domenica 18 ottobre 2009

E' fatto strano ascoltare le Lescano?

I miei gusti musicali sono oggetto a turno di sospettosa curiosità o aperto ludibrio da parte di chi mi conosce.
La sospettosa curiosità è dovuta al fatto che, a parte i consueti classici pop e rock, ascolto cose a loro dire quantomeno singolari come misconosciuti gruppi post punk e new wave (fino a Joy Division ci arrivano, ma quando si tratta dei Passage oppure degli Orbidoig scuotono la testa anche i più fini cultori) oppure, sempre a loro dire, coperte da strati e strati di muffa come il madrigale nelle sue diverse declinazioni o peggio ancora simpatici pazzerelloni come Arvo Pärt.
L'aperto ludibrio scatta quando mostro la mia predilezione per gente che era sulla cresta dell'onda in quel periodo in cui si marciava per non marcire: mi basta accennare la prima strofa di Ho un sassolino nella scarpa per suscitare risate manco fossi Gigi Proietti al top della condizione.
Pare infatti che per ascoltare Rabagliati, Natalino Otto o il Trio Lescano sia condizione ineludibile il veleggiare per la novantina.
Alle loro esplosioni di ilarità, ribatto sempre che se non ci fossero stati signori come i succitati, in grado di sdoganare in salsa italica lo swing, i nostri nonni e genitori sarebbero affogati nelle mestizie dell'autarchia culturale (mia zia ancora ricorda come si fosse costretti ad ascoltare i dischi jazz americani fortunosamente importati a bassissimo volume, pena occhiatacce dei vicini o peggio ancora), ma ciò non pare sortire effetto alcuno. Sicché loro continuano a sghignazzare e io a riascoltare a intervalli regolari Maramao perché sei morto o Camminando sotto la pioggia.
Insieme a Natalino Otto, le Lescano sono state le mie predilette fin da quando ero piccina. Sarà per il fascino che esercitavano le loro armonie vocali, che ancora adesso trovo di qualità sublime, o forse per l'accento. Solo quando sono cresciuta ho scoperto, e me lo avrebbe dovuto render chiaro il loro successo più famoso, che erano olandesi. Molto più tardi ho scoperto come tre signorine olandesi fossero andate a finire nell'Italietta dell'aratro che traccia il solco. E ancora più tardi sono venuta a sapere perché fossero letteralmente finite nel nulla.
Per la cronaca, il trio era composto da tre sorelle: Alexandrina, Judith e Katharina "Kitty" Leschan, cognome che ovviamente venne autarchizzato in Lescano così come i loro nomi: Sandra, Giuditta e Caterinetta. Erano figlie di un contorsionista ungherese e di una madre olandese cantante d'operetta, e come contorsioniste iniziarono a far carriera nel mondo dello spettacolo. Pare fossero parecchio brave: e se è vero, come sosteneva Louise Brooks, che la danza è l'allenamento migliore per recitare, il contorsionismo lo deve essere per cantare, se non altro perché il fiato impari a usarlo e risparmiarlo molto, ma molto bene.
Dopo una serie di peripezie e tournée massacranti in giro per l'Europa, a metà degli anni Trenta vennero notate in un minuscolo circo vicino Verona dal direttore artistico della sede torinese dell'Eiar (ovvero l'antenata dell'attuale Rai), che decise di impiegarle come trio specializzato nel vocalese, uno stile di cantato virtuosistico tipico della musica swing e jazz.
Il successo fu incredibile: centinaia di migliaia di dischi venduti (solo del loro hit più celebre, Tulitulipan, pare ne venissero acquistate oltre 350.000 copie), esaltazioni della stampa italiana e un'orda di fan entusiasti, fra i quali anche il pelato di Predappio che volle conoscerle. Con il successo vennero anche numerosi tentativi di imitazione, ma funzionarono fino a un certo punto. "Forse perché si somigliavano tanto, forse perché si vestivano in un certo modo, forse perché il loro cantato era simile a un miagolio - un piacevole miagolio, molto piacevole - loro vengono ancora ricordate", dice in un documentario Lidia Martorana, cantante che i cultori ricordano per la temibile Paquito lindo (sbertucciata in maniera sublime da Proietti e Arbore qualche anno fa) e che fu parte di uno di quei trio simil-Lescano.
Il piacevole miagolio assicurò alle sorelle Leschan una popolarità tale da portarle, oltre che sulla stampa, anche nel cinema (con numeri musicali nei famigerati film dei telefoni bianchi) e persino a casa Savoia. L'ascesa pareva irrefrenabile.
Lo sarebbe stata, se non fosse per un piccolo particolare.
Un particolare su cui, vista l'incredibile fama del Trio e gli incassi che portava, si glissò nel 1938, ma che nel 1943, con mezza Italia divenuta RSI, non si poteva ignorare.
La madre delle sorelle Leschan era ebrea.
Da un giorno all'altro scomparvero, letteralmente. La Eiar e la connessa casa discografica Cetra sciolsero qualunque contratto. Le canzoni già registrate uscirono a nome Trio Cetra. E nel novembre del 1943 vennero addirittura arrestate a Genova, perché accusate di mandare messaggi in codice al nemico con le loro canzoni. La detenzione durò poco, ma fino alla fine della guerra furono costrette a nascondersi sotto falso nome.
Nel dopoguerra, almeno in Italia, se ne perdono le tracce. Dopo qualche concerto, tenuto nemmeno con la formazione originaria, una lunga tournée in Sud America. Poi lo scioglimento. Una delle tre, Alexandra, torna in Italia. Lì la scoverà un settimanale, che la intervista poco prima della morte nel suo appartamentino di Salsomaggiore.
Dopo questo, il nulla.
E dire che l'interesse, da parte degli appassionati italiani, mi risulta sia notevole.
Lo prova fra l'altro un bel documentario, Tulip Time, realizzato nel 2008 da Tonino Boniotti e Marco De Stefanis.
Per una casa produttrice olandese, la Memphis Film.
In Olanda, dopo la presentazione in diversi concorsi, è stato proposto in televisione. Da noi no, nonostante sia stato coprodotto dalla Rai.
Si vede che nei palinsesti attuali non vi è posto.
O forse il motivo è un altro.
Agli italiani non piace che gli si ricordi che no, non siamo brava gente.

Post scriptum:
uno degli amici sbeffeggiatori mi comunica che la Rai non avrà trasmesso Tulip time, però ha in cantiere una di quelle belle fiction in due puntate in cui ripercorrerà la storia del trio.
Titolo, "Le ragazze dello swing". Cast ancora da definire, ma già si sa che a interpretare Alexandra Leschan sarà Andrea Osvart.
Sì, miss Scena Muta di uno degli ultimi festival di Sanscemo.
Non so il perché ma, come si suol dire nell'Urbe, me viè da piagne.

venerdì 16 ottobre 2009

Accade oggi

Scrivo due righe per invitarvi a fare, chiamiamolo così, un gioco.
Andate sulla pagina iniziale del vostro motore di ricerca preferito.
Nella stringa di ricerca digitate la data di oggi, con in aggiunta "1943" e "Roma".
Premete sul tasto "Cerca".
Poi vedete che succede.
E dopo aver visto, leggete.
Leggete cos'è successo a Roma il 16 ottobre 1943 a partire dalle 5.30 del mattino.
Potete anche dilettarvi con quesiti matematici.
Ad esempio quali sono le condizioni perché da un numero iniziale di 1.022 si arrivi a 15.
La Storia ha un modo tutto suo di fare i conti.
E poiché la Storia la fanno gli essere umani, i conti non tornano mai.
Anche per questo è importante non dimenticare.

mercoledì 14 ottobre 2009

Strascinati con pomodorini e salsa al basilico

Come la stragrande maggioranza degli esseri umani, io ho un sogno.
E' un sogno piccolo. Niente a che vedere con sogni grandi e importanti, ad esempio quello dell'associazione che porta il nome della celeberrima frase di Martin Luther King, e alla quale toccherà sognare ancora a lungo, visto che una certa legge proprio ieri è stata affossata in Parlamento con scuse a dir poco risibili.
Il mio sogno è avere un balcone ove batta il sole.
Perché grazie all'esposizione del palazzo dove abito, il quale palazzo è stato costruito in barba a qualunque buonsenso e a qualsivoglia piano regolatore come spesso accade nell'Urbe, il mio si becca un po' di luce a malapena un'ora al giorno. Questo in estate, perché per i restanti mesi dell'anno manco quello.
Conseguenza è che le uniche piante che vi possono prosperare sono muschi e licheni, e che qualunque altra specie appartenente al mondo vegetale sceglie di commettere suicidio.
Il basilico, ad esempio, che è una delle piante che più mi piacciono, anche per questioni affettive: al mio paese, dove ogni balcone ne reca minimo due o tre esemplari, si chiama vasenecole, che tradotto letteralmente significa "bacia Nicola". Ditemi voi se non è bellissima una pianta che ti invita a baciare qualcuno.
Fatto sta che il baciatore di Nicola sul mio balcone i baci del sole non se li prende mai. E nonostante tutte le cure, le povere piantine che mi ero ostinata a coltivare erano rimaste alte mezzo palmo scarso e avevano assunto il colore di un divo del muto.
Questo fino a quando il mio amico Mauro non mi ha proposto di fargli fare un po' di villeggiatura a casa sua.
Quando sono tornate, erano dei baobab che sfoggiavano foglie di un verde in technicolor quasi insultante.
Un invito irresistibile a mettersi ai fornelli.
Questo è il risultato dell'invito irresistibile, che è stato servito a Mauro qualche sera fa. La ricetta, ça va sans dire, è dedicata a lui con gratitudine.

Ingredienti:
mezzo chilo di strascinati (che per chi non lo sapesse è quella squisita pasta pugliese assai simile alle orecchiette)
un etto di pomodorini
mezz'etto circa di foglie di vasenecole, lavate e asciugate con un canovaccio (non con la carta, per cortesia: ci patiscono)
due cucchiai di formaggio grattugiato (grana o parmigiano vanno benissimo, ma se vi procurate del cacioricotta è il non plus ultra)
un paio di cucchiai d'olio
uno spicchio piccolo di aglio

Preparazione:
in un capace pentolone mettete a bollire adeguata quantità d'acqua con la regolare manciata di sale e con il regolare coperchio, così fate prima e risparmiate sulla bolletta del gas.
Nel frattempo togliete all'aglio il germoglio, fatelo a pezzetti e frullatelo insieme al cacioricotta e all'olio. Se non avete il frullatore, ritenetevi oggetto di un'occhiataccia ben assestata e procedete come segue: con la comune grattugia tritate lo spicchio facendo attenzione a non grattugiarvi anche le dita, e con santa pazienza mescolatelo agli altri ingredienti impiegando il cucchiaio di legno che riservate a salse e intingoli.
Nel mentre che voi siete in tal modo impegnati, l'acqua in pentola avrà iniziato a bollire gagliarda: buttateci gli strascinati e date una mescolata per far sì che non si appiccichino.
E' arrivato il momento di impiegare 'u vasenecole: con le manine sante spezzettate le foglie (perché non con il coltello che è tanto più comodo?, mi chiederete: perché al contatto con il metallo si sciupano, e già avranno quello poco gradito con le lame del tritatutto) e mettetele nel recipiente del frullatore. Poidiché azionate il marchingegno, e fatelo a intervalli brevissimi e solo quel tanto che basta a ottenere una crema liscia e verde. Non di più, altrimenti la cremina si riscalda e anziché verde brillante assume un poco ameno color marroncino: il sapore non ne risente molto, ma il naso e l'occhio sì, e pure loro voglion la loro parte.
Se non avete il frullatore per questa fase, sono veramente crauti (cavoli acidi, per coloro che avessero poco dimestichezza con la cucina teutonica). O vi procurate qualcosa di molto simile a un pestello e pestate il tutto con movimento circolare fino a ridurre in crema il basilico, rassegnandovi al fatto che ci metterete un tempo infinito, oppure tagliuzzate le foglie in pezzi il più possibile piccoli e rimestate il tutto energicamente con il cucchiaio di legno. L'effetto visivo sarà una ciufega, ma il sapore sarà buono comunque.
Travasate la salsa al basilico nella zuppiera che impiegherete per la pasta e aggiungeteci un cucchiaio o due dell'acqua di cottura in modo da renderla più fluida.
Tagliate i pomodorini in pezzi, eliminate l'acqua in eccesso e semi se ce ne sono, e lasciateli da parte.
Scolate gli strascinati non appena sono al dente, buttateli roventi come sono dentro la zuppiera e mescolate per bene aiutandovi con due cucchiai facendo movimenti dal basso verso l'alto.
Aggiungete quindi i pomodorini, date una mescolata veloce, prendete la zuppiera con un bel canovaccio spesso (accorgimento necessario perché scotta come l'inferno) e portate in tavola.
E mentre state mangiando, ripensate ai santioni che avete cacciato mentre litigavate con grattugia, pestello, cucchiaio di legno e quant'altro, e fatevi una nota mentale per comperare alla prossima occasione il benedetto frullatore.
Qualcuno mi chiederà: ma chi vuoi che non abbia un frullatore nella sua cucina?
Che domande: gli ingegneri.
E gli informatici.
E i grafici.
E i matematici.
E i programmatori.
E tutta una serie di altre categorie che, so da fonte sicura, leggono questo blog.
E che invito caldamente a dotarsi di attrezzi atti a spignattare, perché se continuo a dover aguzzare l'ingegno onde suggerire espedienti per supplire a codeste mancanze, diventerò Jessie MacGyver, e non ci tengo davvero.

martedì 13 ottobre 2009

La merenda del bebè: torta di gelato e frutta

Ogni tanto, un bel dolce è quel che ci vuole.
Soprattutto se ci sono cuccioli in casa.
E soprattutto se detto dolce è una scusa per pasticciare in cucina con i succitati cuccioli, nonché per fargli mangiare un po' di frutta, cosa che fa assumere a tutti i miei nipotini l'espressione di un capo sassone cui un emissario di Carlo Magno abbia appena annunciato che, causa atteggiamento rivoltoso, farà la fine di San Giovanni Battista. Ovvero, l'espressione di chi piuttosto che cambiare di una virgola il suo credo (nella fattispecie, che la frutta è roba da scimmie: quello dei capi sassoni era un filino diverso), la testa preferisce perderla, non senza opporre prima una fiera resistenza.
Questa torta incontra sempre grande successo anche se la temperatura esterna è più o meno quella della Groenlandia, o se per questo quella che caratterizza oggi l'Urbe, passata nello spazio di un pomeriggio da un teporino estivo a diciotto gradi secchi di massima: pertanto ve la propongo con la certezza che sarà gradita a grandi e piccini. E pazienza se, dopo averla preparata, vi toccherà passare un paio d'ore a staccare dal soffitto un terzo degli ingredienti che, per qualche misterioso motivo, hanno deciso che dovevano finire proprio lassù.

Ingredienti:
tre o quattro belle pesche, grandi e mature (da sostituire con mele o simili se non se ne trovano, a patto di superare lo sbarramento sospettoso della prole/nipotanza per la quale la mela è tabù)
una vaschetta di gelato di crema da mezzo chilo
un etto circa di biscotti tipo novellini, o qualunque biscotto da colazione
cannella (sempre se riuscite a vincere il citato sbarramento)

Preparazione:
spostate la vaschetta del gelato dal freezer al frigo, in modo che si ammorbidisca senza però sciogliersi.
Nel frattempo, mentre voi sbucciate e tagliate le pesche a fette (attività che è ovviamente riservata a mamma, babbo o zio/a in quanto prevede l'impiego di un coltello) affidate ai cuccioli i biscotti da triturare con le manine, cosa che procurerà a loro gran sollazzo e a voi un pavimento che alla fine dell'operazione sarà coperto da una sottile coltre di briciole. Fa niente: le ramazze sono state inventate proprio per motivi come questi.
Prendete quindi una tortiera con cerniera apribile, foderatene la base con della carta da forno e l'anello con pellicola per alimenti, e fatevi aiutare dai piccoli a coprirne il fondo con le fette di pesca in modo da non lasciare buchi.
Togliete dal frigo la vaschetta di gelato che oramai sarà ben ammorbidito, e sempre con l'aiuto della prole versateci dentro le briciole di biscotto. Ovviamente la cosa si svolgerà con una pioggia di schizzi, ma fa niente: le spugnette sono state inventate proprio per motivi come questi.
Impiegando un cucchiaio (che volerà per aria un tot di volte visto che le creaturelle se lo litigheranno con gagliardìa) travasate quindi il gelato biscottato nella tortiera, facendo in modo da pareggiarlo per bene.
Sulla superficie di gelato sbizzarritevi a fare le vostre belle decorazioni con la frutta rimasta: fiorellini, tondini, quadrucci, foglioline, autoambulanze, qualunque cosa insomma vi suggerisca la vostra fantasia (e soprattutto quella dei piccini, che non mancherà di stupirvi per i livelli cui giunge). Se avete vinto la resistenza, spruzzateci infine un po' di cannella.
Ponete la tortiera nel congelatore per un quarto d'ora circa, ovvero quanto basta perché il gelato si ricompatti quel che è necessario.
Poidiché toglietela, poggiatela su un piatto di portata, sganciate la cerniera con somma cautela, con altrettanta cautela rimuovete la pellicola per alimenti. Non tentate, volendo sfogare il prestigiatore che è in voi, di rimuovere la carta da forno, pena uno smottamento a catena da rivaleggiare con quelli che le pioggerelline autunnali causano sulle superstrade del mio amato Sannio.
Godetevi la soddisfazione dei piccirilli, e portate trionfalmente il dolce in tavola per la merenda.
Guardate le creature con occhio amoroso mentre sbafano la torta, e portate pazienza se il cucciolo di turno con la precisione di un cesellatore si mangia tutto il gelato e, uno per uno, rimette i pezzi di frutta nel suo piatto dopo averli ciucciati.
Portate pazienza pure quando, lasciati i piccoli a giocare come si confà ai piccoli, vi toccherà pulire la cucina.
Siete mamme, babbi, zii, quant'altro. Portare pazienza è il vostro lavoro.
E ne vale la pena.

domenica 11 ottobre 2009

Com'è lontano il mio vicino Totoro

"Tanto è garantito come l'oro che qualche boiata la fanno. Mettiti il cuore in pace, e goditi il film. Semmai, vai di mannaia dopo."
Il mio amato bene aveva, come spesso gli succede, ragione. Si sbaglia solo sulla scelta dello strumento. Che, nella fattispecie, è un mazzuolo di legno. Vi spiego dopo il motivo della scelta. Per adesso, basti dire che sono uscita dal cinema dove proiettavano Il mio vicino Totoro in modalità Okiku.
Di questo bellissimo film avevo già parlato altrove, per cui non dico nulla della trama o delle caratteristiche che lo rendono un capolavoro. E, a scanso di equivoci, sono tanto, tanto grata alla Lucky Red che, bontà sua, ha deciso di doppiare e proporre sul mercato italiano i film di Miyazaki che il pubblico non aveva avuto modo di vedere al cinema per via di una certa faccenduola: goderselo sul grande schermo è ben diverso che sguerciarsi sul televisore casalingo. Però, giacché c'era, poteva fare un lavoro comme il faut. Ci è andata vicina. Il problema è che, per certi versi, ci è andata pure troppo.
Mi spiego.
Chi ha avuto modo di leggere le mie bagattelle sull'animazione giapponese già sa che ho il dente avvelenato causa adattamenti da vergogna, in cui il traduttore tenta pietosamente di strizzare l'occhio al pubblico occidentale con battute che con l'originale non c'entrano un bel nulla o aggiungendo dialogo a man bassa. Non è questo il caso. Il rispetto per l'originale è evidente, molto evidente. Lo è fin dalla sigla iniziale: azzeccatissimo il cantato, tant'è che per i primi secondi ho pensato che avessero lasciato quello nipponico, centrato il significato della traduzione. Io e l'amato bene ci siamo guardati in faccia (un po' difficile nel buio della sala, ne convengo), e abbiamo detto, cosa che non ci succede spesso: "Però, comincia bene".
Il problema è come continua.
Perché il rispetto per l'originale è cosa santa. Quando è eccessivo, no.
Chi ha un minimo di dimestichezza con la lingua del Sol Levante sa quanto i giapponesi siano formali nel parlare. Lo sono in maniera terrificante. Per un povero gaijin, non c'è modo di evitare figuracce spaventose manco se studia indefessamente per anni. Hanno delle costruzioni che grondano cortesia, in cui il tapino occidentale si ritrova stravolto già a metà del "prego umilmente l'eccellenza vostra" (espressioni che, più o meno, si usano anche quando stai chiedendo a un commensale di versarti un bicchier d'acqua). Il punto è che, tradotte letteralmente in italiano, danno la sensazione polverosa di un drammone ambientato a metà Ottocento in qualche casata del Regno delle Due Sicilie. Il che non è gradevole se si sta vedendo una storia che, nella fattispecie, è ambientata nel Giappone degli anni Cinquanta. Men che meno se a espressioni della nobiltà gattopardesca si alternano altre del linguaggio colloquiale. E men che meno ancora se si fanno dire a una creatura di dieci anni costrutti quali "avevi forse l'intenzione". Ha dieci anni, per la miseria. Vabbè che è figlia di un archeologo, ma se a quell'età parla a quel modo chiunque abbia un po' di sale un zucca le fa fare una settimana di cura a base di coda alla vaccinara e film di Tomas Milian.
Chi ha la succitata dimestichezza sa pure che in certi contesti abbondano vezzeggiativi e nomignoli, questi ultimi perlopiù segno di rispetto. Per carità, li abbiamo anche noi. Che si definisca una persona anziana "nonnina" va pertanto benissimo. Se però si mettono in bocca ai personaggi espressioni quali "Da mammina per nonnina!" (lo pronuncia un fanciulletto decenne che ha il livello di civetteria di uno scaricatore di porto) oppure "Avverti papino!" (detto dalla nonnina al succitato fanciulletto), lo spettatore aggriccia. Idem dicasi per la tendenza di Mei, la più piccola delle due protagoniste, a chiamare la sorella maggiore Satsuki sempre e comunque "sorellona": non c'è bimbo o bimba giapponese che non chiami "oneechan" la sorella più grande, se però lo metti in bocca ogni due per tre a una creatura parlante italiano, alla quarta volta scatta il birignao.
I nipponici hanno inoltre il vizio di parlare di sé o dell'interlocutore in terza persona. Il che è spesso strumento chiave per equivoci che in manga e anime si trovano a bizzeffe (esempio classico, la ragazzina che chiede a un ragazzo "Scusa, ma è vero che Tizio frequenta il liceo Taldeitali?", e lui le risponde "E' vero, Tizio frequenta quel liceo": va da sé che il ragazzo è Tizio in persona). Da noi non è particolarmente usato: lo impiegano soprattutto i bambini. E va benissimo che nel film la piccola Mei dichiari fieramente "Mei non ha paura!". Va meno bene che parli di sé in terza persona sempre, e della mamma in terza persona pure quando la citata mamma è presente. Il birignao scatta subito, e nella assoluta spontaneità suggerita dal contesto e dalle immagini è a dir poco micidiale.
Mei, per inciso, è proprio quella che se la passa peggio. Nella versione originale è una deliziosa creaturella sui tre anni, e come tutti i piccini di quell'età ogni tanto intruppa sulle parole o le dice a modo suo. E' proprio lei a battezzare lo spirito della foresta con il nome Totoro, storpiatura dell'inglese "troll" (reso in giapponese con tororu) che non riesce a pronunciare. Nel doppiaggio, parla con la nitidezza di una signorina buonasera vecchio stampo. Per cui, quando la traduzione le mette in bocca "girelli" anziché girini, vien voglia di dare il girello in testa all'adattatore fino ad esaurimento dello stesso.
Tutto ciò fa dar di matto a uno spettatore che, come la sottoscritta, abbia già visto più volte Totoro in versione originale, e lo consideri uno dei più bei film che l'animazione giapponese e non solo ci abbia mai regalato.
Fa dare ancor più di matto considerando che alcune cose della traduzione sono assolutamente sublimi.
Prendiamo un caso eclatante: i Makkurokurosuke, ovvero gli spiritelli fuligginosi che all'inizio del film infestano la casa dove le piccole protagoniste e il loro papà vanno ad abitare. Letteralmente, sono i "cosi nerissimi". Vengono resi con "nerini del buio". Che è pressocché perfetto, sia per significato, sia per la metrica. Oppure la scena in cui la nonnina, terrorizzata perché Mei non si trova, prega febbrilmente: "Namu amida butsu, namu amida butsu", tradotto con "nel nome di Buddha, nel nome di Buddha" e reso ancora più emozionante dalla somma Liù Bosisio. Mi si dirà che sono piccolezze: non lo sono. Sono le cose che mi fanno alzare e togliere il cappello.
Peccato che poi chi ha tradotto e adattato incorra in perle come Totoro definito "fantasma" da Satsuki (nell'originale è "spirito", cosa ben diversa) o che il mitico Gattobus, in originale Nekobasu, venga reso letteralmente con "autobus gatto".
Autobus gatto? Quando Gattobus metricamente era perfetto, e perfettamente comprensibile anche per uno spettatore che vada all'asilo?
Si vede che lo sforzo dedicato ai Makkurokuroske aveva esaurito in chi ha tradotto e adattato qualunque riserva di creatività.
Vi consiglio comunque di andare a vedere Totoro al cinema. Non c'è adattamento malfatto o legnoso che possa scalfire il senso di meraviglia che trasmette. Vederlo sul grande schermo e poterne apprezzare tutti i magnifici dettagli del disegno e dell'animazione è emozionante. Fa quasi passare sopra al fatto che la versione italiana sia un'occasione davvero sprecata.
Quasi, per l'appunto.
Ed è per quello che mi armo di mazzuolo.
Perché se putacaso mi trovo davanti traduttore & adattatore, visto che hanno mostrato un rispetto tanto pedissequo quanto pigro nei confronti dell'originale giapponese, sarà mio piacere ridurli in mochi.
Che per coloro che non lo sapessero è il dolce tradizionale nipponico per eccellenza, fatto con riso glutinoso che viene pestato, pestato e ancora pestato fino a quando non è diventato una collosa poltiglia.
La prossima proposta in italiano della Lucky Red dovrebbe essere Porco Rosso.
La attendo con entusiasmo e con fiducia.
Che spero sia ben riposta.
Perché in caso contrario sostituisco il mazzuolo di legno con un Savoia Marchetti S.21 e, vi assicuro, sarà di gran lunga peggio.
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