mercoledì 14 aprile 2010

Love is stronger than death

"Vince non c'è più."
Lo zio Pietro mi ha avvertito stamattina via mail.
In questo modo mi ha reso meno terribile la notizia, che avrei scoperto leggendo l'ultimo post del blog su cui Vincent, personalmente o tramite sua moglie Jennifer, informava le persone care di quello che stava accadendo.
Vincent era nato nel mio paese, e si era trasferito in Canada con la sua famiglia quando aveva appena quattro anni.
Si può dire che da allora ha sempre viaggiato. Il suo lavoro, infatti, lo portava nei posti più diversi. Inghilterra, Nigeria, Stati Uniti, Tailandia. Se rileggo le sue mail faccio fatica ancora adesso a seguire la molteplicità dei suoi itinerari. A cadenza regolare scriveva resoconti agli amici delle sue attività. Amici di ogni parte del mondo. Perché ovunque andasse, era in grado di stringere rapporti affettivi. Lo faceva senza sforzo. Facile per lui voler bene, facile volergli bene.
Fra le sue tappe, c'era anche l'Italia.
Ho conosciuto Vincent quando ero molto giovane. Arrivò a Roma per una conferenza sulla delinquenza minorile, argomento di cui dire che fosse un esperto è semplicemente riduttivo. Non prese alloggio in albergo: dormiva al carcere minorile di Casal del Marmo. Penso che questo dica molto di lui.
Dice altrettanto di lui il fatto che, quando venne a trovarci direttamente dall'aeroporto, la sua valigia fosse carica di regali. Gli chiesi per chi fossero, e lui mi rispose che erano semplicemente cose che gli erano piaciute e che le aveva prese per quel motivo. Fra i doni c'era un aeroplano di plastica bianco e azzurro con il logo KLM, la compagnia di bandiera olandese, che troneggiava su una scatola di cioccolatini: quando gli rivelai che volevo studiare l'olandese lo tolse dalla valigia e me lo regalò. Vedi, mi disse, quando viaggio io prendo le cose più diverse perché so che prima o poi troveranno sempre il loro destinatario.
Fra i destinatari c'erano anche le mie zie. Zia Margherita era la sua madrina, e lui non mancava mai di telefonarle, ovunque fosse. "Vincenzo, ma dove sei!" "A Kuala Lumpur!" "E dov'è!" "In Malesia!" "Uh, lasse sta', non voglio sapere niente. Stai bene?" "Sì, sto bene, sto bene."
Stava sempre bene. Qualunque fosse la situazione. Quando rimase in Nigeria tre anni per conto del British Council spesso lo cercavamo, ci spaventava che fosse in un luogo dove gli scontri erano quasi all'ordine del giorno. Lui richiamava e ci tranquillizzava. Il suo atteggiamento era sempre serafico e concreto.
Aveva la capacità di analizzare ogni contesto in cui si trovasse, e di studiare la soluzione migliore perché si potesse intervenire in modo positivo. In Nigeria, fra le mille cose, ideò un programma per promuovere i diritti delle donne attraverso la Shari'a, la legge islamica. Un'idea che per un occidentale sarebbe folle. Ma Vincent, perfettamente immerso nel contesto, aveva capito che era il modo più adatto per migliorare in loco la condizione femminile senza che vi fossero frizioni.
Sapeva che imporre qualsiasi cosa dall'alto non serve a nulla. Anche questo dice molto di lui.
I momenti più belli nella mia memoria sono gli incontri al paese. Quando poteva tornava lì, per ritrovare le atmosfere di quando i suoi genitori erano "young lovers", giovani innamorati. Era spesso ospite delle zie, con cui comunicava in una singolare mescolanza di italiano, dialetto ed espressioni tradotte letteralmente dall'inglese, di fronte alle quali la zia Margherita scuoteva benevolmente la testa. Scuoteva la testa anche di fronte ai doni che portava: un servizio da caffè azzurro cielo acquistato in Arabia Saudita, una tela dipinta che ritraeva pastori nigeriani con i loro armenti e che Vincent fece personalmente incorniciare perché le zie potessero direttamente appenderla, senza l'impiccio di dover provvedere al riguardo. La sua concretezza si esprimeva nelle cose piccole come in quelle grandi. E si esprimeva sempre con un sorriso.
Il sorriso è la prima cosa che mi viene in mente quando penso a lui. Insieme al sorriso, il tono della voce, un basso profondo che spesso esplodeva in una risata. Ho sempre odiato l'aggettivo "solare". Ma è quello che forse riassume meglio Vincent, il fatto che in qualunque luogo si trovasse fosse capace di riempirlo di luce e di allegria.
Forse perché la mia prima memoria di Vince è legata a qualcosa che aveva a che fare con l'Olanda, stamattina leggendo la mail di Pietro ho sentito nella testa una canzone olandese. L'autore è Youp van't Hek, un cabarettista. Si chiama "Waarom gaan de verkeerde mensen dood". Vorrei farvela ascoltare, ma online non è disponibile. Una piccola canzone per voce e piano.

"Waarom gaan de verkeerde mensen dood?
Waarom zit God zich steevast te vergissen?
Hij haalt steeds degenen die ik niet kan missen,
En dat aantal is inmiddels veel te groot..."

("Perché sono le persone sbagliate a morire? Perché Dio fa sempre errori? Si porta via quelli di cui non posso fare a meno, e ormai sono davvero troppi...")

Non voglio pensare alle vicende delle ultime settimane.
Voglio pensare a ciò che provavo ascoltandolo, o leggendo le sue mail. Piene di aneddoti sul suo lavoro e sulla vita quotidiana, di sense of humour, di intelligenza, di fotografie che lo ritraevano in viaggio, che mostravano luoghi, fiori ripresi in giardino o nei parchi, i suoi gattini, sua moglie.
Tutto questo resta, e mi parla di una vita veramente vissuta, e vissuta all'insegna dell'amore.
Continuerà a parlarmene finché vivo.
L'amore è più forte della morte.

martedì 13 aprile 2010

La pizza di Bonci e il frac del Gattopardo

"Tutto era placido e consueto, quando Francesco Paolo, il sedicenne figliolo, fece nel salotto una irruzione scandalosa: 'Papà, don Calogero sta salendo le scale. È in frac!'
Tancredi quando udí la fatale parola non poté trattenersi e scoppiò in una risata convulsa. Non rise invece il Principe sul quale, è lecito dirlo, la notizia fece un effetto maggiore che non il bollettino dello sbarco a Marsala. (...)
Il suo sconforto fu grande e durava ancora, mentre meccanicamente si avanzava verso la porta per ricevere l'ospite. Quando lo vide, però, le sue pene furono alquanto alleviate. Perfettamente adeguato quale manifestazione politica, si poteva però affermare che, come riuscita sartoriale, il frac di don Calogero era una catastrofe. Il panno era finissimo, il modello recente, ma il taglio era semplicemente mostruoso. Il Verbo londinese si era assai malamente incarnato in un artigiano girgentano cui la tenace avarizia di don Calogero si era rivolta. Le punte delle due falde si ergevano verso il cielo in muta supplica, il vasto colletto era informe e, per quanto sia doloroso è pur necessario dirlo, i piedi del sindaco erano calzati da stivaletti abbottonati."

Putacaso non aveste risconosciuto questo brano (e nel caso così fosse vi suggerisco di recarvi quanto prima in libreria), sappiate che è uno dei passaggi di maggior rilievo de Il gattopardo, capolavoro di Tomasi di Lampedusa.
Se poi non conoscete la pizza di Bonci sappiate che vi siete persi una delle meraviglie gastronomiche dell'Italia intera. Nel qual caso vi suggerisco di farvi una passeggiatina in quel di Roma a via della Meloria, dove il citato Bonci crea sublimi capolavori nel suo locale Pizzarium.
Gabriele Bonci è il maestro e mentore della mia amica Paola, che tempo fa ha ben pensato di veleggiare verso lidi olandesi e di mettersi lì a far la panificatrice e pasticcera. Dopo i miei recenti tentativi di arte pizzaria, devo dire tutto sommato non malvagi, Paola mi ha suggerito la ricetta della pizza come fatta da Bonci pirsonalmente di pirsona. Detta ricetta è eccellentemente spiegata nel video che trovate qui sotto, e che lascerà ipnotizzati tutti gli aspiranti pizzaioli: guardate che spettacolo.

Voi a questo punto mi chiederete: e che ci azzecca il mago della pizza con il capolavoro del principe siculo?
C'entra.
Perché, come nel caso del frac di don Calogero, il verbo di Gabriele Bonci si è malamente incarnato nella assoluta imperizia di Jessie Ricetta. Lo si può desumere facendo il paragone fra la sublime pizza che si vede alla fine del video su postato e il mostricino malriuscito ritratto nell'incipit.
Va detta però una cosa: brutto sì, il mostricino, ma non si sa quant'era buono. Merito del Bonci beninteso, mica mio.
Per cui vi propongo la ricetta di codesto appetitoso semi-disastro gastronomico con le notazioni della sottoscritta relative al suo darsi del tu con il verbo bonciano, convinta che dove io sono riuscita a fare una pizza buona ma orrida voi sarete in grado di farne una tanto buona quanto bella. Le dosi sono metà rispetto a quelle suggerite nel video, giacché come primo tentativo mi son tenuta prudentemente bassa con le quantità.

Ingredienti:
500 grammi di farina buratto oppure 0, di eccellente qualità
400 grammi di acqua
3 grammi di lievito secco (non i cubetti, raccomanda Bonci, in quanto vai a sapere quali maltrattamenti possono subire nel trasporto, nella conservazione in frigo e quant'altro)
mezzo cucchiaio di sale
un cucchiaio di olio
farina di grano duro quanto basta
due etti circa di broccoletti, o cime di rapa che dir si voglia

Preparazione:
come dice il mago, la farina è componente fondamentale. Ci vuole quella buona, ché quelle che si trovano comunemente sono inerti peggio di un cadavere. Io seguendo il suggerimento di donna Paola ho preso quella del Mulino Rosso che si trova facilmente in nota catena di negozi di alimentari e casalinghi biologici, e ho notato la netta differenza. Se poi voi avete il molinaro di fiducia, rivolgetevi a lui e sappiate che vi invidio.
In una capace terrina iniziate a mescolare la farina e l'acqua (il Bonci, parbleu, usa allo scopo il cucchiaio), facendo una pastella. Aggiungete quindi i 3 grammi di lievito (così pochi?, chiederete voi; sì, così pochi, giacché bastano e soperchiano, come ha avuto modo di vedere l'arciscettica sottoscritta) e continuate a mescolare. Poi il sale, e continuate a mescolare. Infine l'olio, e sempre mescolate. Una volta che il tutto si è incorporato, lasciate riposare per dieci minuti. Quindi prendete l'appiccicosissimo composto, mettetelo sul piano di lavoro ben cosparso di farina di grano duro e impastate con delicatezza, ripiegando a metà la pasta alternando la piegatura verso di voi e verso il centro: in tal modo essa si asciugherà. Bonci per inciso compie questa operazione con la grazia di un ballerino, io mi sono trovata immersa nella semola e nella pastella appiccicaticcia fino alle sopracciglia, ma in qualche modo me la sono cavata.
Fatto ciò, rimettete la pasta nella ciotola ben cosparsa di semola e ponetela per ventiquatt'ore nel frigo, nello scomparto riservato alle verdure dove è meno probabile che abbia choc termici. Sì, avete capito bene. Nel frigo. Paola mi aveva preannunciato che i lieviti si mantengono attivi anche a basse temperature, notizia che io avevo accolto con parecchi dubbi. Detti dubbi sono andati a quel paese quando, aprendo il frigo dopo il tempo prescritto, ho scoperto che la pasta era in sostanza traboccata dalla scodella.
Superato lo choc, mi son quindi disposta con timore a preparare la base della pizza, giacché quella proposta dal Bonci nel video era una pizza ripiena.
Il Bonci, da mago qual è, tratta la pasta con amore: la mette sul piano ben infarinato di semola, la allarga delicatamente facendo pat pat pat sulla superficie con la punta delle dita fino a ottenere una sfoglia uniforme, quindi la solleva con il palmo della destra, la adagia capovolta sul dorso della sinistra, infila sotto la pasta il dorso della destra e sollevando entrambe le mani con mossa da etoile adagia la sfoglia nella teglia. La sottoscritta, paralizzata dalla pasta che era insolitamente appiccicaticcia e morbidissima, facendo pat pat pat si è ritrovata con una sfoglia sottile al centro e spessa ai bordi, che si è mestamente bucata in più parti non appena ha tentato il gioco di prestigio coinvolgente i dorsi delle mani. Ha pertanto foderato la teglia (niente olio sul fondo, per inciso) rappezzando detta sfoglia come meglio le riusciva.
Fatto ciò si mettono i broccoletti che, come dice Bonci, sono bellissimi. Ed è vero. Così belli che li si mette a crudo. Niente condimento, niente di niente. Così sono liberi di dare il meglio di sé. Come non essere d'accordo.
In ultimo si fa la sfoglia superiore con il procedimento suesposto. Nel mio caso, detto procedimento è stato un esatto replay del primo, con conseguente sagra del rappezzo pure in questo caso. Ma oramai già mi ero rassegnata, e come da ricetta del maestro ho messo sulla superficie un filo d'olio.
Ho quindi infilato la teglia in forno già caldissimo a 250°, seguendo scrupolosamente i dettami bonciani: dieci minuti nella parte bassa del forno, dieci nella parte alta, il che è stato bastevole a cuocere la pizza.
Ho quindi sfornato, atteso che la teglia smettesse di scottare come l'inferno, e portato in tavola con sguardo vergognoso.
I miei commensali, che per mia fortuna son gente comme il faut e non hanno fisime riguardo l'aspetto di una pietanza purché se magni bene, hanno dato l'assalto. E hanno detto che la pizza, oltre a essere assai gustosa (alto gradimento, fra le altre cose, per il broccoletto che si era delicatamente stufato), era leggera da non dirsi.
La leggerezza si spiega con il fatto che il lievito era in percentuale ridottissima, così insegna un amico panettiere di Dottor P. Io di chimica e panificazione non so nulla, ma posso confermare la leggerezza visto che in tre ci siamo pappati tutta la teglia e il pomeriggio, anziché agonizzare come sempre succede dopo pasto pizzesco, abbiamo fatto tranquillamente una ricchissima merenda.
Giacché mi è rimasta mezza bustina di lievito e mezzo chilo di farina, mi cimenterò quanto prima in una nuova pizza. A strato singolo, così il rappezzo non fa danni estetici. Penso che, come dire, l'amato bene apprezzerà.
E mi premurerò di comunicare la ricetta alla zia Lella non appena torna dal paesello. Il suo cruccio, mi ha confessato di recente, è che oramai una pizza come si deve non riesce più a farla perché non ha più la forza per impastare.
Mi pregusto già la sua faccia quando le rivelerò che, per fare una pizza come si deve, impastare con la forza non è affatto necessario...

lunedì 12 aprile 2010

Profiterole

Come promesso ieri ecco la ricetta del temibile e squisito profiterole casalingo che la sottoscritta ha realizzato ieri con il prezioso aiuto di Dottor P, valente cuoco-ingegnere specializzato in pasticceria. Giacché di lui vi ho parlato più volte mi par giusto presentarvelo: è il giovinotto che trovate ritratto a seguire, munito per l'occasione di grembiale d'ordinananza personalizzato. Chi ha vista migliore della sottoscritta avrà modo di notare la simpatica scritta P++ su detto grembiale: se siete ingegneri non c'è bisogno di spiegarvi di che si tratta, se non lo siete vi basti sapere che non si tratta di mero elemento decorativo ma è meglio che non indaghiate ulteriormente su cotanto sfoggio di geekitudine. Ma questo fra parentesi: ecco a voi la ricetta, realizzare la quale ci ha soddisfatto a un punto tale che Dottor P e io ci siamo già accordati per fare quanto prima un ulteriore workshop cucinario.

Ingredienti:
5 uova
150 grammi di farina più due cucchiai rasi
80 grammi di burro
250 grammi di acqua
una punta di cucchiaio di lievito
un pizzico di sale
due cucchiai di zucchero semolato
due cucchiaini di zucchero a velo
mezzo litro di latte
mezzo litro di panna liquida (più eventualmente altri 250 millilitri per decorare)
200 grammi di cioccolato fondente
un pezzo di buccia di limone
la preziosa collaborazione di Dottor P

Preparazione:
in primis approntate la crema pasticcera, che avrà modo di raffreddarsi come si confà mentre voi affrontare il resto: allo scopo in una pentola con fondo spesso battete i rossi d'uovo (non buttate i bianchi che vi potranno servire per fare, ad esempio, un eccellente panettone), i due cucchiai rasi di farina, i due cucchiai di zucchero e la buccia di limone priva della parte bianca, incorporando poi in ultimo il latte e facendo amalgamare bene il tutto. Mettete quindi il tegame su fuoco medio mescolando in continuazione in modo che non si attacchi, tirate via la pentola quando la crema vela il cucchiaio, eliminate la buccia di limone e lasciate raffreddare per i fatti suoi.
Passate quindi agli ameni bignè: fate scaldare l'acqua con il sale, il burro e il cucchiaino di zucchero a velo, quando bolle buttateci la farina tutta di un colpo e mescolate bene fino a quando il composto non si stacca dalle pareti della pentola, quindi tirate via dal fuoco, incorporate la punta di cucchiaio di lievito e lasciate raffreddare; nel frattempo accendete il forno a 250° e foderate la placca dello stesso con un bel foglio di carta da forno, così vi portate avanti con il lavoro. Non appena il composto è tiepido incorporate una dopo l'altra tre uova, quindi con l'aiuto di un cucchiaio fate dei mucchietti grandi quanto una polpetta (seguendo i consigli dell'ottimo Alfredo Maesa ho evitato che vi fossero i cornini, che tendono a bruciarsi), metteteli sulla placca e infornateli fino a quando non diventano belli gonfi e dorati, ribaltandosi su se stessi. A quel punto sfornate e lasciate raffreddare.
Siete quindi pronti per preparare la crema chantilly (versione italica, giacché quella francese consiste semplicemente in panna zuccherata): con il frullino elettrico battete 250 millilitri di panna liquida con un cucchiaino di zucchero a velo fino a quando non è ben ferma, quindi incorporatevi la crema pasticcera. Approntata la chantilly, è ovviamente arrivato il momento di farcire i bignè, cosa che farete con il prezioso aiuto di una siringa e badando a riempirli fino a quando sono pasciuti quasi da scoppiare, e usando quale piano di lavoro la teglia foderata di carta su cui li avete cotti, così evitate di zozzare altre superfici. Voilà!
Fatto ciò, si è in sostanza alla fase finale: costruite una piramide di bignè mettendo i più grossi alla base e saldandoli fra di loro con qualche avanzo di crema chantilly, quindi procedete alla preparazione della copertura. La qual cosa, per inciso, è semplicissima: vi basterà far scaldare a fuoco lento i restanti 250 millilitri di panna e man mano aggiungervi i due etti di cioccolata fondente, mescolando bene in modo da ottenere una crema molto fluida. Aspettate che si freddi un po' e con l'aiuto del cucchiaio di legno provvedete a versarla in modo da coprire completamente la piramide di bignè: come potete vedere, l'effetto non ha nulla da invidiare a quello dei profiterole che trovate in vendita nelle più lussuose pasticcerie.
A questo punto se volete dare il tocco finale montate gli eventuali ulteriori 250 millilitri di panna con un po' di zucchero a velo e con la siringa munita di bocchetta spizzata provvedete a fare dei bei ciuffi bianchi tutt'intorno e sulla cima della piramide. Noi dal canto nostro dopo due ore passate in mezzo a profumini vari avevamo una fame blu, e dopo aver messo il dolce una mezz'oretta in frigo in modo da farne ben consolidare la struttura ci siamo armati di cucchiai e abbiamo polverizzato il tutto. E se vi stupisce il fatto che in soli tre commensali si sia riusciti a divorare un profiterole intero, cimentatevi a vostra volta nella preparazione e quindi assaggiate: vi assicuro, non vi stupirete più e prenderete accordi con il vostro personale Dottor P per fare quanto prima il bis.

domenica 11 aprile 2010

Sunday, sweet sunday

Oggi sto molto meglio. Niente di più adatto, quindi, di una bella merendina fatta in casa.
Che è quella che vedete ritratta nella foto.
Trattasi di profiterole che la sottoscritta ha realizzato con l'ormai celebre cuoco-ingegnere Dottor P, più volte citato in codesto modesto blog.
Domani posto la ricetta. Per intanto, però, mi godo sia la merenda che la compagnia.
Buona domenica :)

venerdì 9 aprile 2010

Knocked out

Ragazzuoli, mandatemi un pensiero taumaturgico.
Mi sono svegliata stamane come se mi avessero menato con un tortore particolarmente nodoso.
Qualcosa mi dice che il virus che sta andando a spasso fra i miei familiari ha deciso di far tappa da me.
Per prudenza vi auguro buon weekend fin da ora. Se sto meglio farò capolino. E se vi capita mandate un pensiero affettuoso e comprensivo al mio amato bene: avrà bisogno di tutto l'appoggio possibile onde tollerarmi in codesto stato per l'intero finesettimana...
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