sabato 10 ottobre 2009

Ar iu crézi?

Io guardo di rado la tivù. Non so se faccio bene o faccio male. Forse faccio bene, visto che mia madre, la quale si è da qualche mese procurata l'accrocco per vedere i programmi in digitale terrestre, sostiene che è passata dal lagnarsi di schifezze abominevoli disponibili su una ventina di canali al lagnarsi di schifezze abominevoli disponibili su un centinaio di canali.
Fanno eccezione, a suo dire, quelli stranieri. Ovvero France 2, con cui io mai mi son data del tu causa una conoscenza del transalpino meno che nulla, e BBC World, con cui talvolta mi diletto per testare il livello di comprensibilità del soave accento british, che a torto o ragione mi dà sempre l'idea che il parlante abbia appena trangugiato una cassetta di limoni.
Stasera, visto che non c'era niente, dopo un tot di impaziente zapping sono finita sul canale di Sua Maestà Britannica. E ci son rimasta perché, guarda un po', di parlava di Italia. No, non di quella faccenda recente in cui il presidente del consiglio ha dichiarato che farà vedere di che pasta è fatto, e nemmeno di quella meno recente in cui il citato presidente del consiglio è stato, come dire, collegato a imbarazzanti vicende che vedono fra le protagoniste alcune signore tanto belle quanto intelligenti.
Parlava di una faccenduola che sulla nostra stampa ha avuto la prima pagina lo spazio di un mattino, per poi essere accantonata a favore di altro. Ovvero, del respingimento alla base dei migranti che arrivano via mare.
Il solerte reporter della BBC, cassetta di limoni o meno, era quello che si suol definire un bravo professionista. Per il servizio si era documentato bene, ed è andato in giro fra Libia, Svizzera e Italia per parlare con immigrati, politici, forze dell'ordine, chi più ne ha più ne metta. Si è fatto un giro nelle celebri prigioni libiche, dove gli immigrati, suddivisi in base alla provenienza, non paiono passarsela un granché bene. E per chi è riuscito a scappare, il più grande terrore è tornarci. Dopo aver visto un po' di riprese, ne comprendo il motivo.
Giacché il nodo centrale della questione era la politica di respingimenti adottata dall'Italia, non poteva mancare un'intervista ai nostri rappresentanti. Nello specifico, l'onorevole Ignazio La Russa, ministro della difesa.
L'intervista è stata molto breve. Sarà che il giornalista ha commesso l'errore di riferirgli all'inizio che l'approccio italiano era stato definito nazista da alcuni.
Reazione dell'onorevole La Russa: "Ar iu crézi?". E a seguire la dichiarazione che, se si partiva da queste basi, l'intervista non avrebbe avuto luogo.
Non so cosa mi ha fatto più cadere le braccia, se l'accento o la successiva dichiarazione.
Forse non tutti sanno che le Camere ogni anno spendono un bel po' di soldini per far sì che chi ci rappresenta faccia i suoi bravi corsi di lingue straniere.
Soldini che, ovviamente, escono fuori dalle nostre tasche.
Per cui mi aspetto che l'onorevole La Russa o chi per lui, quando si trova davanti chicchessia della stampa estera non suoni come uno, per citare Francis Ford Coppola, che "talka lika Luigi". Perché noi italiani, che già siamo noti per un tasso di ignoranza dell'inglese tanto alto quanto malamente gestito (cosa che ben sa chiunque abbia un minimo di cognizione linguistica e si trovi a sopportare gli abominevoli doppiaggi di serie, film e quant'altro che ci vengono propinati), non ci facciamo questa gran figura.
E, visto che lo stipendio di chi ci rappresenta viene parimenti pagato con dindi che escono dalle nostre tasche, mi aspetto pure che il rappresentante di turno risponda a tono, e non con l'atteggiamento di un bambino che fa "ecco, e io non gioco più!" perché l'altro l'ha stizzito. Stai rappresentando l'Italia, signor ministro, non stai facendo a pallonate in cortile con gli amichetti del palazzo.
L'onorevole La Russa, alla fine, un paio di dichiarazioni le ha rilasciate, sostenendo che il respingimento in mare è in realtà assai più umano del dare un foglio di via a un immigrato clandestino che viene beccato sul territorio italiano: in questo modo, gli si risparmia una lunga permanenza in centri di accoglienza dove non verrebbe trattato adeguatamente.
L'opinione non era però condivisa dall'UNHCR (ovvero il commissariato ONU per i rifugiati), i cui rappresentanti il solerte giornalista della BBC non ha mancato di intervistare. E non era condivisa perché l'Italia, rispedendo tutti al mittente senza effettuare controlli, respinge sia chi emigra alla ricerca di un lavoro, sia coloro che sono in fuga da zone di guerra e pertanto hanno diritto a chiedere asilo politico.
In sintesi, fra immagini delle libiche galere e dichiarazioni ONU il governo italiano, ovvero tutti noi, ha fatto la figura di chi tenta pietosamente di nascondersi dietro a un dito.
Il tutto su un'emittente che viene vista quotidianamente da qualche milioncino di spettatori.
Voi direte: mica è il numero di spettatori che garantisce la qualità di un canale.
Avete perfettamente ragione.
Per cui vi cito i risultati della European Opinion Leaders Survey, ovvero quell'indagine focalizzata su ciò che pensano coloro che, per dirla in breve, fanno da opinion leader (inutile tradurre, visto che codesti termini sono da lunga pezza entrati nel comune vocabolario) nel Vecchio Continente, ovvero oltre 30.000 fra politici, imprenditori, accademici, giuristi e altre amene figure professionali: "BBC World is the most relevant, authoritative and impartial news channel, as well as the source most quoted among Europe’s most senior opinion leaders. The results also confirm that BBC World is the channel with the largest ‘regular’ viewership."
In sintesi: non solo viene considerato il canale di news più autorevole e imparziale, è anche il più citato e quello che può contare la più alta fidelizzazione.
Come fare una figuraccia in mondovisione.
Mi si dirà che ci sono cose peggiori. Qualcuno sosterrà che il mio atteggiamento è disfattista. Oppure che si sa, gli inglesi ce l'hanno con noi.
A me viene da pensare che i peggiori nemici degli italiani sono gli italiani stessi.
Mi sa che mi asterrò dalla televisione per un bel po'. Mi deprime.
Gente che conosco mi dirà che mi sta bene. Così imparo a guardare i canali stranieri. Sei italiana, mi diranno, informati con un telegiornale italiano.
Telegiornale italiano?
Magari di Minzolinho Zero Tituli?
Ar iu crézi?

mercoledì 7 ottobre 2009

Insalata di zucchine

Sono reduce da serata di puro delirio gastronomico.
Mauro è venuto a cena, e grazie a un filo di tempo in più del solito ho potuto finalmente preparargli un pasto come si confà.
Menù: linguine al pesto casalingo, polpette ai pomodorini di collina, finocchi al gratin, ostie con gelato.
Non ho fatto manco una fotografia, per cui di tutti codesti mangiari non posterò un bel nulla.
Non che mi spiaccia, visto che causa il succitato menù ho la sensazione di avere nello stomaco una riproduzione in scala 1:1 di Ayers Rock, e anche solo ripensarci mi dà un senso di agonia, figurarsi scriverne.
Vi propongo pertanto una pietanzina leggera, ma leggera leggera. Ideale anche per chi sta a dieta, ma al pensiero di affrontare il solito piatto di cucuzze lesse si sente lieto e vivace come, non so, uno che ha pensato "massì, facciamo una bella cena fra amici" e il mattino dopo alle sei e mezza si è trovato a darsi del tu con una Torre di Pisa di piatti sporchi.
Ovvero, quello che è successo a me stamane. Ma questo fra parentesi.

Ingredienti:
zucchine, quante ne garbano, possibilmente romanesche, piccole e prive di semi
olio in base al gusto e alle esigenze
sale

Preparazione:
lavate ben bene le zucchine, tagliatene via le estremità, e con un pelapatate affettatele nel senso della lunghezza il più sottili possibile. Quindi mettetele in un colapasta, salate e lasciatele lì una mezz'ora perché perdano l'acqua in eccesso.
Prendete una padella antiaderente munita di coperchio di vetro, scaldatela senza olio o grassi di sorta, e quando è bella rovente con santa pazienza metteteci man mano le strisce di cucuzza, facendole cuocere da una parte e dall'altra calcolando una trentina di secondi per lato e facendo attenzione che non si attacchino (vi aiuterà il fedele cucchiaio di legno).
Man mano che son pronte, mettetele in una scodella, e spruzzatele di olio. Quando avrete terminato le cucuzze aggiungete una puntina di odori graditi (a me piace l'origano, ma anche i semi di finocchiella ci stanno bene assai), date una bella mescolata, coprite con un piatto e lasciate raffreddare.
Sono ottime per accompagnare del semplice riso lesso condito con un filo d'olio e una punta di salsa di soya, del petto di pollo alla griglia o in padella, oppure un bel merluzzetto lessato in acqua addizionata con un po' di pepe e una fogliolina d'alloro.
Scommetto che sono ottime anche con l'Alka Selzer, combinazione che testerò stasera.
Così magari evito di sognarmi, come stanotte, che dovevo prendere la maturità scientifica visto che la mia laurea in lettere a fini lavorativi non serviva a niente.
Il che è vero anche nella realtà.
Ma questo, come sempre, fra parentesi.
Se rinasco, faccio l'idraulico.
Per intanto, vado a caccia di un po' di idraulico liquido. E speriamo che sciolga la replica 1:1 di Ayers Rock.

martedì 6 ottobre 2009

Sfigato ad ogni costo: Vasco Rossi vs. Radiohead

Conoscete i Radiohead?
Sì?
Buon per voi. Eccellente band. Certe volte eccede in lagna, ma ha fatto alcuni pezzi memorabili.
Non li conoscete?
Peggio per voi. Oppure no, dipende. Perché almeno non correte il rischio di uno choc anafilattico come è successo a me domenica.
Scenario, il supermercato vicino casa, dove in fretta e furia e completamente rimbambita dalla consueta sonnolenza del finesettimana ho fatto quel po' di spesa che occorreva.
Mentre ero alla cassa, fra le nebbie della cecagna si è fatta strada una melodia, trasmessa a educato volume dalla radio del discount stesso: bella musica, mi pareva mi fosse nota, ma non ne ero certa. Ho appizzato le orecchie. Toh, sembra Creep dei Radiohead, ma il ritmo me lo ricordavo diverso.
Poi è partito il cantato.
E lì mi sono svegliata.
Uno, perché la voce non era quella di Thom Yorke, bensì di qualcuno che sembrava aver pasteggiato da sempre a Blu Sgorgatutto.
Due, perché il testo era in italiano. Ed era una vera perla.
"Guarda che lo so/ che gli occhi che hai/ non sono sinceri/ sinceri mai/ già da quando ti svegli/ nanana/ tanto è lo stesso/ soffro anche spesso/ Ma sono qui/ amo dirtelo/ voglio restare insieme a te/ ad ogni costo/ ad ogni costo".
La cassiera, perplessa probabilmente causa il mio sguardo vetrificato, mi ha chiesto se ci fosse qualcosa che non andava.
Sì, c'era qualcosa che non andava. Vabbè che le radio dei discount proliferano di fondi di magazzino che tanto non ascolta nessuno, ma la cover di Creep in stile spaghetti-ballad, perdipiù cantata da uno che non verrebbe accettato manco nel coro della bocciofila, è davvero troppo anche per le radio dei discount. Che poi, mi son chiesta, ma chi è il demente che sceglie di fare una versione di Creep in lingua nostrana?
L'ho scoperto ieri.
Il demente è quel rocker di Zocca, provincia di Modena, che in Italia riempie stadi di pubblico adorante, e altrove al nominarlo causa sguardi basiti.
Lo avrei dovuto capire dal "nanana".
Non che io abbia nulla contro Vasco Rossi. C'è di gran lunga di peggio, altroché. Quando era giovine e sfoggiava lunghe chiome senza il bisogno di nascondere la chierica con il cappellino ha scritto un paio di autentici gioielli del pop-rock autarchico (delizioso il simil-reggae sbilenco di Vado al massimo in cui prendeva per i fondelli l'insopportabile Nantas Salvalaggio, "quel tale che scrive sul giornale"), e anche in anni più recenti ha proposto canzoni notevoli come Sally, che mostrano capacità compositive di autentico pregio nell'ambito della musica mainstream.
Proprio per questo considero tante delle sue canzoni più celebri delle occasioni sprecate se va bene, delle dimostrazioni di pigrizia furbesca se voglio pensare male (basti citare la terrificante Bollicine, che il mio collega Dario, con la sua perfetta sobrietà, mi suggerì di ascoltare dopo Sally come antidoto alla commozione).
E proprio per questo non gli perdono Ad ogni costo che, fra le cover che i cantanti dello Stivale ci hanno elargito, è appena un pelo più su della inarrivabile E chi se ne frega di Masini (per la quale spero sempre che i Metallica prima o poi affoghino in Arno lo straccianote gigliato, ma questo en passant).
Con ciò sono consapevole di essermi attirata le ire funeste dei fans del Blasco - pardon, il Komandante, come mi è stato detto vien chiamato adesso. I quali fans, a vedere i commenti che postano su Youtube a difesa del loro idolo per la temibile versione di Creep (si va da "Vasco è una fede" a "l'originale dei Radiohead non vale niente e in Italia non li conosce nessuno, devo ringraziare Vasco se qualcuno se li fila"), non sembrano particolarmente portati a mettere in discussione una scelta che, non solo a mio giudizio, discutibile lo è stata a dire poco. Sostengono anzi che la cover è uno splendido omaggio, una scelta coraggiosa, e che i Radiohead abbiano dato il loro consenso e si siano detti entusiasti del risultato.
Ora, a me risulta che il catalogo dei Radiohead e i suoi diritti li detenga la Emi, che se non sbaglio è pure la casa discografica di Vasco Rossi.
Pertanto, è molto probabile che Yorke e compagnia siano stati bellamente doppiati perché del loro consenso non c'era bisogno.
Consenso che dubito sarebbe arrivato se avessero potuto sentire un adattamento che musicalmente tramuta una composizione secca, tagliente e basata su quattro-accordi-quattro in una ipertrofica ballatona in stile REO Speedwagon (il tutto senza cambiare di un pelo l'arrangiamento: che dire, chapeau), e per quanto riguarda il testo trasforma un inno all'alienazione che vive chi è creep - traducibile più o meno con "sfigato" - nella solita, stracotta canzone d'amore all'italiana. Per fare un paragone basta fare una traduzione, seppur abborracciata, della prima strofa e del ritornello originali: "Mentre eri qui /non riuscivo a guardarti negli occhi/ sei uguale a un angelo/ la tua pelle mi commuove/Lieve come una piuma/ in un mondo bellissimo/sei così speciale/vorrei esserlo anch'io/Ma sono uno sfigato/Sono un balordo/Che diavolo ci faccio qui/Non è questo il mio posto..."
Ve la immaginate la faccia di Thom Yorke di fronte a "tanto è lo stesso/ soffro anche spesso"?
Più o meno questa, credo.
Vasco Rossi mi dicono sia in tour, o stia programmando l'ennesimo. Sono persuasa che non mancherà di proporre al pubblico in visibilio anche Ad ogni costo.
Con cui è riuscito a trasformare una delle più belle canzoni degli ultimi anni in una ciufega vergognosa.
Il che, volendo, ha una sua logica.
Più creep di così, infatti, non si può.

lunedì 5 ottobre 2009

Riso freddo di LP

Gli ingegneri, soprattutto quelli informatici, non sono particolarmente noti per essere dei draghi ai fornelli.
Anzi, in franchezza sono perlopiù disastrosi.
Vi sono ovviamente delle eccezioni fra coloro che conosco. Ad esempio Dottor P, che fra un esame e l'altro si rilassa facendo gnocchi, fettuccine o pizza sbattuta, oppure Garfield, che alla casa dello studente ove risiedeva quand'era matricola veniva definito dalle signore delle pulizie "quello dei manicaretti".
Il mio amato bene non rientra fra le succitate eccezioni. Sarà perché a casa sua, ogniqualvolta faceva timidamente il gesto di avvicinarsi a pentole e padelle, trovava uno sbarramento da fare invidia alle mura ciclopiche erette dai miei sanniti.
Va detto che però la buona volontà non gli manca, e che da quando alberghiamo sotto lo stesso tetto me lo trovo più che spesso spalla a spalla mentre sto litigando con la cipolla da tritare o con la pietanza di turno che borbotta sul gas. E benché ancora non osi cimentarsi con le quattro ricette che compongono il mio smilzo repertorio, non manca ora di propormi migliorie o ingredienti per dare that special kick alla cena serale.
Questo piatto è frutto della sua manodopera e dei suoi suggerimenti, per cui mi par giusto postarlo a suo nome. I cuochi provetti osserveranno forse che Escoffier arriccerebbe il nasino, ma per un ingegnere informatico medio è un autentico capolavoro di nouvelle cuisine. Ed è pure buono e veloce da fare, il che esprime ottimamente la tendenza ingegneristica a ottenere il massimo risultato con il minimo dispendio di energie.

Ingredienti:
200 grammi di riso (rigorosamente parboiled: sia perché è ideale per fare qualunque riso freddo, sia perché non c'è il rischio che si tramuti in colla vista la nota tendenza degli ingegneri ad allontanarsi dai fornelli per sgranchire i neuroni dimostrando, non so, il teorema di Ford-Fulkerson, e perdersi per ore nella citata dimostrazione)
tre o quattro pomodori San Marzano
due wurstel di pollo belli cicciotti
qualche pomodoro secco sott'olio
un par di cucchiai d'olio, presi ovviamente dal barattolo dei pomodori secchi (l'ingegnere è maestro nella fine arte del non buttare via niente)
una spruzzata di origano
foglioline di basilico

Preparazione (ad usum informatici):
mettete il riso in una pentola antiaderente con il doppio della quantità d'acqua rispetto al suo peso, salate leggermente e fate cuocere a pentola coperta fino a quando l'acqua non si è assorbita (consiglio: vabbé che il parboiled non scuoce, ma per una decina di minuti sorvegliate la cottura anziché dedicarvi a Ford-Fulkerson sennò rischiate di ritrovarvi con una simpatica mattonella di carboidrato al carbone). Avvenuto ciò, passate il riso sotto l'acqua fredda e scolatelo bene con un colino a trama fitta, poidiché lasciate raffreddare.
Nel frattempo preparate il resto: affettate i wurstel a rondelle sottili, spezzettate i pomodori secchi aiutandovi con un coltello affilato il giusto (e non vi mettete a pensare al test di Turing durante l'operazione se non volete ritrovarvi con la metà delle falangi prescritte), tagliate i pomodori freschi a tocchetti avendo cura di eliminare i semi, fate a striscioline le foglie di basilico e mettete il tutto a riposare per una mezz'oretta in una ciotola assieme al paio di cucchiai d'olio e alla spruzzata di origano.
Nella mezz'oretta, dedicatevi finalmente alla dimostrazione del teorema di Ford Fulkerson. Se siete veloci, dilettatevi pure con l'algoritmo di Dijkstra. Oppure mettetevi davanti allo specchio e ripetete con aria compiaciuta "le equazioni differenziali sono roba da matematici, un ingegnere non ci perde tempo e le trasforma in equazioni ordinarie!", o qualunque altra frase sia utile a fortificare il vostro ego.
Quindi tornate in cucina, e senza la goffaggine tipica dell'ingegnere incorporate il condimento nel riso, un cucchiaio alla volta, girando con movimenti dal basso verso l'alto.
Se vi sentite in vena di smancerie, mettete al centro del piatto un po' di foglioline di basilico e un pezzettino di pomodoro a mo' di decorazione.
Altrimenti siate ingegneri fino in fondo e portate in tavola così com'è.
Chi vive con voi vi sarà grato comunque, e mangerà con lieto appetito.
Alla faccia di Ford-Fulkerson.

domenica 4 ottobre 2009

"We are the engineers, you will be assimilated"

Io ho studiato lettere.
Il mio amato bene è un ingegnere.
In teoria, non vi potrebbe essere combinazione più infelice.
In realtà non è esattamente così, perché essendo entrambi dei geek non mancano elementi di contatto.
Per cui, la differenza di formazione e soprattutto di forma mentis non mi ha mai preoccupato più che tanto.
Ma avrei dovuto dar retta a una saggia persona che, quando seppe che mi ero messa con un ingegnere, mi guardò con la faccia che deve aver avuto qualunque mamma di emigrante quando il figlio le ha detto che stava andando in America.
"E' fatta. Ti abbiamo perso."
"Eh?"
"Ingegnere."
"E allora?"
"Ingegneria è una brutta bestia. E' contagiosa. Tempo qualche mese e non sarai più tu."
"Non dire fesserie. A me le scienze dure hanno sempre fatto ribrezzo. Basta una divisione a due cifre a farmi venire l'ansia!"
"Vedrai..."
Se c'è una cosa che odio è quando qualcuno mi dice "vedrai..." con aria comprensiva e con tanto di tre puntini.
Pertanto ho liquidato la cosa con una scrollata di spalle.
E non ho mancato di farmi beffe dell'amato bene ogniqualvolta mostrava le sue temibili defaillance ingegneristiche, ad esempio conservando manuali di quella che lui definisce "epoca predigitale" manco fossero i gioielli della corona perché fosse mai dovessero ancora servire (per intanto servono a occupare chilometri cubi di spazio nella sua libreria), manifestando l'intenzione di costruire un anemometro impiegando le confezioni che racchiudono le sorprese dell'ovetto Kinder o calcolando metro alla mano lo spazio necessario a sistemare i peluche sopra il comò.
Poi ho cominciato a notare alcune cose nel mio comportamento. Ovvero, mi sono state fatte notare. Perché il brutto dell'ingegneria è proprio questo: è un virus insidioso, e ti assimila senza che tu te ne accorga. Manco se sei di lettere.
Di esempi ne ho a bizzeffe. Fra tanti, il fatto che abbia iniziato a calcolare lo spreco d'acqua potabile ogni volta che si aziona lo sciacquone del bagno (20 litri per uno scarico normale, 10 per quello ridotto), oppure che ultimamente abbia manifestato il mio spregio per i computer Apple in quanto, giacché offrono all'utilizzatore finale - ahem - la pappa già pronta, rendono l'utenza pigra e incapace di stare a galla in un bicchiere d'acqua. O la recente tendenza a stoccare lo scatolame nella dispensa in base a dimensione, tipologia, data di scadenza. O che abbia ordinato una biografia di Alan Turing, che per chi non lo sapesse è considerato il santo martire protettore degli informatici.
Ma queste son bazzecole. Le fa chiunque. Anche quelli di lettere. Credo.
Ciò che mi ha dato la misura di aver raggiunto the point of no return è stata la conversazione che ho sostenuto qualche minuto fa sotto casa con l'amato bene e il suo amico Marco (noto come Marco DB, le quali lettere sono le iniziali del suo cognome ma stanno anche per DataBase: come dire, cognomen omen). Per inciso, si stava parlando di università, e del fatto che a tutto serva tranne che a imparare un mestiere. Ingegneria informatica in particolare, ça va sans dire, in base alla mia umile opinione, visto che conosco fior di informatici che le aule di qualsivoglia alma mater le hanno viste giusto in fotografia.
E a quel punto è arrivato il colpo di maglio, gentile omaggio del mio amato bene.
"Tesoro, tu oramai ragioni come un ingegnere."
"Chi, io? Ma quando mai!"
"Ti ho sentita oggi, mentre parlavi con tua zia. Dicevi che abbiamo sostituito il televisore, e che non sopportavi di tenere quello vecchio a prendere polvere da qualche parte visto che ancora funziona. Questo è ragionare da ingegnere."
"Questo a casa mia si chiama piatto buon senso!"
"Ma dai... Da quando stai con me hai pure imparato a fare la valigia!"
"Io la valigia la sapevo fare già prima di conoscerti!"
"Tesoro... Quella di tua madre..."
"Anche a mettere le cose in valigia ci vuole semplicemente buonsenso! Basta calcolare lo spazio di stoccaggio! Io ad esempio ho delle valigie minuscole perché metto il minimo indispensabile e il resto, semmai, lo compero se mi serve! Mica è colpa mia se mia madre pretende di portarsi in viaggio il 70% in più di quello che effettivamente le serve! Ma basta organizzare gli spazi, e anche quel 70% in più ci entra, tutto lì."
Marco DB: "Minimo indispensabile? Il 70% in più? Organizzazione degli spazi di stoccaggio? Anche questo è ragionare da ingegnere..."
Panico. Silenzio raggelato.
L'amato bene ne ha approfittato per assestare la mazzata finale.
"Visto? E poi da quando stai con me hai pure imparato a usare Excel!"
Un pochino.
Excel lo so usare soltanto un pochino.
Ma non ho avuto la forza di dirlo.
Perché davanti a me ho visto i Borg, quelli di Star Trek.
Io non ho mai visto una puntata di Star Trek, ma nonostante ciò so chi sono i Borg. Me lo deve avere detto un ingegnere durante il sonno.
"Siamo i Borg, sarete assimilati."
Ogni resistenza è inutile.
Nonostante le divisioni a due cifre mi facciano venire l'ansia, sono un ingegnere onorario.
Da Natale, nemmeno le operazioni di calcolo saranno più un problema: l'amato bene ha promesso che mi regala i bastoncini di Nepero, che sono anche un bell'oggetto d'arredamento e molto pratici da portare nello zainetto.
Però ha manifestato anche l'intenzione di regalarmi un triceratopo di peluche, ovviamente basato sulla più precisa ricostruzione della simpatica bestiola del Cretaceo. E se gli dimostro di saper padroneggiare l'identità di Eulero, magari ci aggiunge anche il peluche di un cucciolo di T-Rex.
Non mi posso davvero lamentare.
Non ci pensiamo.
Anzi, sai che c'è? Cantiamoci su.
"La macchina di Turing, ha un buco nella gomma, la macchina di Turing, ha un buco nella gomma..."
Paperblog