mestiere. E poi, perché rovinarvi la sorpresa.
Io, che sono una capra in storia quasi quanto in economia, di sorprese ne ho avute parecchie.
Per la prima volta sono riuscita a sistemare quel poco che sapevo in un contesto che avesse un filo logico. Questo perché il signor Bosworth, come tutti i benedetti studiosi di scuola anglosassone, spiega le cose con chiarezza adamantina.
Così ho potuto finalmente capire come dall'Italia liberale ma tutt'altro che libera che ha preceduto l'ascesa del pelato di Predappio si sia arrivati al Ventennio. Nonché come il succitato pelato abbia provato a fascistizzare la società, e del perché gli sia andata male nonostante le apparenze. E come mai, una volta caduto il fascismo, gli italiani si siano buttati tutto alle spalle fischiettando come se niente fosse.
La società pre-Ventennio, mostra il signor Bosworth dati alla mano, era caratterizzata da un clientelismo assai ben radicato: ovvero, non si poteva far nulla o ottenere nulla se non si era amici di, figli di, parenti di. Strumento principale per ottenere un lavoro o fare carriera, la raccomandazione. Le alte sfere dell'industria andavano a braccetto con la classe politica, giocando sottobanco, distribuendo denaro e favori e ottenendo la controparte. Gli uomini di potere si comportavano da ras nelle zone territoriali che governavano, con le autorità che chiudevano un occhio e spesso entrambi perché le ramificazioni clientelari favorivano anche loro, assicurando fra l'altro un capillare controllo del territorio.
Un vero orrore, converranno tutti, e di qualunque opinione politica siano.
Dopo la Grande Guerra tutta una serie di tensioni rimaste più o meno latenti scoppiano. Il che, per dirla in buona lingua, causa un gran casino.
E qui sale alla ribalta Benito Mussolini da Predappio, che dopo una serie di triccheballacche con ampio spargimento di sangue e un discreto numero di morti ammazzati, dà il via alla Rivoluzione Fascista.
Rivoluzione, mi insegna il vocabolario, vuol dire "mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello".
Pertanto uno si dovrebbe aspettare un cambiamento radicale rispetto alla zozzeria descritta poco sopra. Cambiamento che il fascismo proclama a destra e a manca.
Bosworth, sempre dati alla mano, descrive la società del Ventennio con minuzia certosina.
La descrizione si può egregiamente riassumere come segue: chiacchiere e camicia nera.
Perché non cambia un amato zero. Clientelismo, gestione della cosa pubblica come cosa propria da Milano alla Calabria e connivenza fra alte sfere economiche e politiche continuano esattamente come prima.
In certe occasioni, non cambiano nemmeno i nomi di chi è coinvolto. Tipo un alto papavero responsabile della disastrosa conduzione dell'esercito italiano nella Grande Guerra, che si ritrova amenamente in sella per tutto il Ventennio, e se per questo anche oltre. Ricchi premi e bacio accademico a chi sa dirmi chi è senza aver letto prima il libro.
Bosworth non prende parti. E, fra un documento e l'altro, contribuisce anche a sfatare un po' di miti. Ad esempio, il debellamento della malaria grazie alla bonifica delle paludi pontine. Peccato che la zanzara anofele abbia deciso di sloggiare solo nel Dopoguerra grazie al DDT gentilmente fornito dagli americani. Oppure la vulgata che nelle colonie gli italiani si siano comportati in maniera assai più umana rispetto a inglesi, francesi, tedeschi e quant'altro. Le tonnellate di armi chimiche con cui Etiopia e Libia sono state bombardate a tappeto e la presenza di campi di concentramento per la popolazione locale non danno esattamente questa impressione.
La parte più interessante del libro riguarda l'indefesso martellare del pelato di Predappio per fascistizzare l'italica società e creare l'uomo nuovo, il tutto con il contributo di un tot di cortigiani che tramite stampa e altri organi di informazione o intrattenimento gli davano manforte spesso con untuoso ossequio, di rado per autentico credo e assai più di frequente nel tentativo di far carriera (e anche qui, niente di nuovo sotto il sole). Il motivo del fallimento è già nelle premesse descritte sopra: dove conta il rapporto clientelare e la fitta rete di relazioni parentali, amicali o con personaggi di riferimento al comando, lo Stato - di qualunque natura esso sia - non può arrivare. Arriva al massimo in superficie, ma la sostanza non cambia.
Il che, per un motivo o per l'altro, non mi suona esattamente nuovo.
E forse spiega anche perché, arrivato il Dopoguerra, gli italiani si siano buttati il Ventennio dietro le spalle come se niente fosse, facendolo diventare di volta in volta occasione di schermaglia politica, di nostalgia appesantita da paccottiglie varie ramazzate senza un minimo di cognizione (i buontemponi che hanno per suoneria del cellulare "Faccetta nera" resterebbero di sale nello scoprire che il Duce detestava quella canzone: fosse mai che l'italico soldato figliasse con la bella abissina inquinando la razza) o di sfogo per dementi che di professione danno mazzate allo stadio e fuori.
Ci sono molte altre cose interessanti nel libro. Vi lascio il piacere di scoprirle da voi.
Io solo solo che, finita la lettura, ho chiuso il libro con una sensazione non esattamente gradevole.
Quella che la malaise della società italiana sia ben più vecchia del Ventennio, e che sia viva e vegeta.
Magari mi sbaglio.
Dimenticavo: buon anno.
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