sabato 30 maggio 2009

Pane e pizza a quattro mani

Se c'è una cosa che mi piace, è andare al paese del mio amato bene.
Primo, perché mi ricorda molto il mio. Mi si dirà che i paesini si somigliano tutti. Sarà vero, ma il mio e il suo si somigliano più degli altri. Entrambi si trovano in mezzo a colline di querce, verdi in estate e di tutte le sfumature dal rosso al bruno in autunno. Da lui come da me, quando è stagione nei boschi crescono violette e ciclamini. Tutti e due hanno un impianto medioevale, con viuzze e vicoletti che si snodano fra case di pietra e sbucano sulle valli. E il cocuzzolo del campanile della chiesa madre pare il gemello di quello della chiesa madre che sta da me. Uno vanta una balaustra opera del Bernini e un condottiero medioevale a cavallo (noto anche per aver dato una bella saccagnata ai francesi in quel di Barletta), l'altro un bellissimo Cristo di scuola napoletana e un martire della rivoluzione partenopea che, preso prigioniero dai mercenari del duca cui si opponeva, venne fatto trascinare a morte da un cavallo sulla spiaggia di quello che all'epoca era un villaggio di pescatori e adesso è una orribile colata di cemento dove in estate si riversa tutta la regione. Insomma, a ciascuno il suo. Fatto sta che quando sono in questo paese che pare prenda il nome da un campo di ginestre, la nostalgia si fa meno acuta.
Secondo, perché quando c'è vacanza per due o tre giorni di fila, la famiglia si sposta in campagna. E in campagna entra in azione il Dream Team della panificazione.
Il Dream Team è composto dal papà e dalla mamma del mio compagno, e quando lavorano insieme è uno spettacolo. Sono precisi come un orologio svizzero, affinati da quintali e quintali di pane fatto assieme. Tutto è calcolato con precisione ingegneristica. Più che un'operazione di cucina, è un rito. Non mi stanco mai di guardarli.
Per prima cosa, il papà va a prendere la madia per impastare, che ha fatto costruire lui stesso quarant'anni fa. Poi pesa la farina. La mamma scioglie il lievito di birra in adeguata quantità di acqua. In un altro pentolino viene preparata una mistura di acqua e sale. Quindi inizia l'opera.
Lui impasta, lei versa il lievito. La massa inizia a gonfiarsi. Man mano si aggiunge farina. Poi l'acqua salata. Lui solleva la massa di pasta e la sbatte per farle incorporare aria. Lei con il raschietto spinge verso l'impasto residui di pasta, acqua e farina.
Su un grande telo pulito e cosparso di farina di grano duro vengono quindi messe le pagnotte per la lievitazione, che vengono cosparse anch'esse con uno straterello di farina e poi coperte con i lembi del telo. Si mette da parte la pasta che serve a fare la "pizza per terra", una focaccia che somiglia molto alla shcanàta del mio paese. Nel frattempo lei mette in ordine, lui va a sorvegliare il forno, un bellissimo forno a legna costruito sotto la sua direzione.
Quando la temperatura è giusta, le pagnotte sono pronte e la pizza è stata stesa nelle teglie (una delle quali è una custodia per pizza, intesa come bobina di film), si procede con la cottura. Mamma e babbo portano il grande supporto in legno fino al forno. Con l'assistenza di lei, lui inforna pagnotte e teglie, e sorveglia il fuoco. Io e il mio compagno curiosiamo, facciamo due passi fra gli alberi da frutto, giochiamo con i gatti, e aspettiamo. Nell'aria c'è l'odore della legna arsa, cui man mano si aggiunge quello del pane che si cuoce.
Per me è l'odore più buono del mondo, e ha l'effetto della famosa madeleine: sento il profumo e ricordo il forno del mio paese, con le vecchiette assiepate in uno stanzone enorme a chiacchierare in attesa che la fornaia, unica autorizzata a compiere l'operazione, tirasse fuori le pagnotte e i dolci. Quando mia zia non guardava io uscivo nel cortile posteriore, pieno di macchine agricole e sacchi vuoti dove si rintanavano i gatti, che dava sulla campagna. Il forno della mia infanzia ha cessato l'attività da parecchi anni. Però grazie al mio compagno ce n'è un altro, e anche qui se alzo lo sguardo c'è campagna e colline e alberi a perdita d'occhio, e ci sono gatti con cui giocare.
Quando poi il romanticismo d'accatto diventa soverchiante, capisco che è arrivato il momento di dare un'azzannata a una fetta di pane appena sfornato.
Il pane del Dream Team è buono, ma buono davvero: crosta croccante, mollica morbida e compatta senza essere pesante, e si conserva benissimo per più giorni. A me piace moltissimo abbrusco, ovvero abbrustolito sul fuoco del camino e poi condito con un goccio d'olio. La pizza, se possibile, è ancora migliore: alta così, fragrante, saporita sia semplice sia che nella versione al pomodoro. Se ne può mangiare tranquillamente una decina di pezzi di fila, per poi accorgersi che si è pieni da scoppiare quando oramai è troppo tardi. Ma l'indigestione vale la pena.
Per quanto riguarda la ricetta precisa ho indagato un sacco di volte, ma le risposte sono state discordanti. A quanto ho capito osservando ci vuole un cubetto di lievito per ogni chilo di farina, acqua e sale quanto bastano, impastare finché non ti fanno male le braccia, molta pazienza e una collaborazione perfetta con il partner.
Un po' di questi ingredienti danno eccellenti risultati anche per cose diverse dal pane.
Ma sto divagando di nuovo.
Buon weekend.

venerdì 29 maggio 2009

Dolmadakia a ciambella

Per questa ricetta devo ringraziare il mio collega Paolo per il suo fondamentale contributo: è stato lui infatti a portarmi le foglie di vite fresche della sua vigna, e questo nonostante mi fossi completamente dimenticata di ricordarglielo.
Fra le sue molte qualità, Paolo ha quella di essere un ottimo cuoco (un'altra non da poco è una voce di tenore coi controfiocchi, e infatti ogni tanto ci dilettiamo in duetti di musica rinascimentale attirandoci gli accidenti di tutto l'ufficio; ma sto divagando), e lo scorso finesettimana si è cimentato nella preparazione dei dolmadakia, ovvero gli involtini di riso alla greca in foglie di vite. Spinta da cotanto zelo gastronomico, ho messo da parte la consueta pigrizia e ho deciso di imitarlo: ma la succitata pigrizia mi faceva piangere come un gatto al pensiero di fare decine di involtini. Per cui ho ben pensato, anziché farne tanti, di realizzarne uno solo formato gigante: so che qualunque casalinga ellenica mi inseguirebbe brandendo una scopa, però nonostante non sia la ricetta originale è buonino e si presenta pure bene.

Ingredienti:
una quarantina di foglie di vite fresche, rigorosamente non trattate
300 grammi di riso a chicco lungo
una decina di pomodori secchi sott'olio
150 grammi di feta
un limone
una tazzina da caffè d'olio
mezza cipolla media
una bella manciata di erbe aromatiche miste: aneto fresco (altresì noto come finocchietto), basilico, menta, prezzemolo
una spruzzata di peperoncino

Preparazione:
prendete una pentola bella grande (ottimo il paiolo per cuocere la pasta), riempitelo d'acqua, salate e mettete a fuoco vivace. Quando bolle, buttateci le foglie di vite dopo averle lavate ben bene in acqua corrente e aver tolto il picciolo. Fatele cuocere per una mezz'ora, finché le nervature son diventate morbide (e non tiratele fuori prima, altrimenti vi sembrerà di masticare dell'erba di prato).
Quando sono cotte passatele sotto l'acqua fredda e tamponatele con uno strofinaccio pulito. Quindi prendetele una ad una, allargatele con somma cura in modo da non sbrindellarle e sistematele in più strati all'interno di una ciotola capiente, irrorando ogni strato con una salsina fatta mescolando il succo di un limone, una tazzina d'olio (che va aggiunta al succo piano piano e battendo con la frusta, o con una forchetta se non l'avete) e qualche fogliolina d'aneto. Fatto ciò, lasciate riposare (più le foglie si impregnano di salsetta, meno sapranno di prato) e passate alla fase successiva.
Detta fase è la preparazione del ripieno. In una pentola antiaderente fate appassire la mezza cipolla tritata con un cucchiaio d'olio: una volta che è diventata trasparente buttateci dentro in sequenza metà delle erbe aromatiche tritate, il peperoncino, il riso e fate tostare per un minutino come fareste per un risotto. Aggiungete quindi poco sale (non tanto, perché il condimento che metterete poi ne ha in abbondanza) e il doppio della quantità d'acqua rispetto al riso, mettete il coperchio di vetro e lasciate cuocere finché il riso è al dente. Spegnete il fuoco, versate il tutto in una ciotola e lasciate raffreddare un quarto d'ora.
Una volta che il riso è a temperatura ambiente si può procedere all'aggiunta del condimento: l'altra metà delle erbe aromatiche tritate, i pomodori secchi tagliati a pezzetti, la feta sbriciolata, e man mano che mescolate aggiungete la metà della salsina di limone e olio che vi era avanzata.
A questo punto è arrivato il momento di procedere alla messa in forma del tutto.
Prendete lo stampo con cui fate il ciambellone e foderatelo con molta cura di foglie di vite, badando di tappare tutti i buchi: per ottenere ciò, il sistema più indicato è mettere un primo strato di foglie in modo che debordi un po' all'esterno, un altro che copra la parte rialzata centrale, e quindi procedere con quello che ricoprirà il fondo.
Procedete quindi a mettere il ripieno a cucchiaiate, in modo da non lasciare vuoti su tutta la circonferenza della ciambella.
Da ultimo, ripiegate verso l'interno le foglie in modo da coprire completamente il ripieno. Et voilà!
Fatto ciò, si procede a compattare il tutto in modo che, al momento di sformare la ciambella, questa non assuma le sembianze di un campo da golf.
Prendete un bel pezzo di pellicola per alimenti e coprite tutta la superficie della pietanza, quindi metteteci su dei pesi (va benissimo della frutta dal discreto peso specifico, come le arance che avevo in frigo io).
Mettete lo stampo in frigo e lasciatecelo per qualche ora.
Al momento di servire tiratelo fuori e lasciatelo a temperatura ambiente una decina di minuti, quindi capovolgetelo summa cum cautela su un piatto di adeguata circonferenza, mettete nel buco della ciambella dei pomodori in pezzi, qualche fogliolina di insalata o quel che maggiormente vi ispira, e portate in tavola.
Ribadisco: non è la ricetta originale, e qualunque cuoca dell'Ellade alzerebbe gli occhi al cielo. Però, con l'amato bene e gli amici ci ho fatto un figurone. E ciò mi basta.

giovedì 28 maggio 2009

Torta di compleanno per donne che hanno troppo da fare

Questa è una torta da mezz'ora scarsa. Per cui è adattissima nel caso malaugurato che vogliate festeggiare adeguatamente chi vi vuol bene ma il tempo tiranno, gli impegni, un tornado e un'invasione di cavallette vi abbiano impedito di dare libero estro alle vostre capacità. A me è successo al compleanno del mio compagno di casa e di vita. Con somma vergogna e correndo come inseguita dal drago ho approntato questa, che è stata parecchio apprezzata.

Ingredienti:
6 sfoglie dolci già pronte rettangolari o quadrate (ottimo se ve le fa quella pasticceria tanto buona, ma vanno bene pure quelle del supermercato)
crema pasticcera (dose tripla rispetto a quella riportata nella ricetta)
250 centilitri di panna fresca da montare
100 grammi di mandorle a lamelle
matita del pasticcere al cioccolato (la trovate ormai anche negli hard discount)
roselline di ostia, fiorellini di zucchero, o qualunque cosa vi garbi

Preparazione:
fate la crema pasticcera e mettetela a raffreddare, immergendo la pentola in acqua con qualche cubetto di ghiaccio per accelerare i tempi. Prendetene circa la metà e mettetela in una ciotola abbastanza capiente.
Montate metà della panna, e incorporatela alla metà della crema nella ciotola facendo così una crema chantilly.
Prendete una base per torta in plastica o cartone e copritela con un foglio di carta da forno.
Poggiateci su la prima sfoglia (avendo cura di mettere la parte più piatta sul fondo) e cospargetela senza eccedere di crema pasticcera semplice. Poggiate la sfoglia successiva e spalmatela di crema chantilly, e proseguite alternando fino a quando non sono finite le sfoglie, l'ultima delle quali andrà poggiata in modo che la facciata più liscia sia quella da decorare.
Con la crema chantilly avanzata coprite bene i bordi della torta, facendo attenzione a non lasciare buchi.
Montate la panna rimanente con un cucchiaio scarso di zucchero, e coprite con essa la superficie della torta.
Applicate le mandorle a lamelle lanciandole (non sto scherzando: è il metodo più comodo ed efficace) a manciate sui bordi della torta in modo che si attacchino alla crema chantilly.
Con la matita del pasticcere fate una bella scritta d'augurio sulla superficie della torta (magari in maniera meno goffa della mia; a parziale discolpa, va detto che per qualche mistero della fisica il cioccolato della matita si era solidificato in un blocco unico, e per farlo uscire dalla bocchetta erano necessari sforzi inauditi).
Completate la decorazione con roselline, fiorellini o quel che avete sottomano (fragole, rondelle di kiwi, cioccolatini, mezze noci, e la lista può continuare all'infinito).
Con somma cautela sfilate la carta da forno da sotto la torta, che così si troverà già bella e pronta sul suo vassoio.
Piazzateci su una candelina.
Quando chi vi vuol bene sta per varcare la porta, alla velocità del suono accendete la candelina e fatevi trovare con la torta in mano e un bel sorriso in faccia.
Per l'amor del cielo: evitate di cantare "Happy birthday Mr. president". Basta il sorriso. Davvero.

mercoledì 27 maggio 2009

Riso al curry

Questa ricetta è buona per tutte le stagioni: che la si serva quando si crepa di caldo o quando si hanno i ghiaccioli sotto il mento, è sempre un degno modo per far contenti se stessi e i commensali. La si può trovare in tutte le declinazioni possibili a seconda che il cuoco sia indiano, giapponese, pakistano o di Betelgeuse, e per quanto mi riguarda dà sempre soddisfazione: la versione che propongo qui è quella basic, con cui approntare in pochi minuti un primo piatto, oppure accompagnare carne, verdure e quant'altro si sia deciso di preparare. E' ottima anche per ripresentare a tavola in maniera acconcia eventuali contorni che siano rimasti sul groppone da un pasto precedente: ad esempio, come nel mio caso, quelle carote al curry e quei piselli con cipolle che, a rivederli la sera dopo, veniva da intonare le Lamentazioni di Thomas Tallis.
(Mai sentito Tallis? Vi siete persi qualcosa, lasciatevelo dire. Se poi lo conoscete tramite quell'abominio che è la serie televisiva sui Tudors siete pregati di interrompere la lettura, e di riprenderla solo dopo aver fatto penitenza ascoltando polifonia rinascimentale per una settimana di fila).

Ingredienti:
250 grammi di riso (se possibile basmati, ma va bene anche il parboiled e qualunque riso a chicco lungo)
una cipolla media
una carota media
una manciata di sedano a rondelle
un cucchiaio d'olio
un cucchiaio di curry mild (ma se abbondate, non fate un soldo di danno)

Preparazione:
in una pentola antiaderente mettete la cipolla tritata a imbiondire nel cucchiaio d'olio. Aggiungete quindi il sedano, la carota a pezzetti e il curry e mescolate per qualche secondo a fuoco vivace. Mantenendo alta la fiamma aggiungete il riso e sempre mescolando fatelo tostare per qualche secondo, perché si insaporisca ben bene con spezie e verdure.

Abbassate la fiamma e versate man mano una quantità d'acqua equivalente al doppio del peso del riso, attendendo che questo assorba il liquido prima di aggiungerne altro, sempre girando con il cucchiaio di legno. Salate, mettete sulla pentola il fido coperchio di vetro e lasciate lentamente cuocere per una quindicina di minuti.

Assaggiato il riso e constatato che è cotto (lasciatelo sempre un po' al dente, soprattutto se non dovete servirlo subito), spegnete il fuoco e versatelo in una scodella capace, oppure portate la pentola direttamente in tavola se i vostri commensali non fanno smancerie.
Tenete a portata di mano la bottiglia dell'acqua nel caso vi capitasse il solito ospite rompiscatole per il quale tutto è piccante, e che si lamenta che volete avvelenarlo con questa robaccia forestiera.
Se poi l'ospite rompiscatole è pure l'unico commensale, diminuite la dose di curry a un cucchiaino. Oppure cambiate menù e fategli due spaghetti. Scotti, ovviamente. Chi rompe le scatole a tavola, deve soffrire.

martedì 26 maggio 2009

Cucina di guerra: passato di bucce

Lo dico subito: questa è una ricetta che sconsiglio vivamente. La preparazione è lunga una quaresima, ci vuole una pazienza infinita e un'altrettanto infinita perizia (che io non ho), e il sapore non è manco sto granché.
Mi chiederete: perché la proponi, allora?
Perché è (letteralmente) un residuato bellico, o per meglio dire autarchico. La si può trovare nelle Altre ricette di Petronilla edito nel 1937 (XV anno E.F., of course), uno dei testi che nella biblioteca della casalinga dell'epoca non mancavano mai. La copia in mio possesso, sbrindellata da decenni di uso, apparteneva a mia nonna, che la teneva accanto all'Artusi e al Talismano della Felicità. Mi è capitata in mano in quell'età cruciale in cui si sta decidendo cosa si è, non si è e non si vuole essere, ed è stata una lettura altamente istruttiva.
Primo, perché restituisce uno spaccato senza eguali della media e piccola borghesia dell'epoca, e degli sforzi erculei necessari a mantenere una risibile facciata di decoro pur senza avere una lira che avanzasse (l'introduzione, in cui Petronilla insegna alla casalinga dell'epoca - ché solo casalinghe si poteva essere, fosse mai che si scippasse il lavoro agli uomini - come ben figurare senza molto spendacchiare in caso di pranzi e colazioni con ospiti "di riguardo", è un vero gioiello).
Secondo, perché bastano poche pagine per far nascere una sana indignazione anche alla più ottusa delle aspiranti veline, letterine e letteronze, tramutandole d'incanto in agguerrite emule di Adele Faccio (è sufficiente la chiosa alla ricetta delle bistecche miste, da portare in tavola con contorno di "ciò che più piace al marito, dato che il padrone, quello che lavora e che guadagna per tutti, è… lui; e soltanto lui!").
Terzo, perché riempie di doveroso rispetto nei confronti delle nostre nonne e prozie, costrette a fare i salti mortali per portare in tavola un pasto decente usando ingredienti come, ad esempio, le bucce di piselli.
Visto che avevo un po' di tempo libero, l'ho impegnato nel tentativo malriuscito di realizzare il temibile passato con questa verdura che "costa un bel niente!", per citare l'autrice. In effetti non costa nulla in denaro; ma costa, e tanto, la preparazione. Personalmente, sarà l'imperizia, ci ho messo più di un'ora, ma non credo che la casalinga media dell'epoca ci mettesse meno. Pertanto dedico il tempo impiegato a spignattare alle mute eroine che, per far quadrare il bilancio familiare, trascorrevano i migliori anni della loro vita davanti ai fornelli.

Ingredienti:
mezzo chilo circa di bucce di piselli
20 grammi di burro
due cucchiai di farina
un bicchiere di latte
due o tre cucchiai di parmigiano
un pizzico di noce moscata
un uovo
svariati quintali di pazienza

Preparazione:
lavate ben bene le bucce, mettetele a lessare in una pentola capace e, quando si sono cotte (voi mi direte: e chi le ha mai viste cotte, le bucce di piselli? Sono cotte quando sono diventate parecchio morbide, e le si può infilzare con la forchetta), scolatele e fatele raffreddare.
Quindi prendete un setaccio o un colino di acciaio a trama fitta, poggiatelo su una scodella, metteteci un po' alla volta le bucce cotte e premendole con il fondo di un bicchiere raccogliete la polpa delle stesse (vi ritroverete, vi avverto, con una quantità di scarto impressionante).
In un pentolino fate una besciamella mescolando su fuoco basso il pezzo di burro e i due cucchiai di farina: quando si sono incorporati e hanno assunto un colore dorato, aggiungete man mano il bicchiere di latte. Quando la besciamella si è addensata, versateci la polpa delle bucce e mescolate.Alla crema aggiungete un tuorlo d'uovo in precedenza sbattuto, il parmigiano grattugiato, il pizzico di noce moscata e da ultimo l'albume che avrete montato a neve con un pizzico di sale.
Traferite infine il composto in un piccolo stampo da budino imburrato e infarinato, e mettetelo in una pentola a cuocere a bagnomaria, curando di mettere nella pentola tanta acqua quanto ne occorre per arrivare quasi al livello del passato.
La ricetta originale recita a questo punto di far "bollire l'acqua fino a che nel passato... Fino a che, come per ogni altro passato, immergendo in esso uno stecco, questo ne uscirà pulito, cioè senza traccia di pasta ad esso appiccicata", a quel punto di versare il passato in un piatto capovolgendovi lo stampo, e assicura: "sentirai i commenti familiari!"
Ora, io di passati non ho molta esperienza, ma è trascorso un tempo che mi è parso infinito e la massa non accennava a solidificarsi comme il faut neanche a invocare lo spirito di Escoffier. Pertanto, dopo tre quarti d'ora ho spento il fuoco, ho versato alla benemeglio l'abortita pietanza in una scodellona e ci ho messo sopra, a lenire la tristezza del tutto, due foglioline di basilico.
Il compagno di casa e di vita, rientrato alla consueta ora tarda, si è fatto un sacco di risate a vedermi guatare con occhio truce il passato che non si consolidava e, al momento dell'assaggio, mi ha assicurato che "non era niente male"; confermo il giudizio, ma il "niente male" è dovuto al fatto che nel piatto esecrando c'erano comunque besciamella, formaggio e quant'altro che gli hanno dato sapore. Le bucce di piselli tuttora non so di che sappiano; se hanno una qualche personalità di gusto, nella preparazione la perdono. Oppure quel sentore di erba di prato che ho avvertito era dovuto a loro.
L'esperienza, che non ripeterò più neanche sotto la minaccia di tortura, è stata comunque assai formativa: la prossima volta che torno a casa e mi verrà da sbuffare al pensiero di mettermi ai fornelli, andrò con la mente alle poverette impegnate a pressare bucce e benedirò di essere nel secolo ventunesimo.
Un piccola nota per finire: Petronilla si chiamava in realtà Amalia Moretti Foggia, è stata una delle prime laureate in medicina d'Italia, lavorava come pediatra presso l'ospedale milanese di Porta Venezia, e oltre alla rubrica di cucina tenuta come Petronilla sulla Domenica del Corriere, sullo stesso settimanale forniva consigli di igiene e risposte sui più diversi problemi di salute con il nome di dottor Amal. Uno pseudonimo maschile, ovviamente, nonostante fosse una professionista di fama: figurarsi se all'epoca una donna poteva occuparsi di scienza e medicina venendo presa sul serio. Adesso stiamo decisamente meglio: abbiamo addirittura donne che fanno i ministri, e vengono prese molto sul serio.

lunedì 25 maggio 2009

Viva San Pardo!

Oggi è uno di quei momenti in cui mi ruga di abitare nella Grande Città. Mi ruga perché a pochi chilometri dal mio paese è festa grande, e durerà per tre giorni, come succede da secoli. La festa in questione è quella con cui Larino celebra il suo patrono San Pardo, e lo fa in grande stile: una processione di centoquaranta carri trainati da buoi e coperti di fiori di carta fatti a mano. Lo spettacolo è incredibile: dalle foto che posto potete averne solo un'idea.
Larino è un paesone a tradizione agricola, e da sempre è in accesa rivalità con il mio: da me i rinìsh sono considerati dei rozzoni, tirchi come Scrooge per soprammercato (tale opinione è ben espressa da questo scambio fittizio in cui uno domanda a un larinese "Fratè, qual è a casa tìa?", e riceve come risposta "Quella addò esce 'u fum' 'a matìna": della serie, ospitalità questa sconosciuta). I rinìsh non hanno di noi miglior considerazione, e qui gli aneddoti e gli sfottò si sprecano, ma non li cito per campanilismo. Nella rivalità vengono ovviamente coinvolti anche i rispettivi patroni: se un larinese dovrà tirar moccoli citerà il nostro Sant'Onofrio, se lo fa un compaesano sarà vittima San Pardo.
Campanilismo a parte, Pardo è un gran santo, e i suoi protetti ci tengono. Ci tengono da sempre, e così tanto che, dice la leggenda, le sue spoglie furono oggetto di quella che con un bell'eufemismo viene definita "sacra rapina". In sintesi: senza patrono, si sa, non si può stare; ogni luogo ha bisogno di un protettore munito di aureola. Pertanto si adocchia un santo che può fare al caso proprio, e se ne rubano le reliquie alla comunità di appartenenza con un'azione stile commando. E' quello che accadde nel X secolo con San Pardo, le cui venerate ossa vennero portate a Larino su un carro trainato da buoi (e le povere bestie, ci si può giurare, vennero fatte correre all'impazzata): proprio da questo pare derivi la modalità dei festeggiamenti, che è quella della carrese e, in forme diverse, è diffusa più o meno in tutta la mia regione.
Come detto, lo spettacolo è grandioso. Immaginatevi centinaia di carri, tutti uguali - la forma è quella degli antichi carri coperti romani, che ricordano molto anche quelli dei pioneri; alcuni, più moderni e in numero ristretto, hanno la forma a baldacchino - e però tutti diversi: ciascuno è infatti decorato a seconda del gusto e della perizia della famiglia proprietaria. E la perizia è tanta: su uno si vedrà un'esplosione di margherite gialle e rosse, un altro sarà coperto di sterlizie arancioni, altri ancora di convolvoli blu, di calle bianche, di rose di ogni sfumatura, ciascun fiore approntato con mesi di paziente lavoro dalle donne del paese (e non crediate che, per risparmiare tempo, le sfiori il pensiero di contentarsi di fiori già pronti e disponibili in commercio: se vi fate un giro per il paese nelle settimane precedenti la festa, troverete sulla vetrina di ogni cartoleria la scritta "si vende carta per i fiori di San Pardo").
Non ci sono solo i fiori: la fantasia femminile si esprime anche in altri elementi decorativi, pure questi sempre uguali e sempre diversi. Le tendine che chiudono i carri sono di volta in volta fatte di lino, di tulle, di pizzo realizzato a mano, mentre le bandierine ai lati della cassetta recano la scritta "Viva S. Pardo" a stampa, in ricamo, dipinta oppure all'uncinetto. E sempre fatte a mano sono le fasce candide che adornano le corna dei buoi, su cui viene appuntato un fiore dello stesso colore di quelli che adornano il carro.
Le fasce dei buoi sono uno degli elementi che denotano l'antichissima origine propiziatoria della festa (ricordate le strisce di stoffa bianca con cui i greci andavano a invocare clemenza dal dio di turno?). Un altro è il considdetto "albero del maggio", che viene innalzato sul timone del carro la mattina del 26, il giorno in cui ricade la ricorrenza: un ramo di ulivo che viene decorato con fiori di carta e scamorzine, per augurare l'abbondanza dei raccolti.
La festa segue da sempre lo stesso rituale. La sera del 25 maggio, all'imbrunire i carri partono in fila dalla cattedrale romanica per recarsi al cimitero dove, in una piccola cappella, si trova la statua del copatrono San Primiano: al calar del buio i carri vengono illuminati, e sul percorso si snoda lentissimo un fiume di luce, lungo centinaia di metri, che accompagna San Primiano fino in cattedrale.
Il giorno dopo i carri si assiepano davanti alla chiesa, e attendono che esca il busto d'argento di San Pardo: quando la statua viene portata sul sagrato per iniziare la processione, i campanacci di tutti i buoi vengono fatti squillare simultaneamente. Al passaggio del santo, i buoi vengono fatti inginocchiare. Lentamente, quindi, ciascun carro segue i portatori di San Pardo in fila, dal primo all'ultimo: i grandi carri a botte infiorati, quelli a baldacchino, i minicarri condotti da ragazzi e trainati da pecorelle, e quelli minuscoli portati a mano dai bambini o muniti di piccoli buoi di legno a rotelle.
La festa continua fino a sera con i modi che contraddistinguono le feste di paese: gente in strada, chiacchiere, luci, fuochi d'artificio, bancarelle, e nell'aria aroma di noccioline, zucchero filato e salsicce, cui si unisce quello più insolito dei tercine, involtini fatti con carne e spezie avvolti in budella di agnello.
Il 27 maggio arriva il momento di riportare San Primiano nella sua cappellina: questa volta lo accompagna San Pardo, seguito da tutti i carri grandi e piccoli. Il rito conclusivo è il rientro di San Pardo in cattedrale: e dai carri, assiepati davanti al sagrato, si leva l'ultimo scampanio che saluta il patrono e segna la fine della festa.
Di tutto questo io quest'anno non vedrò un bel niente.
Beh, l'ho già visto due volte, che è più di quanto possa dire molta gente. Mia zia Maria ha partecipato alla festa per la prima volta a ottant'anni nonostante abiti da sempre a dodici chilometri da Larino, e se non l'avessi trascinata manco saprebbe com'è fatta. Per cui fa lo stesso.
Come no.
Vado a farmi un caffè, tanto più nervosa di così non credo di diventarci.
Viva San Pardo.

domenica 24 maggio 2009

Marmellata di fragole

Ieri sera sono andata a cena dalla mia vecchina, e come sempre è stato un gran piacere. Abbiamo mangiato un po' di pizza e dell'insalata, inutile pensare a qualcos'altro con l'afa che c'era. Poi, visto che c'era l'afa, abbiamo deciso di fare un po' di marmellata, tanto per rinfrescare l'aria. La scusa ce l'hanno data un po' di fragole malconce che avevo portato con me, incerta sulla destinazione d'uso. Quello che vedete in primo piano è il risultato: solo parziale, perché un altro barattolo l'ho lasciato per i miei. Ciò che spicca in secondo piano è invece regalo della zia: salsa fatta in casa, semplice e aromatizzata con aromi e peperoni, che non vedo l'ora di testare la prossima volta che farò le polpette. Ma procediamo con ordine.

Ingredienti (per un barattolo medio):
700 grammi circa di fragole già pulite
100 grammi di zucchero
scorza di limone in pezzi (solo la parte gialla)

Preparazione:
tagliate le fragole a pezzi e mettetele in una pentola antiaderente a cuocere con un cucchiaio d'acqua a fuoco basso. Butteranno fuori un bel po' di sugo: lasciate che si cuociano nel loro brodo, curando di mescolare ogni tanto con il cucchiaio di legno.

Fate attenzione a quando il liquido inizierà ad asciugarsi: da quel momento in poi la marmellata va attentamente sorvegliata, se non volete trovarvi una poltiglia che sa di bruciaticcio. Mescolate sempre a fuoco basso per evitare che il composto si attacchi e aggiungete qualche pezzo di scorza di limone, continuando a girare.

Quando la frutta ha assunto una consistenza quasi gelatinosa, è il momento di aggiungere lo zucchero (la percentuale è di 7 a 1, nella ricetta di famiglia; so che molti per un chilo di frutta ne mettono altrettanto di zucchero, ma se la frutta è buona, perché ucciderne il sapore con una valanga di semolato?). Mescolate molto bene finché non si è sciolto tutto, e continuate a girare finché non vedete che il composto si è ben addensato.

A questo punto, è arrivato il momento di fare la celebre "prova piattino": prendete un piattino da caffè, metteteci su un cucchiaino del composto, aspettate qualche secondo e inclinate. Se la marmellata non scivola, è pronta. Se scivola, è il caso di farla cuocere ancora un po', anche se dopo tanto mescolare vi sentirete come le streghe del Macbeth alle prese con il pentolone.
Quando è pronta spegnete il fuoco, fate raffreddare qualche minuto, quindi prendete il barattolo (per la quantità prescritta uno di media grandezza è sufficiente; ovviamente potete moltiplicare le dosi come e quanto più vi piace), riempitelo con un cucchiaio onde non scottarvi, mettetegli il tappo e capovolgetelo: in questo modo si sigillerà da solo, evitandovi la rottura di scatole del bagnomaria - metodo che comunque è necessario per una conservazione ottimale, soprattutto se volete conservare la marmellata per mesi.
Oppure assaggiate, convenite che tutto sommato la fatica dell'invasamento non vale proprio la pena per una quantità così piccola, versate la marmellata in una ciotola e portatevela sul balcone insieme a un mezzo chilo di gelato alla vaniglia: scoprirete che si sposano perfettamente, e che sono un fior di sistema per passare una piacevole serata.

sabato 23 maggio 2009

Kaze wo atsumete

Il mio collega e meteo-man Giuseppe mi ha comunicato che oggi è la giornata più calda di una settimana che ad afa già non scherzava. Per cui niente fornelli. Si va avanti a frutta e insalata. E visto che mi pare assurdo accendere il condizionatore prima che arrivi giugno (mi direte: perché? Non c'è un perché. Diciamo che è una questione di pudore nei confronti di madre natura. O a scelta, una dimostrazione di testardaggine che rasenta l'idiozia), si impiegano i più recenti ritrovati della tecnica moderna. Come quello della foto.
Mi pare giusto dedicargli un post giacché il mio compagno di casa e di vita per regalarmelo ha speso un patrimonio. La cifra non la riferisco, ma rapportata ai materiali impiegati, ovvero qualche pezzo di bambù e un po' di carta, è un vero scandalo. Però è di autentica fabbricazione giapponese, e questo spiega tutto, o quantomeno spiega tutto agli otaku che hanno la pessima abitudine (per il portafoglio lo è, quantomeno) di acquistare oggettistica del Sol Levante. E poi, sul ventaglio c'è Totoro.
Non conoscete Totoro?
Vergogna.
Tonari no Tororo ("Il Totoro del vicinato" o "Il mio vicino Totoro") è uno dei più bei film nella storia dell'animazione giapponese, e non solo. Ed è uno di quei film che gli occidentali sembra proprio non riescano a fare.
La storia è semplicissima. Due bambine e il loro papà, per stare vicini alla rispettiva mamma e moglie che si sta curando in un sanatorio (ma si badi bene: la malattia viene trattata non come una tragedia, ma come una cosa normale, che può succedere faccia parte della vita, e dalla quale si può uscire sani e salvi), vanno ad abitare in una vecchia casa in campagna ai margini di una foresta. Nella foresta, all'interno di un enorme albero di canfora, abita Totoro. E' un buffo incrocio fra un gatto, una talpa e qualche altra bestiola pelosa, però in versione gigante. Non parla, in compenso fa crescere le piante, è capace di volare su una trottola e si sposta a bordo di un Gattobus. Le due bambine fanno amicizia con lui, e il padre non si stupisce né le deride quando le sente parlare dei loro incontri con questa singolare creatura metà animale e metà spirito protettore. Non ci sono conflitti, non ci sono incomprensioni, non ci sono tutti quei trucchi stantii che si ritrovano nei film occidentali ogni tre per due. In sostanza, Tonari no Tororo dice che la natura è una sorpresa, che la vita è un'avventura da vivere ogni giorno nei suoi aspetti anche minuscoli, e che le cose, pare strano, possono anche finire bene. E lo dice trasmettendo un senso di meraviglia a ogni fotogramma.
Non mi credete? Do yourself a favor: vedetelo. In Italia ancora non è disponibile e sui vari Amazon e ebay si trovano solo la versione originale e quella in inglese (a cura di mamma Disney, che grazie a John Lasseter ha fatto buon lavoro). Se non conoscete queste lingue, comunque, non credo si offenda nessuno se in un modo o nell'altro vi procurerete momentaneamente il film con i sottotitoli pazientemente tradotti e sincronizzati dai sempre lodevoli fansubber. Dopo averlo visto, sappiatemi dire. E preparatevi, con un po' di fortuna, a vederlo al cinema, l'unico luogo dove l'animazione di Hayao Miyazaki si può apprezzare come dio comanda: da mesi si mormora che tutti i film del Maestro mai arrivati in Italia per una serie di faccenduole (ma a questo dedicherò magari un altro post in futuro) saranno doppiati e proposti su grande schermo a cura di un'importante casa di produzione italiana. Io, personalmente, non vedo l'ora.
Come dite? La ricetta?
Fa caldo.
Cucinate voi. Suggerite voi.
Io al massimo posso arrivare a questo.
Prenderò il mezzo chilo di fragole di Terracina che, beate loro, si stanno godendo il fresco del frigo.
Le laverò, toglierò il picciolo, le taglierò a metà. Non di più, perché sono piccole, cosa che contraddistingue la fragola veramente buona.
Caracollando, mi recherò quindi sul balcone, e coglierò qualche fogliolina di menta dalla mia piantina.
Triterò grossolanamente le foglioline.
Prenderò quindi un vasetto di yogurt greco compatto, e lo metterò a cucchiaiate in due distinte coppette.
Accanto allo yogurt, metterò le fragole.
Sul tutto, le foglioline di menta tritate.
Darò una coppetta al generoso compagno di casa e di vita, e l'altra la scucchiaierò io. Poidiché, con il ventaglio, cercherò di fare ciò che viene descritto nel titolo di questo post.
Non sapete il giapponese? Nemmeno io, ma il mio compagno sì.
"Kaze wo atsumete" vuol dire "raccogliere il vento". E' il titolo di una bellissima canzone degli Happy End, che alcuni ricorderanno perché Sofia Coppola l'ha impiegata come sottofondo per i titoli di coda del suo film Lost in Translation.
Come dite? Chi sono gli Happy End?
Un'altra volta. Oppure cercate su wikipedia.
Buon sabato.

venerdì 22 maggio 2009

Una cucuzza, due cucuzze, tutto il cucuzzaro...

Ieri sera volevo liberarmi delle tristissime zucchine che erano rimaste in frigo ma non avevo proprio voglia di farle stufate in padella come al solito. Pertanto, ho telefonato alla zia Lella e mi son fatta dare qualche prezioso suggerimento per farle ripiene. Ovviamente avevo un terzo degli ingredienti prescritti, e mi sono arrangiata: ma devo dire che son venute decenti ugualmente, pertanto le propongo così come le ho fatte.

Ingredienti (per due persone):
quattro zucchine romanesche - o scure, fa l'istèss - che abbiano una discreta circonferenza (le mie da questo punto di vista lasciavano a desiderare, ma l'arte d'arrangiarsi è prerogativa della cuoca anche pasticciona)
un paio d'etti di formaggio che fonda in forno (scamorza, emmentaler, eccetera: vale quanto già detto per la pizza del pastore)
una manciata di mollica di pane, o una fetta piccola di pane raffermo
tre foglie di basilico
tre foglie di menta
un cucchiaio d'olio
un po' di latte

Preparazione:
tagliate le estremità delle zucchine e mettetele intere a sbollentare in una pentola con acqua sufficiente allo scopo (non devono annegare, basta che siano coperte). Quindi mettetele sotto l'acqua fredda, tagliatele a metà nel senso della lunghezza e ancora nel senso della larghezza.
Armatevi di santa pazienza e con un coltello (sarebbe meglio uno scavino, ma ci si può arrangiare anche con strumenti meno raffinati) togliete la polpa delle zucchine badando a lasciare intatto l'involucro verde.

Mettete la polpa a pezzetti in un padellino, aggiungete il pane, quel tanto di latte che basta ad ammorbidirlo, le foglie di menta e basilico tritate, il cucchiaio d'olio e mettete il tutto a scaldare sul fuoco rimestando con il cucchiaio di legno.

Quando la polpa inizia a sfaldarsi spegnete il fuoco, prendete il frullatore a immersione e riducete il tutto in crema. Se non lo avete, riarmatevi di pazienza e fate con il cucchiaio di legno (e alla prossima occasione comperatelo, sto benedetto frullatore).
Prendete quindi una teglia, foderatela di carta da forno e mettetevi man mano i gusci di zucchina dopo averli riempiti con un cucchiaino della crema di cucuzza, pane e aromi.

Su ciascun mezzo guscio mettete quindi una fetta di formaggio, e su di essa una listerella di zucchina sbollentata (se vi è avanzata come è successo a me) oppure, se piace, una spruzzata di origano.
Mettete la teglia in forno già caldo a 200° e aspettate che il formaggio si fonda: basteranno una decina di minuti, pertanto mettete il timer e godetevi un po' di relax leggendo qualche pagina di quel libro che vi sta piacendo tanto.
Quando il formaggio si è sciolto e ha fatto pure un po' di crosticina dorata, spegnete il forno e portate in tavola.
Oppure, spegnete il forno e attendete continuando a leggere il bel libro il vostro amato commensale che alle 20.15, proprio mentre il timer del forno faceva "drrriiinnn!", vi ha chiamato per dirvi che non è ancora uscito dall'ufficio. Quando il poveretto apre la porta, accoglietelo con una pacca sulla spalla, prendete la teglia e portate in tavola. Quindi sedetevi a mangiare con lui e osservatelo con soddisfazione mentre si spazzola le zucchine ripiene, fa la scarpetta e vi dice che la cena stasera era davvero tanto, tanto buona. E mentalmente ringraziate la zia Lella: il merito è suo.
(Il mio amato bene dice che se continuo a sostenere che cucino male mi prende a scapaccioni. Ik hou van hem).

giovedì 21 maggio 2009

Frittata di fiori di zucca

Questo è un piatto tipico del paese del mio amato bene, il quale piatto ha numerosi vantaggi: è semplicissimo e veloce da fare, riesce sempre ed è buono anche freddo (particolari che contano non poco quando entrambe le metà della coppia tornano tardi, e l'altra metà della coppia fa di media almeno due ore di straordinario al giorno - non pagate, ça va sans dire).
In sostanza è un gigantesco fiore di zucca fritto, ma senza la pesantezza della frittura. Va pertanto benissimo anche per il pasto serale, e vi eviterà di avere un partner che durante la notte balla nel letto la rumba delle noccioline causa digestione laboriosa come il calcolo di un'equazione differenziale.

Ingredienti (per 2 persone):
una ventina di fiori di zucca (o una trentina di fiori di zucchina romanesca)
due etti di fiordilatte (non mozzarella: sono due cose diverse)
un cucchiaio d'olio
un pugno di farina
due acciughette sotto sale (per chi gradisce: io non gradisco)

Preparazione:
prendete una padella antiaderente di circa 20 centimetri di diametro, versateci il cucchiaio d'olio e spargetelo per benino sul fondo roteando la padella stessa. Lavate bene i fiori di zucca e togliete il picciolo e il pistillo; man mano che lo fate, rotolate i fiori umidi in una manciata di farina - che avrete messo in un piatto vicino all'acquaio per fare le cose in tutta comodità - e metteteli quindi nella padella in quantità sufficiente a coprirne bene il fondo senza lasciare buchi, e avendo cura di lasciarne da parte altrettanti che vi serviranno a completare l'opera.
Fatto lo strato di fiori prendete il fiordilatte, tagliatelo "in feteline, a boconi quadri o sicut te piace" (chi riconosce questa citazione senza guardare su google vincerà un dolce a sua scelta) e mettetelo sui fiori, avendo cura di lasciare circa un dito tutt'intorno.

Si mette quindi a chiudere un altro strato di fiori di zucca infarinati, avendo cura anche in questo caso di non lasciare buchi (se ce n'è qualcuno, per inciso, niente di grave, almeno per quanto riguarda lo strato superiore: semmai al momento di voltare la frittata scapperà un po' di ripieno, ma senza il rischio che si attacchi al fondo della padella visto che la cottura è già avanzata).

Si pone quindi la padella sul fuoco tenendo la fiamma ben vivace e mettendo sul tegame (eventuali lettori livornesi sono pregati di non sghignazzare, grazie) un bel coperchio di vetro che avrà il compito di distribuire il calore, cuocendo almeno parzialmente anche lo strato non a contatto diretto con il fornello.
Quando sentite sfrigolare il formaggio saggiate delicatamente con il cucchiaio di legno il fondo della frittata per vedere se si è compattato formando una crosticina bruno-dorata: se è così, è arrivato il momento di rigirare la frittata, al volo se siete bravi, aiutandovi con un piatto o con il coperchio se, come la sottoscritta, non siete bravi.
Fate cuocere per un paio di minuti scarsi finché anche l'altro lato non ha formato la crosticina, quindi spegnete il gas, prendete un piatto piano, fate scivolare con destrezza la vostra frittata sullo stesso e portate in tavola. Oppure non portate in tavola e attendete con pazienza il ritorno del vostro amato commensale: tanto, come già detto, è buona pure fredda.
Moltiplicando adeguatamente le dosi potrete servire senza fatica anche a una nutrita tavolata di ospiti un degno antipasto o secondo piatto, che si rivela ottimo soprattutto se accompagnato da una bella insalata mista (scatenatevi pure con canasta, rucola, cetrioli, finocchi, germogli d'aglio, pomodori e quant'altro: più è ricca, meglio farà apprezzare la frittata). Io ovviamente mi ero dimenticata di acquistare l'insalata, pertanto ho ammannito la pietanza al mio amato bene come da foto, circondata da carciofini ripassati in padella, melanzane stufate, funghi trifolati e due pomodorini di collina: si è fatta apprezzare comunque, al punto tale che la fettina promessa al mio collega Giuseppe è stata sacrificata all'appetito. Ma adesso che Giuseppe ha la ricetta potrà certamente provvedere da sé.

mercoledì 20 maggio 2009

Linzertorte con le fragole

Con questa torta ho avuto un successo clamoroso qualche giorno fa: a parte il piacere di vederla spazzolata alla velocità del suono, i giudizi sono stati tanti e lusinghieri, dal "raffinatissima!" del babbo allo "spaziale!!!" di un collega buongustaio. Questi complimenti non vanno a me, bensì a una di quelle cuoche d'eccezione che, per fortuna delle apprendiste dei fornelli come me, condividono su Internet la loro sapienza e passione per la cucina: nello specifico, una signora emiliana che tiene il Cucinario di nonna Ivana, un vero e proprio equivalente digitale del Talismano della Felicità.
In diverse occasioni ho attinto dal blog di nonna Ivana materiale gastronomico con cui ho fatto la gioia del fidanzato e degli amici (c'è veramente di tutto, dai tradizionali passatelli alle più diverse varianti dello gnocco, dalla zucca impiegata in infinite declinazioni alle sperimentazioni con il daikon, dai pani semplici o aromatizzati a ricette della tradizione ebraica come il leggendario pasticcio ferrarese): la Linzertorte, profumata delizia austriaca a base di nocciole, cacao e marmellata, è solo uno di questi casi.
Chi volesse cimentarsi nella preparazione può trovare tutti i dettagli qui, con dovizia di particolari e ampio corredo di fotografie. Io segnalo la mia piccola variante, la quale per inciso è dovuta al fatto che, da cuoca pasticciona quale sono, non avevo controllato la mia dispensa e pertanto non avevo notato che non si sarebbe trovato un vasetto di marmellata manco mandando in esplorazione un gruppo di speleologi. Me ne sono ovviamente accorta (legge di Murphy!) solo dopo che avevo preparato la pasta e l'avevo diligentemente stesa nella teglia.
Dopo un primo momento di panico, ho riflettuto che forse, essendo la marmellata fatta di frutta e zucchero, si potevano impiegare questi due ingredienti per la farcitura. Per mia fortuna c'erano nel frigo due vaschette di fragole da mezzo chilo ciascuna, acquistate per fare la solita macedonia: ne ho presa una e ho tagliuzzato i frutti in pezzi il più possibile piccoli.
Ho preso una fetta biscottata e l'ho sbriciolata sulla pasta già stesa nella tortiera (un trucco che mi ha insegnato la zia Lella e che serve ad assorbire l'umidità in eccesso della frutta); ho quindi versato sulla pasta le fragole in pezzi, cosparso le stesse con tre cucchiai di zucchero e messo la teglia nel forno invocando santa Rita, patrona delle cause impossibili.
La torta è venuta perfetta, e il merito (giacché ho ragione di dubitare che i santi si disturbino per i pasticci delle cuoche impedite) è certamente della bontà della ricetta, che riesce anche se eseguita alla malepeggio da un'autentica "zappatrice con il mestolo" come la sottoscritta. Visto il successo che ho immeritatamente mietuto, vedrò di rifarla quanto prima: ma la prossima volta, avrò cura di ricontrollare prima il contenuto della dispensa.
(Il mio compagno di casa e di vita mi ha severamente rampognato per essermi autodefinita "zappatrice con il mestolo" e asserisce che io cucino benissimo. Se questo non è amore, non so cos'altro sia.)

martedì 19 maggio 2009

Zuppa di rimasugli

Ieri sera ho deciso di ripulire un po' la dispensa perché mi ero stufata di avere in giro buste, bustine e svariati barattoli che mi occupano qualunque spazio e rischiano di cadermi in testa ogni volta che apro i pensili (sarò pure fidanzata con un ingegnere, ma ancora non ho imparato l'arte di uno stoccaggio razionale. Che poi il suo sarà pure razionalmente disposto in modo da sfruttare ogni centimetro cubo, ma poi per trovare le cose tocca usare il pendolino e la sfera di cristallo).
Frugando in giro ho trovato dei rimasugli di cereali e legumi in quantità troppo scarsa anche solo per due persone; ho aggiunto una delle verdure che stavano a intristirsi in frigo e il risultato, devo dire, non è stato malvagio.

Ingredienti:
70 grammi di riso basmati
70 grammi di riso rosso a chicco lungo
100 grammi di lenticchie rosse
1 cipolla medio-piccola
2 zucchine romanesche con il fiore
1 cucchiaio d'olio
un cucchiaino di curry
due rametti piccoli di erba pepe

Preparazione:
tagliate le zucchine in piccoli pezzi e tagliate a striscioline i fiori di zucchina (ché con codesti chiari di luna non si butta via nulla) dopo aver tolto il pistillo.
In una pentola antiaderente mettete la cipolla tritata a stufare con il cucchiaio d'olio (fuoco bassissimo, coperchio di vetro), e una volta che è diventata trasparente buttate nella pentola il misto di riso e lenticchie e fate tostare per qualche secondo a fuoco vivace mescolando con il cucchiaio di legno. Aggiungete le zucchine e i fiori e date una rapida mescolata.

Versate quindi una quantità adeguata di acqua (calcolate il doppio rispetto al peso del riso e lenticchie, ovvero un paio di bicchieri), aggiungete il curry e un cucchiaino di sale, date un'ulteriore mescolata, mettete il coperchio di vetro e lasciate cuocere a fuoco basso per una ventina abbondante di minuti. In questo lasso di tempo fatevi pure i fatti vostri, avendo cura di controllare ogni cinque minuti per assicurarvi che il tutto non si bruci; aggiungete acqua se gli ingredienti hanno assorbito quella già versata e se, assaggiando, vi accorgerete che il riso è ancora duro. Se necessario, aggiungete anche un po' di sale.
Quando la pietanza ha assunto più o meno la consistenza di un risotto (il riso, soprattutto quello rosso, sarà al dente, le lenticchie invece saranno diventate una crema) spegnete il fuoco, versatela in una scodella, decorate con le foglioline di erba pepe e portate in tavola.
E' buona anche fredda, come ho potuto constatare avendola mangiata a un'ora e passa dalla preparazione causa ennesimo ritardo del fidanzato tapino: pertanto è consigliabile a tutte coloro che nella vita si accompagnano a ingegneri, informatici e altre categorie per le quali gli straordinari sono ordinari.

lunedì 18 maggio 2009

Pan di Spagna di Tania

In piedi vicino al frigo, con un'espressione a metà fra il divertimento e lo sconcerto, Tania mi guarda con benevolenza e fa: "Mia madre ti avrebbe già cacciato dalla cucina..."
Non posso darle torto: sul piano di lavoro dove sto faticosamente preparando un dolce ci sono impilati a totem vaschette vuote di plastica, vasi di olii aromatici che dovrebbero trovarsi altrove e contenitori di zucchero e farina che minacciano di precipitare sul pavimento da un momento all'altro, mentre nel lavello si accumulano pian piano gusci d'uovo e utensili vari che nemmeno una passata di napalm potrebbe pulire. Non ci faccio una gran figura in una situazione del genere, ma ci tengo alla presenza di Tania e ai consigli che mi può dare in corso d'opera: perché Tania è Tania, mica una qualsiasi.
Per descriverla, bastano due parole: cuoca sopraffina. E' una di quelle rarissime persone che sentono descrivere un piatto, decidono di cucinarlo e, sebbene non l'abbiamo mai fatto in vita loro, al primo colpo vien fuori un capolavoro gastronomico da premio. Le pietanze del suo vastissimo repertorio, poi, le fa fischiando e cantando, e mentre opera miracoli ai fornelli intrattiene gli ospiti, si prende cura del marito, risponde al telefono e zittisce il cane. C'è chi può e chi non può: lei può. Pertanto sono felice di postare la ricetta del pan di Spagna che mi ha inviato stamattina: una ricetta che da lungo tempo fa parte del patrimonio mangereccio della sua famiglia e che, mi assicura, è "molto affidabile e lungamente sperimentata".

Ingredienti:
4 uova intere fresche
200 grammi di zucchero semolato
200 grammi di farina 00
un pizzico di sale fino
una bustina di lievito per dolci

Preparazione:
"Con lo sbattitore elettrico in una ciotola capiente sbatto le uova con lo zucchero e il sale, per 3-4 minuti.
Aggiungo sempre continuando a sbattere la farina un cucchiaio alla volta, e solo in ultimo il lievito, continuando a sbattere per non più di due minuti.
Verso il tutto in una teglia imburrata e infarinata e cuocio nel forno già caldo per 30 minuti circa. La temperatura indicativa per il forno a gas è tra i 170° e 180°, per il forno elettrico e termoventilato è di circa 170° (il dolce si deve cuocere anche dentro e il forno ventilato tende a bruciare). Consiglio inoltre di riscaldare il forno per almeno 15 minuti alla gradazione indicata.
Una nostra amica separa l'albume dai tuorli, li sbatte a parte e li unisce al composto prima del lievito. Così è la procedura ottimale, ma è anche più lunga".
Così parlò Tania, così trascrivo io. Qualcosa mi dice che quando tenterò di preparare il suo pan di Spagna il risultato sarà un mattone invetriato della consistenza di una palla da tennis. Ma come detto, c'è chi può e chi non può. Io non può.

sabato 16 maggio 2009

Nihon-no doyoubi (sabato nipponico)


Come tutti coloro che per necessità e per passione si trovano a darsi del tu con i fornelli sette giorni alla settimana, anche a me ogni tanto piace astenermi da padelle e pentole: soprattutto se si tratta di mangiare qualcosa che prevede una scienza cucinaria per ottenere la quale sono necessari anni di apprendistato. Quello che potete ammirare nella foto (pessima, ma con il telefonino - semiscarico per giunta - era il massimo che si potesse ottenere) è il piccolo capolavoro che ci è stato servito oggi da Hamasei: un sushi lunch con nigiri e maki completo di insalata, zuppa di miso e frutta.
Hamasei è tuttora il ristorante giapponese della Capitale: aperto negli anni Settanta, è stato per diverso tempo l'unico luogo dove i nippofili romani potessero trovare un approdo gastronomico. Adesso sparsi in città se ne trovano diversi, alcuni di qualità tout court pestifera, altri che propongono cucina fusion ai fighetti dei Parioli con il portafogli ripieno, altri ancora discreti per quanto dal pedigree incerto (la maggior parte sono infatti gestiti da cuochi e personale cinese: un particolare che fa storcere il naso ai puristi, ma che suppongo non faccia fare gnanca un plissé ad altri miei conterranei che appellano abitanti del Celeste Impero e del Sol Levante indistintamente in questo modo). Per chi vuole assaggiare cucina nipponica tradizionale, e scoprire che non è fatta, come credono in tanti, esclusivamente di riso bianco e pesce crudo, Hamasei resta però un punto di riferimento: si troveranno ogni volta piatti preparati con sapienza, un servizio impeccabile e un ambiente discreto e tranquillo (l'atmosfera è infatti tale da zittire completamente anche una comitiva di gitanti di Modena).
Se poi si ha l'accortezza di andare a pranzo anziché a cena, con soli 15 euro si avrà la soddisfazione gustare un pasto completo come quello ritratto nella foto: un vantaggio non da poco, soprattutto se prima si è visitata la mostra di Hiroshige in programma al Museo del Corso, e la smania nippofila vi ha fatto svuotare il bookshop con acquisti di cataloghi, cartoline, magneti e altre amenità che hanno inferto un colpo mortale al bilancio familiare.

venerdì 15 maggio 2009

Purè di melanzane

Le melanzane sono per me un'autentica passione, fortunatamente condivisa dal mio compagno di casa e di vita: pertanto le impiego in cucina ogni volta che posso, sapendo di fare cosa gradita a lui e a me. Fra gli evergreen da proporgli a cena (a pranzo, da bravi impiegati che ci mettono a raggiungere il lavoro un tempo bastevole alla lettura del Mahabharata, non ci vediamo se non nel finesettimana) c'è questa ricettella di semplicità quasi vergognosa: sono sufficienti un paio di ingredienti base, una pentola munita di coperchio di vetro, e questo è quanto.

Ingredienti:
tre melanzane di media grandezza (da prediligere quelle del tipo lungo e stretto)
due spicchi d'aglio
un cucchiaio d'olio
mezzo cucchiaino di curry (o uno intero, se vi piace il piccante)
qualche fogliolina di erba pepe

Preparazione:
lavate le melanzane, eliminate il picciolo e tagliatele a cubetti. Togliete l'anima all'aglio (non vi sto suggerendo di compiere un rito voodoo, bensì di eliminare la parte interna dello spicchio: aiuterà l'alito e la digestione), mettetelo con il cucchiaio d'olio in una pentola antiaderente e fatelo imbiondire a fuoco basso.
Aggiungete le melanzane, un pizzico di sale e il curry, date una mescolata e mettete sulla pentola un coperchio di vetro: poidiché, avendo cura di mantenere il fuoco bassissimo e di dare una controllata alla cottura ogni 7-8 minuti, potete dedicarvi ad altro (scaricare la posta, annaffiare le piante, telefonare a quell'amico che minaccia di togliervi il saluto perché non vi vedete da lunga pezza, e così via).
Quando le melanzane si sono cotte - ve ne accorgete dall'aspetto appassito e dal fatto che riuscite a infilzarle con la forchetta manco foste Zatoichi - spegnete il fuoco e lasciate raffreddare per cinque minuti a pentola scoperta.
Prendete il frullatore a immersione e con esso tritate le melanzane direttamente nella pentola fino a ridurle in crema; nel caso non disponiate di questo utilissimo attrezzo, armatevi di santa pazienza e schiacciatele con il cucchiaio di legno (nota per Dario: non quello che si impiega per fare i dolci, quell'altro cucchiaio di legno).
Travasate il purè in una scodella, guarnite con l'erba pepe tritata, e portate in tavola. Servendolo insieme a bocconcini di petto di pollo cotti in padella con un filo d'olio e un rametto di rosmarino e accompagnandolo con fette di pane tostato o riso in bianco, avrete pure la soddisfazione di aver messo insieme in poco tempo un menù di discreta figura.

giovedì 14 maggio 2009

Riso con il latte (per Valentina)

Questa ricetta è dedicata a una futura bimamma, come lei stessa si definisce. Io posso dire che, oltre a essere tale, Valentina è anche una donna di fulminante sense of humour e notevole capacità di scrittura (per averne riprova leggete il suo blog Passodoppio, spassosissima cronaca quasi minuto per minuto della sua gravidanza). Per lei, più che un dolce sarebbe adeguato un piatto come la jambalaya, saporito e ricchissimo di spezie, ma temo che a proporlo a una donna in attesa mi attirerei le ire di parenti, dietisti e bempensanti: pertanto dedico a lei e alla sua pancia questo dessert che nel mio paese è legato alla festa dell'Ascensione, e nella mia memoria all'infanzia.
La versione che posto non è esattamente quella del ricettario sannita perché, tabelle alla mano, ho tenuto un conto il più possibile basso delle calorie: la dose è per due, ovvero la futura bimamma e il futuro bibabbo.

Ingredienti:
100 grammi di riso da minestra
1 litro di latte parzialmente scremato
una stecca di cannella
un cucchiaio di miele millefiori

Preparazione:
versare in latte in una pentola capiente a sufficienza e se possibile antiaderente, metterlo sul fuoco tenendo bassa la fiamma, aggiungere la stecca di cannella e, quando si alza il bollore, il riso; mescolare continuamente in modo che non si attacchi al fondo.

Quando il riso ha assorbito tutto il latte togliere la pentola dal fuoco, eliminare la cannella, incorporare il miele dando una breve mescolata energica e lasciar raffreddare.
Mettere il riso in due coppette e porle in frigo per una mezz'ora (accorgimento non necessario in inverno, a meno che non teniate i termosifoni a pieno regime): mangiare quindi il dolce rigorosamente in due, in posizione comoda e rilassata.
Per renderlo più buono condirlo con un pizzico di cacao o cannella in polvere sulla superficie, o scucchiaiarlo dandosi un bacetto ogni tanto.

mercoledì 13 maggio 2009

Tè chai - The empire strikes back

Mi è appena giunto un messaggio da parte di Mauro, dal cui ricettario avevo preso apportandovi alcune modifiche la ricetta del tè chai. Lo posto esattamente come l'ho ricevuto.

"Questa è la ricetta originale secondo Mauro, come tramandata da Alberto che l'apprese dai monaci in Tibet:
1 tazza di latte di yak appena munto,
1 tazza di acqua,
pezzi di radice di zenzero sbucciato,
un cucchiaio di tè nero,
un cucchiaio di zucchero di canna.
Portare ad ebollizione sino ad ottenere una crema molto fluida, scolare & trakannare :)"

Dedicata ad Alberto che non c'è più, eppure c'è ancora. Omnia vincit amor.

Pizza del pastore

Giacché da persona amica mi è arrivato un lisciebbusso riguardo le ricette postate ("Ma che fai, solo dolci proponi? E il girovita? E i trigliceridi?"), mi sembra opportuno presentare una pietanza non da dessert, ma che può eventualmente ben precedere il dessert come piatto unico.
La ricetta l'ho imparata un'era glaciale fa - era il 1994, e io una studentella che stava facendo l'Erasmus - da Annelies Egberink, mia coinquilina a Nijmegen, misconosciuta cittadina olandese: abitavamo in una casa che il Comune minacciava di buttar giù, unica soluzione abitativa trovata in loco che fosse a un prezzo decente (problema che gli studenti fuorisede affrontano anche nella libera Olanda), e tutte le sere ci si alternava ai fornelli. La pizza del pastore era uno dei cavalli di battaglia per risolvere la cena: estremamente duttile, ideale per ripulire eventuali rimasugli verdurizi rimasti nel frigo, e liberamente implementabile a seconda della fantasia.
Considerate pertanto la ricetta che segue come una base su cui dare libero sfogo al vostro ardore cucinario: le quantità non sono indicate, in quanto variano a seconda dei commensali e del loro appetito.

Ingredienti:
patate, che essendo elemento base della pizza non devono mai mancare;
verdure miste: carote, zucchine, peperoni e cipolle per realizzare una classica ciabbotta, ma vanno altrettanto bene foglie e fondi di carciofo, broccoli, scarola, spinaci, agretti, cavolo nero, olive nere e verdi, pomodori secchi tagliati a pezzi, e qualunque vegetale garbi al gusto;
formaggio atto a fondere in forno tagliato in fettine sottili: consiglio per il sapore l'emmentaler - l'ideale sarebbe il gouda, purtroppo da sconsigliare qui in Italia visto che si trova solo nell'orribile versione da export -, ma a seconda del gusto o dei rimasugli in frigo van benissimo scamorza passita (non mozzarella), pecorino sardo non stagionato e anche il temibile galbanino; da bandire le sottilette per questione ideologica e per il sapore e consistenza da brivido.

Preparazione:
si mettono a lessare le patate già sbucciate (per chi lo gradisce, suggerisco di mettere nell'acqua della lessatura una manciatona di curry o altra spezia gradita, che darà alle patate that special kick), poidiché le si riduce in purè;
nel frattempo si preparano le verdure, stufate e cotte come più piace, o si cavano dal frigo i temibili rimasugli di verdure cotte che stanno lì ad agonizzare;
si prende una bella teglia antiaderente (ma vanno benissimo pure quelle di alluminio usa e getta), la si unge d'olio o burro e la si fodera di pangrattato cui, se piace, si può mescolare dell'origano;
si fa uno strato di purè che copra il fondo e i bordi della succitata teglia;
sul fondo di patate si adagiano le fette di formaggio, a coprire tutto senza lasciare buchi;
sul formaggio si mettono le verdure;
sulle verdure, ulteriore strato di fettine di formaggio;
sulle fettine di formaggio, uno strato finale di purè;
se si vuole si cosparge quindi la superficie della pizza con spruzzata di pangrattato, due fiocchetti di burro e manciatina di origano o parmigiano grattugiato, altrimenti la si inforna così com'è in forno già caldo a 200° ;
si attende quel tanto che basta a far fondere il formaggio (in genere è sufficiente un quarto d'ora);
si porta in tavola tutta la teglia e si fanno le porzioni sul momento, avvertendo i commensali che la temperatura è più o meno quella del caffè della signora Pina ("TREMILA GRADI FAHRENHEIT!!!"), per cui facessero molta attenzione.
La pizza del pastore (per inciso, il nome pare sia dovuto alla vergognosa quantità di cacio prevista dalla ricetta) è un piatto unico completo e risolve pertanto la serata in caso di ampio numero di ospiti. Si può anche surgelare in comode monoporzioni e risolve pertanto la serata, e con grande soddisfazione gastronomica, pure al single (o alla coppia) che torna a casa a orari impossibili e al pensiero di mettersi ai fornelli medita il seppuku.

martedì 12 maggio 2009

Crema pasticcera di zia Lella

La crema pasticcera è una delle ricette che nell'armamentario di una cuoca, anche di quart'ordine, proprio non possono mancare. Per me, è indissolubilmente legata alla zia Lella.
La zia Lella ha ottantatre anni da poco compiuti e nonostante l'età e acciacchi vari è, come si dice al paese mio, "tòshte come na préte": fa la spesa da sola, lava e stira montagne di camicie (perché si sa, "la lavanderia non le fa bene") e, ça va sans dire, è tuttora perfettamente in grado di allestire un pranzo di sedici portate.
Non si è mai sposata malgrado avesse ecatombi di corteggiatori, nonostante ciò si è trovata ad accudire, come spesso succede, pargoli di tutte le età, dai fratelli ai nipoti. E visto che occuparsi di creature, far la spesa e stirar camicie impiega parecchio tempo, la sua cucina tende naturalmente a ottenere il massimo del risultato con il minimo sforzo: le sue ricette sono di esecuzione semplice e veloce, e quella della crema pasticcera non fa eccezione. Ne troverete sicuramente mille altre che suggeriscono l'impiego di fecola anziché farina, di un terzo di albume ogni tuorlo per garantire una maggior tenuta, di zucchero di canna anziché del volgare semolato, di rossi d'uovo alla temperatura di 7 gradi centigradi pena il fallimento e l'esilio da tutte le scuole di cucina del regno. Ma per me, la sua è la migliore.

Ingredienti:
un rosso d'uovo
un cucchiaio raso di farina
un cucchiaio di zucchero
un bicchiere di latte intero
un pezzo di buccia di limone (solo la parte gialla)

Preparazione:
in una pentola di media grandezza battete il rosso d'uovo con lo zucchero fin quando non diventa spumoso e aggiungete quindi la farina continuando a battere (i puristi suggeriscono la frusta a mano, la zia impiega il frullino elettrico e ne benedice l'inventore, essendo della generazione che si è fatta venire il gomito del tennista a furia di montare albumi impiegando la forchetta). Versate pian piano il latte mescolando in continuazione fin quando il composto di uovo, zucchero e farina non si è completamente sciolto e aggiungete la buccia di limone.
Mettete la pentola sul fuoco (che va rigorosamente tenuto basso) e mescolate con un cucchiaio di legno in senso circolare, sempre lo stesso, per evitare che la crema impazzisca: i patiti della tecnologia votano per il frullino elettrico anche in questa fase, io in questo caso mi attengo alla old school perché non voglio trovarmi una pioggia di schizzi sulle mattonelle della cucina e 'ngopp' 'u z'nàle (sul grembiule, per chi non è nato nel Sannio).
Non appena la crema accenna a bollire e inizia ad addensarsi ("vela il cucchiaio", dicono le cuoche comme il faut), va tolta dal fuoco. Aggiungete un pezzo di burro - non è necessario, ma la zia lo usa perché la crema assume un aspetto liscio e setoso, e anche l'occhio vuole la sua parte -, mescolate energicamente un paio di volte per farlo fondere a dovere e lasciate riposare, godendovi nell'attesa il piacere sublime di leccare la cucchiarella.
Una volta raffreddata, la crema è pronta per l'impiego: come dessert, è ottima servita in coppette con una spruzzata di cannella o un'amarena sotto spirito, oppure per accompagnare biscottini o il panettone di chiare d'uovo (altro cavallo di battaglia della zia, che merita un post a parte); se serve per farcire una torta, basta una dose doppia di ingredienti per un dolce di media grandezza.

lunedì 11 maggio 2009

Biscotti di pasta frolla (per Dottor P)

Questi biscotti rappresentano secondo me il grado zero della scienza cucinaria: la loro preparazione è alla portata di tutti (sottolineo tutti: bambini in età scolare, capitane d'industria che non si danno del tu manco con la caffettiera, ingegneri informatici...) e, a conferma che spesso le cose semplici son le migliori, sono grandemente apprezzati da golosi di ogni genere sia da soli che accompagnati da crema, marmellata e quant'altro.
La ricetta mi è stata chiesta da Dottor P, ingegnere informatico che, a riprova dell'eccezione che conferma la regola, sa cucinare.

Ingredienti:
farina gr 350
zucchero gr 150
burro gr. 160 (tirato fuori dal frigo un'ora prima dell'uso - accorgimento da evitare in piena estate)
2 uova (1 intero e 1 tuorlo)
mezza bustina di lievito
buccia grattugiata di 1 limone
un po' di succo del suddetto limone
1 cucchiaio di marsala (o di altro liquore che capiti a tiro, purché non eccessivamente aromatico come l'anisetta o simili: io ho impiegato anche il bourbon, che dà eccellenti risultati soprattutto se si aggiunge cacao alla pasta)

Preparazione:
accendere il forno a 200°. Mentre il forno si scalda, su una spianatoia si mette la farina a fontana e al suo interno lo zucchero, l'uovo più il tuorlo, il burro ormai morbido tagliato a pezzetti, il lievito, la buccia più succo di limone e il liquore e si impasta il tutto finché la pasta non diventa liscia e morbida. Volendo si può fare a metà la palla di pasta e aggiungere a una parte un cucchiaio o due di cacao rigorosamente senza zucchero: in tal caso, ci sta bene pure una spruzzata di cannella.
Con la pasta si fanno tante ciambelline (la cui superficie, se si vuole, si può coprire con zucchero semplice, zuccherini colorati o mandorle a lamelle), le si mette su una teglia foderata di carta da forno - abbastanza distanziate perché durante la cottura si gonfiano - e le si inforna per circa mezz'ora. Conservate in una scatola di latta rimangono buone per almeno cinque/sei giorni: beninteso, purché abbiate la cura di nascondere la scatola nel più recondito recesso della dispensa onde salvarne il contenuto dalle avide manine dei familiari.
Varianti: anziché fare le ciambelle si stende la pasta allo spessore di circa 1 o 2 millimetri e la si ritaglia in tanti dischi con un bicchiere. Al centro di ogni disco si mette un cucchiaino di marmellata, possibilmente fatta in casa, oppure di crema (anche questa fatta in casa: mi riservo di postare la ricetta al più presto). Si richiude il disco formando un panzarotto, si premono bene i bordi per evitare che il ripieno scappi fuori durante la cottura e li si inforna come le ciambelline.
Questa pasta è eccellente anche per fare la crostata o la torta della nonna, farcita con crema pasticcera e pinoli interi o tritati: il successo è garantito.

Nota per eventuali puristi
Signori, io lo so che definire "frolla" una pasta che preveda lievito nella ricetta è un abominio, una bestemmia, una roba per cuoche di quart'ordine. Ma io sono una cuoca di quart'ordine, e i purismi li lascio a chi di cucina è maestro.

domenica 10 maggio 2009

Tè chai di Mauro

Non posso esimermi dal proporre questa ricetta come primo post: la descrizione del tè chai è stata infatti quella che ha causato il commento all'origine di questo blog.
Chi conosce anche per sommi capi la cucina indiana sa che non esiste una ricetta di tè chai: se la si chiede a dieci casalinghe locali ciascuna darà la sua versione, argomentando vivacemente sul fatto che è quella originale e tutte l'altre sono fetecchie e imitazioni (del resto, succede anche da noi: provate a Firenze a chiedere la ricetta della ribollita alle famiglie di un palazzo e vi ritroverete con tante versioni da poterci scrivere un trattato). In sostanza, comunque, è un tè con l'aggiunta di latte e di spezie, le quali variano a seconda del gusto e della disponibilità. La versione che propongo è basata, con alcune piccole aggiunte, su quella di Mauro, un mio caro amico che fra le sue mille qualità ha pure quella di essere cuoco provetto e ricchissimo di fantasia.

Ingredienti:
per ogni persona, calcolare 1 tazza di acqua e 1 di latte intero

Spezie calcolate per 4 persone:
radice di zenzero fresco, sbucciato e tagliato a rondelle, quantità all'incirca un pollice (ma se vi piace, abbondate pure)
10 semi di cardamomo
1 stecca di cannella
1 pezzetto di macis (vanno altrettanto bene semi di fieno, coriandolo, trifoglio, a seconda del gusto)

Preparazione:
si mette sul fuoco in pentola capace l'acqua con le spezie, finché non bolle;
alzatosi il bollore, si abbassa la fiamma e si aggiungono il latte e un cucchiaino colmo di zucchero per persona;
si rialza la fiamma e si fa bollire il tutto per 5 minuti, mescolando in continuazione;
si spegne la fiamma e si aggiunge per ogni persona un cucchiaio raso di tè nero non aromatizzato (darjeeling o simili);
si lascia riposare per qualche minuto a seconda che si voglia il tè più o meno potente, quindi si filtra e si serve.
E' ottimo sia da solo che per accompagnare dolci secchi con una buona dose di burro (biscotti di pasta frolla, crostate e simili). Eccellente anche come bevanda da meditazione, magari mentre ci si rilassa leggendo un bel libro: ad esempio Il senso di Smilla per la neve, dove il tè chai è uno dei prodigi culinari con cui il goffo Peter stupisce la protagonista.

venerdì 1 maggio 2009

Se una notte d'estate un commissario

(settembre 2003)

Disclaimer: Montalbano è frutto della creatività del Sommo, Andrea Camilleri. Mi sono limitata a prenderlo in prestito, nella migliore tradizione slash. Nel caso remoto che sotto gli occhi del Sommo e della signora Elvira Sellerio capitasse questo mio parto, li pregherei di non farmi causa considerando che il mio stipendio è miserando e ho sedici nipoti (più due in arrivo) cui fare regali da zia amorosa col suddetto miserando stipendio.
Spoiler: riferimenti assortiti a Il giro di boa. La vicenda si situa a qualche mese di distanza.
Rating: un mero PG (Parental Guidance), ma se l’omosessualità vi causa problemi, lasciate correre e indirizzatevi altrove.
Sommario: un’indagine di fine estate che si tramuta in qualcosa d’altro.
Ringraziamenti: a Paola per i preziosi suggerimenti linguistici e a Pilù che mi ha gratificato sganasciandosi dalle risate durante la lettura, per poi spiegarmi che l’ilarità era dovuta alla punteggiatura balenga.
Nota dell’autrice: questo è il primo slash italiano dedicato al commissario Montalbano. Se lo trovate una ciufega, considerate che senza Re Enzo non ci sarebbe stato lo Stilnovo.
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S’arrisbigliò di botto, un peso di chiummo gli opprimeva la panza, gli levava il fiato, tanto che pensò di essere vittima di uno di quei mostri che, a notte funna, si assittano sul petto dei mortali per mandargli il sonno a patrasso. Macari la testa gli pareva divenuta di chiummo, e allo stesso momento firriava, girava senza sosta, un virivirì di pinsèri e lampi e colori (oro, giallo, nìvuro, verde musco, un azzurro di mare e di lavanda) che si mescolavano alla sanfasò come pisci in una zuppa.
Provò a susìrisi, ma il peso sul petto era tale che ci arrinunciò subito, non era cosa. Anche quella un’avvisaglia di vecchiaia, pinsò amaramente a occhi chiusi, o forse era la chilata e passa di sarde a beccafico della sera prima che lo teneva inchiodato sul materazzo manco fosse Cristo sulla cruci. Ancora mezzo addrumiscito, principiò a girarsi e sentì il chiummo che gli si serrava maggiormente intorno alla panza, seguiva il movimento come un boa costrictor che, presa la preda, approfitta del suo dimenarsi per stringere le spire, suffocarla e poi sbafarsela con tutto comodo. L’immagine gli causò una tale botta di scanto che schizzò fòra definitivamente da the country sleep, come lui e Livia chiamavano il sonno, da una poesia di Dylan Thomas che gli piaceva assà. Montalbano restò ammammaluccuto per qualche istante prima di rendersi conto dell’evidenza. Il chiummo non era dovuto né alla sbafata di sarde né a qualche laida creatura mitologica che se la scialasse a stargli assittata sullo sterno. Dintra il suo letto c’era qualcuno, un qualcuno che si abbarbicava a lui come una patella allo scoglio.
La testa gli si svacantò di botto, rifiutandosi di fare il suo dovere che era appunto quello di pinsàre, riflettere, fare connessioni, arrivare logicamente a una conclusione. Quello era uno di quei casi in cui il ciriveddro, ancorché da sbirro, decideva che era opportuno prendersi una jornata di permesso. In mancanza di meglio aprì gli occhi, e con lentezza da vavaluci girò la testa verso la massa incuponata sotto le linzòla. Nenti di nenti si distingueva nella penombra della càmmara, non una ciocca di capelli, non un vrazzo o una gamba; solo una forma longa, longa assà, a un punto che, calcolò, se non gli stava a pari di statura lo soperchiava. Aggiarnò. Ingrid. Ma cosa era accaduto perché la svidisa gli finisse dintra il letto? E soprattutto, cosa era successo di poi dintra il letto? Si erano curcati insieme come altre volte in spirito più o meno fraterno, o forse…
Lo squillo del telefono gli troncò il pinsèro a mezzo, e gli causò un sobbalzo che avrebbe spostato altro che chiummo. Il boa costrictor rafforzò la presa mentre le linzòla si muovevano appena appena, parevano il mare quando c’è appena una bava di vento. Nella penombra Montalbano taliò la sagoma dell’apparecchio con odio, suffocando i santioni che a tinchitè gli acchianavano alla bocca e la tentazione di mandarlo a scrafazzarsi contro la parete. Gli squilli continuarono, tre quattro cinque, mentre il vento aumentava e le spire si stringevano, non solo si stringevano, ma dalla panza principiavano a scivolare abbascio. Al sesto squillo prese la cornetta.
“Pronto”.
“Salvo”.
Madunnuzza beddra.
“Livia”.
“Salvo, dove sei stato?”
Cosa dirle? Che non sarebbe arriniscito a ricordarsene manco sotto tortura?
“Niente, dovevo…”
“Salvo, avevi detto tu che mi avresti chiamato alle dieci. Ho aspettato mezz’ora e poi ti ho chiamato io. Ho provato fino a mezzanotte, e non c’eri”.
“Ho avuto un imprevisto”.
L’imprevisto, forse distrubbato dai rumori, si cataminò, stinnicchiò le gambe, le impiccicò di nuovo alle sue. Montalbano sentì una testa incarcare sulla sua spalla, quindi un sospiro lèggio, che pareva esprimere soddisfazione per aver trovato, finalmente, un porto sicuro dove iettare l’ancora.
“Salvo”.
“Sì”.
“Sei ancora più reticente del solito. Mi vuoi dire che succede?”
“Nenti, Livia, non succede…”
“Non fare lo stronzo”.
Era arraggiata, ma era una rabbia, lo sapeva, che affondava tronco e radici nella preoccupazione. Dopo il colpo di revorbaro che si era preso qualche mese prima e che per poco non lo aveva reso un catafero da sotterrare al cimitero, Livia era diventata apprensiva. Finita la convalescenza e tornata lei a Boccadasse, dovevano sentirsi tutte le sere che u Signuruzzu mannava in terra. Montalbano aveva l’impressione che lei lo seguisse passo passo, certe volte aveva persino avvertito la presenza di qualcuno che lo spiava. Era improbabile che Livia avesse messo un detective a pedinarlo. Forse, arreturnata la salute, era la premura di lei che principiava a farlo sentire braccato come…
“Sei ancora lì?”
Imparpagliato, Montalbano taliò la cornetta. Si era talmente immerso nei sò pinsèri da dimenticarsi completamente che le doveva una risposta, o almeno tentare di arrangiarne una che sonasse un minimo plausibile. Provò a spremersi il ciriveddro, ma nisba, nada, nenti, non ne cavò nemmeno una parola. Penosamente, la risposta fu un borbottio che non aveva nulla a che vedere con l’associazione fra signifiant e signifié prevista dalle regole della semantica. La svidisa pensò bene di associarvisi con un mugolio vascio, di ventre panza e gola, che pareva quello di un armàlo sazio e che gli rintronò nel petto, nelle ossa, seguendo filo filo stommaco sterno e testa e infilandosi, ne fu pirsuaso, fin dentro la cornetta e da lì lungo metri e metri di cavi da Marinella alla casa di Boccadasse, veloce come Aladino sul tappeto volànti, arrampicandosi dintra i muri dell’appartamento per giungere fino all’orecchio di Livia. Nonostante il càvudo della notte estiva, si sentì agghiazzare.
“Salvo. C’è qualcuno con te?”
Adesso gli sembrava di essere al Polo, quasi si stupì di non vedere pinguini e orsi bianchi popolare la càmmara.
“Li…”.
Clic.
Rimase un minuto bòno a sentire il tu-tu-tu che veniva dalla cornetta. Poi riappese. Era inutile richiamarla, fornire una spiegazione qualunque fosse, fari ‘u ntollu, con la mera presenza di Ingrid bastevole a confondere macari Sant’Antonio a lu disertu. La quale Ingrid non mugolava più, ma emetteva a intervalli regolari un suono da gatta stinnicchiata al sole, soddisfatta di potersela scialare. Non v’erano dubbi: la svidisa faceva le fusa. Doveva essere stata una nuttata memorabile. Solo che lui, della nuttata memorabile, non ricordava il resto di nenti.
Con aria ebete, taliò la massa ammucciata sotto il groviglio di linzola, quindi adascio adascio fece scivolare la mano lungo il braccio che gli cingeva la panza, o meglio quella parte della panza oltrepassata la quale c’è the point of no return. Le dita passarono su tanticchia di peluria e poi incontrarono una pelle ca pareva seta e velluto, ma su nu vrazzu da fabbro ferraio. Montalbano strammò. Qualcosa non quatrava. E da quando in qua Ingrid si era messa a fare culturismo?
La massa si cataminò e gli si fece ancora più dappresso, distendendoglisi allato per tutta la lunghezza, con i movimenti lenti di chi è ancora incerto fra l’arrisbigliarsi e il continuare a dòrmiri. Aveva un calore di forno, pareva irraggiare nel buio un’elettricità a basso voltaggio, ma che all’occorrenza poteva abbrusciare una foresta intera. Le fusa continuavano, interrompendosi di tanto in tanto per qualche attimo, riprendendo poi a ritmo regolare. Montalbano auscutò attento. Non erano fusa. Era nànfara. La svidisa si era presa il raffreddore, forse era stata una botta di friddo, la guazza notturna, e avendo il naso chiuso…
Il sciauro. Ecco cosa davvero non quatrava. Da quell’abbraccio nel boschetto di querce mentre attendevano la macchina di Marzilla che portava alla villa i due mercanti d’omini, l’odore di Ingrid gli era rimasto stampato, non nella capa, ma nelle nasche, sciauro di albicocche mature che ne bastava una stilla per far venire pensieri vastasi financo a un eremita. Non era odore di albicocche quello che aleggiava nella stanza. Sbirrescamente, il suo naso fiutò e distinse i diversi sentori che imprenavano l’aria: whisky (ecco forse disvelato il motivo della subitanea amnesia che lo aveva colpito), sudore, assurdamente olio d’oliva, un qualcosa di dolciastro che non riuscì a identificari, e lontano, appena una sfumatura, un odore azzurroverde che pareva mescolare acqua marina, lavanna seccata al sole, muschio appena divelto dal tronco di un àrbolo…
Addrumò la luce. La testa che non era di Ingrid si mosse, guadagnò qualche centimetro, gli acchianò nell’incavo fra la spalla e il collo. Dal linzolo, che si era spostato appena, spuntava ora una ciocca di capelli. Erano tagliati corti, e non avevano nulla dell’oro che incorniciava la capa della svidisa: alla luce della lampada il colore era di scorza, o di terra asciutta, attraversata da venature più chiare. Montalbano chiuse gli occhi. Femmine con i capelli corti e di quel colore non ne conosceva, o almeno non accusì bene da decidere, di punto in bianco, di farci l’astutacannila.
Tenendo gli occhi inserrati, adascio adascio tirò via il linzolo, muovendosi all’urbigna, finché non fu sicuro che assieme alla testa che non era di Ingrid fosse scoperta macari la faccia che non era di Ingrid. Quindi raprì gli occhi e taliò.
Il suo vice Mimì Augello, i capelli assuppati di sudore, dormiva con la tranquillità di un angileddru.
Montalbano astutò la luce. Non servì a niente. Il buio rendeva anzi più evidente il peso di Mimì, la pelle di Mimì, il ronfare lento e lèggio, quasi musicale, lo smoversi regolare dello stomaco attaccato al suo fianco che premeva e lasciava, premeva e lasciava seguendo il ritmo del respiro. E il vrazzo di Mimì, seta e ferro e caluri, che nel frattempo aveva raggiunto e superato the point of no return. Restò immobile, attento a non cataminarsi, ma se il corpo era fermo il ciriveddro vorticava invece come una tromba marina. Cosa era accaduto perché il suo vice gli finisse dintra il letto? E soprattutto, ma la mente si rifiutava di formulare la domanda, cosa era successo dintra il letto?

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Era uno di quei periodi in cui non succede nulla, nenti di nenti, non una rapina, non uno scippo, non un picciotazzo che facesse il vastaso in sella al motorino, perfino i Cuffaro e i Sinagra parevano aver concluso una tregua e la quota di reciproche ammazzatine era ferma in parità da tempo immemorabile. Uno di quei periodi in cui la bonaccia è assoluta e l’unica occupazione possibile era firmare pile di mallitti documenti, rimanersene assittati e taliare la parete auscutando il ticchettio dei pinsèri, o percorrere passo passo il lungomare fino al molo di ponente sgranocchiando la càlia e simenza presa alla consueta putìa.
Assittato alla scrivania, i gomiti appoggiati sul legno, le mani sulla faccia, Montalbano taliò la càmmara attraverso le dita. La strada taceva. Il telefono taceva. Il commissariato taceva. Tutto taceva. A paragone, l’ufficio del catasto sarebbe parso lo scenario di una pellicola di Tarantino. La jornata era stupenda, il cielo azzurro da cartolina, un sole che pareva uscito dal disegno di un picciliddro. Una pace che metteva la smania, gana di fare voci, di tirare calci, di iettare all’aria la pila di carte che Fazio gli aveva lasciato in ufficio prima che vi mettesse piede e che non aveva avuto la forza di taliare. Fa’ che succeda qualcosa, pinsò. Una cosa qualisisiasi. Macari un’astronave che atterri sulla spiaggia, così vediamo se la solerzia del questore Bonetti-Alderighi si applica agli extraterrestri oltreché agli extracomunitari.
La porta sbatté con violenza contro la parete, staccando un notevole pezzo di intonaco. Lo scanto fu tale che i santioni all’indirizzo di Catarella gli restarono a metà fra l’esofago e il palato, e dalla bocca gli uscì solo un gorgoglio.
“Domando pirdonanza dottori, la mano mi sciddricò. Ci sta un signor Tabbuto che voli sporcere denunzia per un furto ca pirò non è un furto occorruto aieri a notte in contrata Ginestre. Lo faccio accomotari?”
Il signor Tabbuto, ovvero il signor Bara. L’incomprensione di Catarella per qualunque cosa avesse a che vìdiri con nomi, cognomi e soprannomi gli offriva l’immagine per seppellire degnamente una jornata di noia pura.
“Catarella, fai entrare il signor Tabbuto. E la prossima volta che trasi a questo modo ti catafotto dalla finestra con tutta la porta”.
Per smaltire il nirbùso taliò fuori dalla citata finestra in attesa che Tabbuto, o qualunque fosse il nome che Catarella aveva storpiato, entrasse nella càmmara. In cielo non una nuvola, altro che astronavi. L’unico rumore dalla strada un filo di vento che smuoveva, lèggio lèggio, cartacce e pruvolazzo. In quel silenzio quasi d’eremo, risonò come una truniata un raschiare di gola.
Imparpagliato, Montalbano si voltò. Di fronte a lui era assittata la versione umana di un gatto. Non c’era da stupirsi che non l’avesse sentito entrare. Il gatto, un picciotto di età indefinibile fra i quindici e i trentacinque, gli pruì una zampa dalle dita lunghissime.
“Buonasera, commissario. Stefano Talbot. Spero di non disturbarla”.
Montalbano strinse la zampa, continuando a taliare la faccia felina del suo interlocutore. Gatteschi i capelli biondi e longhi raccolti in una coda, gatteschi gli occhi azzurroverdi ammucciati darrè un paio di occhialini cerchiati d’argento, gattesco il naso sottile e la faccia triangolare da siamese, e calando lo sguardo gattesche le gambe e le vrazza e il busto, di una magrezza tale da rendere il picciotto una stampa e una figura con gli alieni che talvolta aveva occhiato in un telefilm amiricano in onda su una delle sei reti appartenenti, di nome o di fatto, all’attuale Presidente del Consiglio. I piedi, lunghissimi macari quelli, erano chiusi in due scarpe da ginnastica ca parevano scafandri da palommaro e dovevano essere costate un patrimonio. Dagli scafandri lo sguardo di Montalbano risalì a incontrare un paio di quei pantalonazzi che arrivano a mezzo polpaccio, hanno il cavallo all’altezza del ginocchio e fanno spuntare dalla cinta un pezzo di mutanda, un capo di vestiario che a suo giudizio avrebbe meritato la carcerazione sottoposta al regime del 41 bis. La cinta era piatosamente coperta da una maglietta di lunghezza e larghezza spropositate sui cui spiccava la scritta Queens College. E tre palmi sopra la scritta, di nuovo gli occhi azzurroverdi che taliavano pigri, lo sguardo di uno che si è appena susuto da letto o è in procinto di rientrarci. Montalbano lo odiò all’istante.
“Buonasera. In cosa posso aiutarla?”
“Hanno compiuto un mancato furto nel mio supermercato”.
Macari la voce era pigra, bassa e funna, pareva inadeguata a quel corpo di nicareddro.
“Cosa intende con ‘mancato furto’?”
“In realtà, non saprei bene come definirlo”.
Montalbano faticò a resistere all’ismania improvvisa di prendere il gatto per la coda biondiccia e catafotterlo dalla finestra, mettendo in pratica la minaccia testé pronunziata all’indirizzo di Catarella.
“Provi a spiegarsi”.
Il gatto si stinnicchiò sulla seggia.
“Per farla breve: da una settimana a questa parte, qualcuno è entrato per tre volte nel supermercato, ma non ha rubato niente. Si limita a spostare la merce da uno scaffale all’altro. I pelati accanto ai detersivi, le fette biscottate vicino agli attrezzi da giardino. L’ultima volta abbiamo trovato una torre costruita con i barattoli di marmellata, alternando i colori. Non manca uno spillo, e le casse, che peraltro vuotiamo la sera prima di chiudere, non sono state toccate. Non c’è un solo segno di effrazione”.
La curiosità di Montalbano s’arrisbigliò.
“Non ha idea di chi possa essere stato?”
“Ragazzini, credo”.
“E cosa glielo fa pensare?”
Si stirò nuovamente, la faccia soddisfatta. Montalbano si aspettò che da un momento all’altro principiasse a fare le fusa.
“Il supermercato è sorvegliato da un sistema di telecamere a circuito chiuso, regolato da un computer che si trova nel mio ufficio. L’apertura della cella frigorifera, anche questa controllata dal computer, avviene tramite un temporizzatore, e…”
Un temporizzatore. Ma chi poteva essere accusì scimunitu da proteggere filetti e minestroni manco fossero il cavò di una banca?
“Qualcosa non va?”
“Prego, continui pure”.
“Nel mio ufficio, al posto del nastro con la registrazione notturna abbiamo trovato una cassetta con I classici di Pippo, Pluto e Paperino. La porta non risulta forzata. Il temporizzatore è stato messo fuori uso, e poi ripristinato per aprire regolarmente la cella alle sei e trenta. Non si sono accontentati del settore carne, hanno puntato direttamente al freezer, quello che utilizziamo per stoccare i surgelati. Ci siamo accorti che erano entrati lì dentro solo perché abbiamo trovato i costumi da bagno sulle trance di tonno.”
Di botto, la mente di Montalbano fece due più due. La curiosità si mutò in raggia furiosa. L’odio divenne livore, di quelli che abbrusciano la panza peggio di una minestra di dado. Altro che gatto, quello era uno scorpione, una serpe velenosa venuta a turbare l’Eden del suo frigo e la pace delle sue jornate. Stefano Talbot, ovvero u Canadisi, il siculo imbastardito da una vita passata oltreoceano, la faccia stagnata che aveva raperto un supermercato ove, accanto a frollini e spazzolini da denti, si osava vendere, in un paìsi di mare, pesce surgelato. Il quale pesce aveva trovato la via della sua cucina dove, meno di un mese prima, Montalbano aveva scoperto due orridi cataferi di merluzzo a essudare acqua ghiazzata in una busta di plastica. Accanto, un biglietto.
Amore, in frigo trovi i cannoli che ho preso da Pepè alle Ginestre. Giacché ero lì ti ho comprato due merluzzi al supermercato, quello che hanno appena aperto vicino alla pasticceria. So che sono surgelati, ma Steven mi ha assicurato che sono buonissimi, pescati nelle acque dell’Atlantico. Puoi lessarli e condirli con un filo d’olio. Ti chiamo appena l’aereo è atterrato. Un bacio, Livia.
I cataferi erano stati misericordiosamente seppelliti in fondo a un cassonetto, non tollerava nemmeno l’idea che quell’obbrobrio venisse a contatto con l’innocente munnizza che albergava nella sua pattumiera. Erano piombati nelle fauci metalliche e fituse ancora avvolti nel loro tavuto di plastica, su cui spiccava a grandi lettere la scritta rossa del supermercato. Di quelle buste Montalbano se ne era ritrovate in casa a frotte, a legioni, a masnade, poiché sia Livia che Adelina, la sua criata, parevano rimaste vittima del fascino di Stefano u Canadisi. Quanno era ancora allo spitale per rimettersi dalla sparatina, si era arrisbigliato sentendo due voci di fimmina cantare le lodi rispettivamente di Steven e Stefanu, con squittii e risatine da picciliddre di scola elementare. Raperti gli occhi, aveva visto Livia e Adelina chiacchierare d’amuri e d’accordo e lo spettacolo era stato quasi bastevole a scascionargli un sintòmo. Chi era costui per annichilare la guerra intestina che da sempre correva fra le due donne?
“Cosa c’è, commissario?”
Per suffocare la gana di afferrare u Canadisi e scuoterlo come un àrbolo Montalbano cataminò lo sguardo dal suo interlocutore alla porta dell’ufficio, che era rimasta raperta. Ebbe il tempo di vedere Fazio fare capolino, aggiarnare, scomparire. Doveva avere una faccia da mettere in fuga un plotone di turchi. U Canadisi però non sembrava scantato, solo perplesso.
“Qualcosa che non va? Non si sente bene?”
“Sto benissimo. Dove vuole arrivare?”
“Secondo me sono ragazzini. Hanno messo fuori uso i sistemi in un batter d’occhio, si sono messi a giocare e non hanno preso niente. Se non un vasetto di Nutella. Regolarmente pagato. Abbiamo trovato i soldi impilati al posto del barattolo mancante, insieme a un biglietto”.
Cavò dalla sacchetta dei pantaloni un pizzino di carta e lo pruì al commissario.
Abbiamo preso un barattolo di Nutella. Questi sono i soldi. Scusateci per le righe sul linoleum. Tanti saluti.
“Quali righe sul linoleum?”
“C'erano delle strisce nere sul pavimento. Credo che facciano le gare con i rollerblade fra gli scaffali. Ripeto, per me sono ragazzini che si vogliono divertire”.
“Con che cosa?”
“I rollerblade. I pattini, quelli con le ruote in fila, ha presente?”
Aveva presente. Da un paio d’estati picciotti e nicareddri in grado a malapena di camminare sfrecciavano sul lungomare e per le strate con ai piedi quegli strumenti del dimonio, scantando vecchiette e creando un orrore postmoderno che affiancava Vigàta e Nuova York.
“Il biglietto è scritto a macchina”.
“Non a macchina. Al computer. Hanno usato il PC e la stampante che si trovano nel mio ufficio. E mi gioco una palla che per scriverlo e per accendere la stampante hanno usato i guanti. Due no, ma una sì”.
Mi gioco una palla. Se u Canadisi ci aveva inzertato con la sua teoria, fra lui e i misteriosi non-ladri ci dovevano stare sì e no un paro d’anni di differenza.
“Carattere Arial corpo dodici, la carta in eccesso è stata tagliata. Sono precisi. Avrebbe dovuto vedere la torre. Uno strato di arancia, uno di ribes, uno di albicocche, uno di fragole, e via a continuare fino alla cima, quasi tre metri. Ci è quasi spiaciuto smontarla”.
Pareva che la facenna lo divertisse. Ma se lo divertiva, perché era venuto fino in commissariato a rompere i cabasisi?
Gli occhi gatteschi sparluccicarono.
“Lo so, si sta chiedendo perché ho deciso di venire a parlargliene. Il punto è che per rimettere a posto dobbiamo ritardare l’orario di apertura dalle due alle tre ore. Non immagina la fila che si crea. L’ultima volta sono entrate più di duecento clienti in un colpo solo, non appena abbiamo aperto le porte. Le ragazze alle casse stavano impazzendo”.
Evidentemente, Livia e Adelina non erano le sole a subire il fascino di Stefano u Canadisi.
“Capisco. Può sporgere denuncia contro ignoti. Inizieremo le indagini non appena possibile”.
“Grazie”.
U Canadisi si susì sanza rumore, e sanza rumore attraversò l’ufficio fino alla porta. Lì si voltò.
“Un’ultima cosa. Le voci corrono. So di non farle simpatia. So che l’antipatia è dovuta al fatto che, fra i prodotti che vendo, c’è il pesce surgelato. So che vendere pesce surgelato in una città di mare è un abominio. Ma quello che vendo io viene pescato nell’Atlantico. Meno mercurio, meno rifiuti di navi e industrie, meno scorie insomma, rispetto al Mediterraneo”.
Montalbano lo taliò, incerto. U Canadisi ricambiò lo sguardo.
“La famiglia di mia madre è di qui, di Vigàta. Ma ho parenti che vivono ad Augusta”.
Fra pirsone civili, l’unica reazione possibile dopo quel nome è il silenzio, perché non ci sono parole che abbastino. Montalbano tacque e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, il picciotto era scomparso.
Si susì, chiuse la porta, voleva restare solo. Per qualche minuto tambasiò nell’ufficio deserto, taliò la pila di carte che facevano blocco sulla scrivania, quindi si appuiò sul davanzale. Il sole stava calando, il vento divenuto più forte continuava a sollevare pruvolazzo e una solitaria busta di plastica. Quando giudicò che fosse passato il tempo bastevole si diresse verso la porta, la raprì, niscì dalla càmmara.
Stefano u Canadisi parlava fitto fitto con Catarella assittato darrè il computer, a voce vascia, Montalbano non riuscì a capire l’argomento, ma doveva essere qualcosa di strammo perché Fazio, a poca distanza, li taliava a bocca raperta. Fece per avvicinarsi, ma una palla di stoffa nera a fiorellini gli tagliò la strada. La palla andò quasi a sbattere contro il computer, ma frenò con grazia insospettabile e fermandosi votò la testa per fronteggiare u Canadisi. Montalbano rimase imparpagliato. Sulla sfera qualcuno aveva impiccicato il ritratto della Gioconda, precisa intifica a quella appesa nel Louvre, quasi si stupì che non fosse circondata da una frotta di giapponesi armati di flash e videocamere. La Gioconda aprì la bocca.
“A Stè, conviene che te dai ‘na mossa. Tu’ zia ha chiamato, tu’ sorella ha chiamato, tu’ cognata ha chiamato, cinque fornitori te vonno sentì pe’ ssapé che devono e non devono fa', e poi ce sta lì, cosa, ‘a libbica, ha telefonato cinque volte pe’ chiède se vai a cena da loro oppure no. Io nun riesco a staje appresso, tutti te cercheno e tutti te vonno, di cui me fai er favore che ce pensi te”.
Niente avrebbe potuto pripararlo a una Monna Lisa con la voce di Albertone.
U Canadisi rise, un nitrito di cavallo. La Gioconda fece il sorriso per cui era celebre.
“Chantal, io finisco fra cinque minuti. Giuro. Aspettami in macchina, fuma una sigaretta, vai al bar e prenditi un gelato. Whatever.”
As you like it, dottò. Ma nun me fa’ mette er muschio sinnò quanno arivi te pijo pe’ le recchie e te scarto come ‘na Golia. Understood?”.
La palla-Gioconda schizzò via. Montalbano ci pinsò un attimo e la seguì, scoprendo che faticava a starle appresso. La palla rotolava che era un billizza, scivolando sul pavimento manco fosse dotata di cuscinetti a sfera. Riuscì a raggiungerla solo sui gradini all’ingresso del commissariato.
“Permette? Vorrei parlarle un minuto”.
La Gioconda perse il sorriso.
“Sì?”
“Il commissario Montalbano sono. Posso farle alcune domande?”
Quasi vide la palla cacciar fuori aculei a difesa.
“Riguardo cosa?”
Alberto Sordi era sparito, dissolto in un italiano privo di accenti e di sentori, asettico come uno spitali svizzero.
“In che rapporti è con il signor Talbot?”
“Di lavoro.”
“Conosce la sua famiglia?”
“In parte”.
Loquace, la Gioconda.
“Vorrei sapere se frequenta i parenti che il signor Talbot ha ad Augusta, e…”
I tratti leonardeschi presero un rosso da Caravaggio.
“E che cazzo c’entra con la faccenda del supermercato?”
Passi Albertone, ma il turpiloquio in bocca a Monna Lisa no, il troppo è troppo. Montalbano taliò la faccia e vide che era quella di una picciotta a malapena trentina, con una spruzzata di lentiggini e le narici appuntite dalla raggia. La raggia la rendeva umana, dissimile dall’originale appeso nel Louvre, più nica della sua età. Aveva gana di pigliarla per un orecchio e metterla in castigo. Quanno una è una stampa e una figura con la Gioconda, ha il dovìri di portare quell’aspetto con la dignità conforme al ruolo.
“Risponda”.
Lo taliò, gli occhi erano diventati due fessure. Poi lo sguardo inaspettatamente si addolcì.
“Ad Augusta abita una cugina di sua madre. Ha un figlio, Steven gli vuole molto bene, per lui è un nipotino”.
“E’ nico? Voglio dire, un bimbo piccolo?”
Annuì.
“Ha tre anni. Bello come un angelo. Si chiama Peppino. Non potrà mai camminare”.
Montalbano non spiò altro. Non ce n’era bisogno. Il nipotino di Stefano u Canadisi era un figlio del petrolchimico, delle tonnellate di mercurio e fanghi velenosi vomitate per anni nelle acque fra Priolo e Melilli, o scaricate nei tombini alla sfaccialata, senza che nessuno parlasse. Finché erano state le schiene, le facce, gli organi deformi dei figli del petrolchimico a parlare. Troppo tardi.
La picciotta, sanza oramai più nulla in comune con la Gioconda perché mai niuno potrebbe immaginarsi piangere Monna Lisa, tirò su col naso.
“Per favore, non gli faccia capire che gliel’ho detto. Se arriva gli dica che sono andata al bar. Che torno subito. Che il vento mi ha mandato la polvere negli occhi e mi danno fastidio le lenti a contatto. Mi scusi”.
La palla si cataminò verso il bar, ma non filava più, si interrompeva, sbandava, quasi non riuscisse a trovare la strata. Infine raggiunse le porte di vetro e scomparve. Montalbano si votò per rientrare nel commissariato e quasi andò a sbattere contro u Canadisi che stava niscendo di corsa.
“Dov’è Chantal?”
“E’ andata al bar. Ha detto che aveva un problema con le lenti a contatto per il vento.”
Gli occhi azzurroverdi, sparluccicanti e impenetrabili, parevano di smalto.
“Capisco. Andrò a prenderla con la macchina”.
“Fatta la denuncia?”
“Sì. Il signor Catarella è stato di una gentilezza squisita. Lo ringrazi ancora da parte mia”.
Montalbano lo taliò, ma u Canadisi pareva serissimo.
“Conto su di lei per far cessare le incursioni, ma se ho ragione la prego di non usare le maniere forti. Non hanno fatto nulla di male”.
“Non pensavo certo di assalirli con lacrimogeni e manganelli”, ribatté il commissario e si bloccò. Il ricordo di Genova bruciava ancora. Per superare l’imbarazzo fece un cenno di saluto e principiò ad acchianare i gradini dell’ingresso, poi si fermò.
“Chantal, la sua…”
Come definirla? La lingua legata gli fece due giri in bocca prima che u Canadisi gli venisse in soccorso.
“Chantal mi aiuta nel lavoro. Fa da tramite con i fornitori e con l’esterno, familiari e non, quando non ci sono o sono occupato in altre cose. Diciamo che mi fa da assistente e segretaria, ma non solo.”
“Come l’ha conosciuta?”
“E’ una storia lunga. Prometto di raccontargliela quando ci rivedremo, se le interessa. Comunque non si faccia ingannare. Ha un dottorato in filosofia della scienza, è poliglotta e suona il liuto”.
Che gran comodità le segretarie che parlano più lingue, pinsò Montalbano citando un musicista catanese che gli piaceva assà. Acchianò l’ultimo gradino e trasì nel commissariato. Dalla porta taliò il picciotto camminare controvento, la maglietta che gli sbatteva addosso come una bandiera, montare su una di quelle machine a due posti che paiono scarabei stercorari, filare a bassa velocità fino dinanzi al bar. Una portiera si aprì per accogliere Chantal, da quella distanza il commissario non arriniscì a capire se gli occhi mostravano ancora le tracce di pianto. La machina si inclinò pericolosamente sulla destra, e Montalbano intravvide la mano di Stefano u Canadisi staccarsi dal volante e appuiarsi su una spalla della picciotta. Lo scarabeo ripartì. Montalbano si votò e principiò a percorrere il corridoio. Bloccò Fazio che stava per niscire a sua volta.
“Fazio”.
“Dottore”.
“Lascia perdere quello che stavi facendo. Vai in giro e raccogli tutte le informazioni che puoi su Stefano Talbot, quello che ha appena fatto la denuncia. Voglio sapere il cognito e lo scognito. Sarà pure facenna di picciotti, ma forse c’è sotto qualcosa d’altro”.
“Le informazioni su u Canadisi già le ho, commissario”.
E da quando in qua Fazio gli sapeva leggiri nel pinsèro?
“Talbot Stìven Uìlliam, fu Talbot Endriu Leonard di Niù Iorche e fu Laganà Gaetana di Vigàta, trasferitasi in Canadà col marito subito doppo lo sposalizio nel 1976; nato allo spitali di Montelusa il 9 agosto 1977 durante un soggiorno materno nella città natali; due fratelli minori, Sereghiei Lòrenz, laureando in ingegneria edile maritato in America con una Mèri Luìss Brucs di Vattelappesca, Kansas, avvocato penalista, e Clara Ava Emilia, nubile, ballerina a Londra; residente a Toronto, Ontario fino al marzo del corrente anno quando è tornato a Vigàta, dove è attualmente domiciliato in contrada Ginestre, via…”
Che Fazio patisse dell’oramà arcinoto complesso dell’anagrafe non era una novità, ma che citasse a memoria nomi e dati senza l’aiuto del consueto pizzino lo era. Montalbano non disse nulla. Taliò Fazio finché questi non si fermò, e rimase in attesa di una spiegazione.
“Mia moglie, dottore. Ci va a fare la spesa tutti i giorni, al supermercato di Stefano u Canadisi. Ci passerebbe macari la notte se potesse. Ha ripreso a guidare perché quel posto è allo sprofunno e la machina è l’unico mezzo per arrivarci, ma lei va lì perché dice che ci si trova l’arca e l’amerca, di tutto insomma. E quando non sta al supermercato, invita le amiche a prendersi il caffè e parlano, parlano, di lui si dicono vita morte e miracoli. Le dovrebbe vedere, ridono come nicareddre.”
Non c’erano dubbi. U Canadisi aveva affatturato tutte le fimmine di Vigàta.
“Quanto alla data di nascita, la so perché lei la cassata ci fici per il compleanno. Mi disse che lui ne aveva tanto sentito parlare e voleva assaggiarla e lei subito sì, per u Canadisi questo e altro. E sono stato io a doverla portare allo sprofunno. Commissario, non so chi è che gli sta facendo quello sgherzo al supermercato, ma se lo fa andare via da Vigàta addrumo un cero in chiesa”.
“E quella Chantal, l’assistente?”
“La Gioconda?”
La somiglianza non era sfuggita nemmeno a Fazio.
“U Canadisi la chiama così, e appresso a lui tutto il paìsi”.
La somiglianza non era sfuggita all’universo criato.
“Il cognome nun lo conosco, posso informarmi. Me moglieri dice che lo segue come un’ùmmira. Stanno sempre impiccicati, al supermercato, per la strata, in spiaggia. Al mare ci vanno la sira, pare che lei abbia la pelle dilicata, si scotta facilmente. Si fanno il bagno e passeggiano a ripa di mare. Poi tornano a casa”.
“Vivono insieme?”
“Sì. Però se intende che sono fidanzati, che hanno una relazione, no. Dividono la casa e le spese. I beninformati hanno taliato diverse volte la Gioconda in compagnia di una picciotta alta che va in giro su una moto di grossa cilindrata, una di fuori. Mia moglie ha detto che spesso la mattina presto vanno sulla spiaggia e lì fanno cose stramme.”
Fazio era arrussicato, Montalbano ebbe la tentazione di spiargli se era per ciò che le cose stramme potevano sottointendere o perché la sua signora mostrava capacità di scavare e rivotare nelle vite altrui meglio di un agente del Sisde.
“Fazio, giacché ci sei chiedi a tua moglie se per caso sa macari da dove vengono i soldi con cui u Canadisi ha accattato il supermercato. Granni com’è, deve aver speso una fortuna. E vedi se sa cosa faceva prima, quanno era in Canada, e pirchì gli è preso lo schiribizzo di tornarsene a Vigàta dopo tutti questi anni.”
“Pure questo so, commissario. E’ ricco di famiglia, so patri ha fatto i soldi con il legno, ma lui non voleva continuare l’attività macari se vi era destinato in quanto figlio maggiore. Sua matre è morta che lui era ancora nico, pare ca lui e i fratelli sono cresciuti soli, seguiti da criate e cammareri mentre il padre correva a destra e a manca. Ha studiato in America, ma non mi chieda dove o cosa, roba di computer. Quando l’anno scorso è morto macari il padre, u Canadisi ha venduto tutto, ha diviso i soldi col fratello e la sorella e si è trasferito qui.”
“Fai i miei complimenti alla tua signora. Se mi serve qualche altra informazione, tilifono direttamente a casa tua”.
Lasciò Fazio che oramà era roscio da fare concorrenza a un semaforo e si diresse verso il suo ufficio. Dinanzi alla porta incontrò Catarella.
“Dottori! Quello un genio è! Cose straordinarie fici all’America!”
“Chi, Catarella? Il signor Tabbuto?”
“Talbot, dottori, con rispetto”.
Catarella che inzertava un nome, perdipiù straniero? Doveva essere prossima la fine del mondo.
“E che fece di così geniale?”
“Studiò all’emmaittì, dottori.”
“Dove?”
“L’emmaittì, l’università miricana. Il dottori Talbot conosce macari Negroponte, quello ca dice il futuro”.
“Nostradamus, Catarè. Michel de Notre Dame. E’ vissuto nel Cinquecento. Talbot non può conoscerlo, non di persona almeno”.
“Dottori, non Nostratamo. Negroponte, Nìcolass. Quello ca scrivetti il libro, Essere digitali. Il dottori Talbot lo canusce di pirsona pirsonalmenti. Dice ca Negroponte ha prividuto tutto, ca siamo nell’era diggitali e nessuno potrà fermare la rivoluzione. Dice macari che il ministro Casbarre a volere la tivvù ad alta difinizione è una testa di minchia, con rispetto parlanno. Cosa vecchia è. Il futuro è nei bàits, nei computer”.
Montalbano si figurò una versione mostruosa di Catarella che deambulava per il commissariato, un blocco metallico sparluccicante di lucine sovrastato da uno schermo. Orripilato, fece per entrare nell’ufficio e rinzerrare la porta a difesa dalla rivoluzione diggitali. All’ultimo ci ripensò.
“Catarè, non è che sai macari qualche cosa dell’assistente? Quella picciotta che è entrata mentre il signor Talbot stava sporgendo denuncia?”
“La signorina Sciantalle? Il dottori Talbot dice ca è mezza francisa, ca studiò a Pariggi e alla Calafornia. L’ha canusciuta a Roma, a un concresso dove parlò macari Bill Gates. Conosce Bill Gates, dottori?”
Le sue nozioni di informaticcia erano nulla appetto a quelle di Agatino Catarella, ma il padrone della Microsoft, la faccia da budino sovrastata da occhiali a doppio ponte, gli era noto.
“Lo conosco. Grazie, Catarè. Se il dottor Tabbuto, Talbot voglio dire, richiama digli che domattina, a mezzogiorno al più tardi, passiamo al supermercato a dare un’occhiata”.
Trasì nella càmmara, chiuse la porta e si assittò alla scrivania. Il sole stava principiando a calare. Tempo una mezzorata sarebbe acchianato in macchina, alla volta di Marinella. Lì avrebbe cacciato dal frigo le sarde a beccafico che la criata Adelina aveva priparato. Avrebbe taliato il telegiornale di TeleVigàta e quindi quello di Retelibera dove il suo amico Nicolò Zito, rosso di pelo e di pinsèro, avrebbe denunciato i problemi eterni che incancrenivano l’isola e l’Italia tutta, perché se a Vigàta da qualche tempo non succedeva nenti di nenti il paese continuava però ad andare bellamente allo sfascio. Intorno alle dieci avrebbe chiamato Livia, dopo la sparatina voleva che le tilifonasse tutte le sere, o chiamava lei alla stessa ora, precisa come un esattore delle tasse. Quindi avrebbe ripreso in mano per l’ennesima volta La fine è nota di Geoffrey Holiday Hall, lo scrittore miricano sparito nel nulla dopo la pubblicazione di quell’unico romanzo. Ogni volta che finiva di rileggerlo, si vedeva montare su un aereo, girare alla ricerca di quell’autore misterioso in un’America che non era l’attuale, ma quella polverosa e laccata ritratta nel libro. Poteva essere la trama per un giallo, qualcosa che annichilasse la noia senza fine di quelle jornate tutte uguali, identiche a se stesse, in cui gli pareva di essere un automa, la noia mallitta che avvelenava ogni cosa, che aumentava a dismisura la sensazione di vicchiaia…
Fu così che il commissario Montalbano alle dieci meno un quarto si ritrovò in contrada Ginestre, la macchina ammucciata darrè una casuzza non ancora finita da cui si poteva vedere, non visti, il supermercato di Stefano u Canadisi, a fare la posta ai ladri che non erano ladri.

*****
“Salvù! Salvù!”
La voce, un bisbiglio acutissimo, di quelli che perforano il ciriveddro, gli causò un sobbalzo tale che quasi andò a sbattere la capa contro il soffitto della machina. Imparpagliato, provò a ricordare dove fosse e, sopratutto, in qualisisiasi loco fosse, perché vi fosse. L’occhio gli cadde sul cruscotto, dove il ralogio segnava mezzanotte e mezza. Si incazzò con se stesso. Si era addrumiscito come un dilettante, uno di quei poliziotti che popolano le pellicole di terza categoria allo scopo unico e solo di far ridere il pubblico.
Si taliò intorno. Sotto la luce dell’unico lampione acceso, circondato da casupole basse, il supermercato pareva la parodia di una fortezza medioevale, le saracinesche inserrate al posto dei ponti levatoi. La strada era deserta, non un’anima criata, non un armalo, non un’ombra. Era perfettamente e compiutamente solo. A patto di escludere dal conto Mimì Augello, la testa nel finestrino raperto dal lato passeggero, che lo taliava con espressione compunta.
“Ti sei scantato, Salvù?”
“Come no, Mimì, mi sono cacato nei pantaloni. Se hai gana puoi puliziarmi e cambiarmi il pannolino, così fai tanticchia di allenamento per la paternità ormai prossima”.
“Salvù, fai meno lo spiritoso. Di pirsone che cambieranno i pannolini ce ne stanno fin troppe. Con la scusa che la gravidanza di Beba è difficile e il parto è vicino, mi è piombato in casa l’universo criato. Sua madre, so soro, le zie di Fiacca, le cugine di Montelusa. Otto fimmine che parlano tutte ‘nzemmula e non si fermano manco per ripigliare fiato. Se lo sapevo, evitavo di prendermi le ferie per darle adenzia. Sono uscito a fare due passi perché ho le orecchie intronate”.
Montalbano se la scialò a sentire che il suo vice, fimminaro oramà in disuso ma perenne faccia stagnata, stesse facendo spirenzia di tutte le gioie della vita matrimoniale. Poi l’istinto di sbirro ebbe il sopravvento.
“Due passi? E te li vieni a fare in contrada Ginestre? A Beba vennero le voglie e ti spiò di accattare due cannoli alla pasticceria di Pepè? A mezzanotte passata?”
Augello parse provare un subitaneo interesse per la punta delle sue scarpe.
“Mah, ho preso la machina, mi sono messo a firriare per il paìsi, e senza volerlo…”
“Mimì, dì la vera verità. Ti stavi rompendo i cabasisi a fare il maritino. Così tilifonasti in commissariato, spiasti se c’erano novità, quel cretino di Catarella ti ha detto della facenna del supermercato e tu sei venuto qui”.
Augello lo taliò fisso.
“Sì. Ero sicuro che non saresti arriniscito ad aspettare fino a domani, che ti avrei trovato qui a fare la posta, ad aspettare se si fanno vivi. E senza offesa, Salvù, ma stai proprio invecchiando. Non solo ti sei addrumiscito, ma hai macari lasciato entrambi i finestrini raperti. Se volevo ti potevo prendere il portafogli dalla sacchetta della giacca, che hai lasciato bella bella qui sul sedile. Ma ho preferito ammirarti mentre dormivi come un angilu.”
Touché. Aveva raperto i finestrini per il càvudo improvviso che aveva imprenato l’aria e che rendeva la machina una serra, il vento era scomparso e la notte, immota e spessa, pareva più cosa di Padania ad agosto che di Sicilia a metà settembre. Sicuramente era quella la scascione della botta di sonno.
“Giacché c’eri mi potevi cantare la ninnananna. E adesso fammi il favore di andare altrove a fare quello che come è noto ti viene meglio”.
Il suo vice fece ‘nzinga di no.
“Qui sono, e qui resto. Fazio, che per inciso fu lui a dirmi tutto, mi ha raccontato che secondo u Canadisi è una babbiata di picciotti. Ma se non ci ha inzertato, potresti aver bisogno di uno che ti copre le spalle”.
Montalbano voleva esplicitare con dovizia di dettagli e figure il concetto su espresso, ma la faccia da cani vastunato di Augello lo fermò.
“Salvù, ti prego. Te lo chiedo da amico, col cori in mano. Se non cambio aria per qualichi ora, faccio una pazzia. Mi sono inventato una scusa con Beba, le ho detto che questa notte il mio aiuto ti era assolutamente necessario, che era una cosa non pericolosa ma dilicata assà, che ti serviva la mia presenza. E poi è quasi l’una, e sai quanto Beba ha difficoltà a prendere sonno con questa facenna della gravidanza. Se torno ora e l’arrisbiglio, succede un catunio”.
“Mimì, scuse più piatose non le potevi arrangiare, e con to mogliere e con me. E ora scegli, o acchiani in machina o tiri la testa fora, ca mi pare di parlari con la buttana che sei”.
“Salvù, te l’ha mai detto nessuno che il nirbùso alla tua età può essere scascione di malattie cardiovascolari? E che le malattie cardiovascolari possono avere conseguenze fastidiose assà? Che se fossi veramente la buttana ca tu dici che sono, la pinnuletta blu che certamente ti abbisogna per compiere il tuo dovere di masculo ti lascerebbe stecchito sul più bello?”
La testa di Augello si tirò di scatto narrè, a evitare la timpulata che il commissario stava per stamparvi sopra.
“Se hai gana puoi poggiare le manine belle sul cofano e metterti in posizione, così fai spirenzia diretta se la pinnula mi serve o no.”
“Salvù, sei veramente di umore fituso. Cos’è, due settimane ca nun succede nenti e tu vai in crisi d’astinenza? Vedrai che tutto di botto le attività si risvegliano e ti ritrovi la tua dose quotidiana di furti, scippi e sparatine. Così potrai smettere di ammazzare il tempo dando la caccia alla banda dei pattini”.
Non sapeva cosa gli desse più fastidio, se la frase fatta di Augello o che Fazio gli avesse rivelato macari quel dettaglio. Infoscato, votò la testa e taliò in direzione del supermercato. Si addunò che le luci interne erano accese, un bagliore splapito filtrava dai fori nelle saracinesche, visibile anche sotto la luce del lampione. La banda dei pattini aveva colpito mentre lui e Augello si sciarravano come due nicareddri.
Santiando, niscì dalla macchina come se gli avessero dato un calcio nelle reni.
“Che hai, Salvù? Un bisogno improvviso? Oltre alla circolazione hai macari la prostata a darti fastidio?”
“Sei uno strunzo, Mimì, e io appresso a te. Tu dici cazzate, io ti ascolto, e intanto quelli sono entrati e stanno a farsi i comodazzi loro.”
Mimì taliò il supermercato. Tutt’a un tratto si era mutato in un cane da punta, gli occhi sparluccicavano di eccitazione. Se la vita matrimoniale ha questi effetti, pinsò Montalbano, tanto vale farsi frati e bonanotte.
“Qui davanti non sono passati. Sicuramente hanno usato l’entrata posteriore, quella del carico e scarico merci.”
“Mimì, ma lo sai che sei veramente intelligente? A paragone a te Sherlock Holmes, Philo Vance ed Hercule Poirot messi assieme fanno la figura dei povirazzi. Ora chiudi la boccuccia e seguimi”.
Quasi carponi, evitando quanto possibile il cono di luce del lampione, camminarono muro muro da una casupola all’altra fino al supermercato, Montalbano dinanzi e Augello darrè, controllando che la strata fosse sgombra. Giunti che furono alle saracinesche, il commissario si fermò e auscutò attento. L’unico romore che si sentiva dall’interno era una specie di sibilo basso, che aumentava e poi si cangiava in uno stridìo, pareva un ucello di rapina che si lamentiasse. Fece segno ad Augello di proseguire. Passo passo, fermandosi ogni poco per taliarsi intorno, raggiunsero la latata posteriore. L’ingresso ero bloccato da un cancello, chiuso da una grossa catena e saldato a un’inferriata altissima che correva torno torno il grande spiazzo di cemento su cui affacciava il retro. E sull’inferriata, avviluppato come un cespuglio di rovi, filo spinato a chilometri che riluceva sotto la luna. Montalbano calcolò che era bastevole a difendere macari la riserva aurea di Fort Knox.
“Di qui non sono passati. Il cancello è chiuso, e se provavano a scavalcare l’infirriata si sarebbero spirtusati dalla testa ai pedi”.
“Fai un’altra osservazione geniale, Mimì, e giuro che ti spirtuso io”.
Il commissario prese in mano la catena, la saggiò. Era grande, pesante, e non mostrava segno veruno, non un graffio, non un’intaccatura. Il lucchetto che la chiudeva era intatto. Ma da dove erano entrati se non avevano usato il cancello? Erano passati attraverso le sbarre? Manco se pativano d’anoressia. A meno che non fossero fantasimi e arriniscissero ad attraversare i muri, non era possibile che fossero entrati senza lasciare traccia. Mentre il ciriveddro mulinava alla ricerca di una spiegazione, Montalbano cavò dalla sacchetta dei pantaloni un mazzo di grimaldelli, regalo di un latro amico sò, e principiò ad armeggiare con il lucchetto.
“Salvù, ti ricordo che sei privo di mandato e che questa è effrazione e ingresso non autorizzato in proprietà privata. In quanto omo di lìggi avrei il dovere di arrestarti”.
“Ancora un’osservazione geniale? Mimì, se continui così mi causerai un sintòmo. Non sono abituato a tutta questa mostra di intelligenza da parte tua. Te ne prego, risparmiami”.
“Ma quanto sei spiritoso, Salvù. Dovresti cambiare mestiere. Se lo chiedi a quel signore pelato ca ti sta così simpatico, sono sicuro che ti affida un programma comico in prima serata sulla rete ammiraglia”.
Montalbano non rispose, occupato a trafficare col lucchetto mallitto ca non voleva saperne di raprirsi. Ci vollero dieci minuti buoni, scanditi da sbuffate e santioni a mezza bocca, perché la serratura cedesse. Finito che ebbe, era in un bagno di sudore. Sbrogliò la catena, la appuiò a terra, attento a non fare la minima romorata. Fatica inutile: quando lo spinse, il cancello firriò sui cardini con un cigolio da far accapponare la pelle. La luna, il cigolio, le nuvole che principiavano ad accumigliarsi dal mare nella luce spettrale, senza che spirasse una bava di vento: fagliavano solo l’uomo lupo o il mostro della laguna nera, e l’atmosfera da film horror di terz’ordine sarebbe stata completa.
“Secondo te ci hanno sentito?”, spiò Augello.
“Mimì, non lo so, e manco lo voglio sapere. Se si sono addunati di qualcosa, vorrà dire che quando entreremo facendo ‘buh!’ non si scantano”.
Piano piano, rasente il muro, un pedi leva e l’altro metti, coprirono il piazzale di cemento per metà. Le nuvole, sempre più fitte, avevano principiato velocissimamente ad ammucciare la luna. In un vìdiri e uno svìdiri, la spianata venne avvolta in un buio di tomba. Montalbano scrutò la latata su cui si apriva un’unica porta, di metallo e piuttosto grande, chiaramente l’ingresso al magazzino. Dalla porta filtrava tanticchia di luce. Fece per avvicinarsi, ma il santione che sfuggì ad Augello lo ridusse a una statua di sale.
“Mimì, ma allora sei proprio stronzo! Ci manca solo che ti metti a sonare la tromba e urli ‘Carica!’, così ci sentono meglio”.
“Salvo, per favore stai zitto. Ho sbattuto il ditone contro qualichi cosa e sto taliando tutte le stelle del firmamento. Se scopro chi è il garruso che l’ha lasciata qui in mezzo, giuro che gli spacco la faccia e macari le corna”.
Montalbano si avvicinò ad Augello che nel frattempo si era tolto la scarpa e si stava massaggiando l’alluce lamentiandosi a bassa voce. A poca distanza dal suo piede si distingueva un oggetto forma geometrica. Si chinò, cercando di taliare meglio. Era il coperchio di un tombino, il quale tombino era stato raperto e, alla luce della luna che spuntò per un attimo da dietro i cirri, parve al commissario la bocca sbadigliante di un dybbuk, quella genia di diavoli dispettosi che popolano i racconti di Singer.
“Per citare il nostro beneamato Lattes e Mieles, ringrazia la Madonna, Mimì. Un passo tanticchia più a mancina, e finivi dritto dritto nella fogna. Scommetto che i nostri non-ladri sono entrati proprio da qui”.
Augello, nel frattempo raddrizzatosi, lo taliò. Nello scuro, l’unica cosa che si intravvedeva era il bianco dei suoi occhi, assurdamente Montalbano li paragonò a due girsomini.
“E pirchì avrebbero deciso di passare proprio per la fogna?”
“Ho la palla di vetro? Non lo so, evidentemente gli sperciava così. Del resto, non ti stupire, lo fanno macari gli agenti dell’FBI”.
Percepì, non potendola vedere, l’espressione strammata di Augello.
“Gli agenti dell’FBI?”
“Sì, Mimì, l’ho visto alla tilivisione. Mi meraviglio di te. Dovresti saperlo più tu che io. Sei tu quello ca passa le serate assittato davanti allo schermo, giacché non apri un libro manco sotto la minaccia di tortura”.
Adascio adascio, con Augello che lo seguiva zuppiando, si avvicinò alla porta. Tentò la maniglia. La porta, obediente, si raprì. Montalbano taliò all’interno. Il magazzino, stipato fino all’inverosimile, era illuminato da un’unica luce accesa, un tubo al neon applicato sul soffitto insieme ad altri ca pirò i ladri non-ladri non avevano addrumato. Un corridoio conduceva a un'altra porta a due ante che sicuramente comunicava con il supermercato vero e proprio.
“Possibile che u Canadisi non abbia chiuso a chiave?”
“Non credo. Secondo me l’hanno raperta con un grimaldello. O forse hanno una copia della chiave, vai a sapere. L’importante è che non l’abbiano richiusa, così ci arrisparmiamo la fatica”.
“Salvo, la cosa mi puzza. Questi entrano e lasciano la porta aperta senza mettere nisciuno di guardia? O sono scimuniti, o sono pazzi, il che non mi farebbe specie visto che passano per le fognature, o si sono accorti di noi e questa è una trappola. Sei armato?”.
“Ottime capacità di sintesi, Mimì, complimenti. E, no, non sono armato. Ora che fai? Mi segui in questa perigliosa irruzione, o devo dedurre che i pattinatori assassini ti scantano?”
Augello fece la faccia offìsa. Passando davanti al commissario, principiò a percorrere con quatela il corridoio, senza fare il menomo romore, scrutando a dritta e a mancina, accussì da manuale che a Montalbano venne gana di applaudire. Prima di arrivare alla porta, il suo vice si taliò intorno e prese da uno degli scaffali un salame ungherese sottovuoto.
“Non si sa mai, Salvù”.
“Mimì, ti posso suggerire cosa fare con quel salame?”
La domanda cadde nel vuoto. Rassicurato dall’arma ancorché impropria, Augello appuiò la mano mancina sulla maniglia. Quindi lentissimamente tirò l’anta, appena uno spiraglio. Attraverso la fessura, Montalbano taliò dintra il supermercato. Illuminato dal neon, tutto bianco e cromo, sparluccicava come un albero di Natale. Il silenzio era assoluto.
“Che facciamo? Entriamo?”
Montalbano si figurò il suo vice fare irruzione impugnando il salame e urlando ‘Fermi tutti! Polizia!’. Sentendo un insopprimibile attacco di ridarella che acchianava e non si sarebbe fermato manco se gli avessero puntato un revorbaro sul naso, fece ‘nzinga di sì e, raprendo la porta quel tanto che bastava a passare, trasì nel supermercato. La luce era accusì forte che per qualche secondo rimase cieco come un gatto neonato. Strizzando gli occhi girò torno torno la testa per controllare l’ambiente. Tutto a posto, niente in ordine. Negli scaffali, disposti lungo tre corridoi, le scatole di cereali stavano accanto a coloratissimi romanzi gialli impilati a perfezione; creme abbronzanti di tutti i tipi si alternavano, un posto sì e uno no, ai vasetti di maionese, ricetta classica e allo yogurt. E in fondo al corridoio centrale, tondeggiante e alta fin quasi al soffitto, la torre di barattoli di marmellata, una sinfonia di strati viola rosso arancio che pareva una via di mezzo fra un nuraghe e una scultura pop. Si chinò a taliare il pavimento, un intrico di strisce nere che gli ricordò le opere di Keith Haring. “Continua così”, si disse, “e fra un po’ conduci Augello in visita guidata da uno scomparto all’altro manco fosse il Guggenheim Museum”.
“Minchia. Si sono divertiti parecchio, i picciliddri. Però in giro non si vedono. Ma cosa sono, fantasimi?”
Montalbano fissò la faccia abbacchiata del suo vice, il salame ancora nella mano destra.
“Mimì, che ti devo dire? Facciamoci un giro per gli scaffali. Se sono passati per le fogne sicuramente fetono, quindi qualche traccia, perlomeno odorifera, l’avranno lasciata. Facciamo così: io mi prendo il lato di sinistra, tu quello di destra. Ci incontriamo alla torre”.
Augello si cataminò come un felino, silenzioso ed elastico, i muscoli della schena e delle gambe che si flettevano mentre procedeva quasi in punta di piedi. A Montalbano parve uno di quei cacciatori masai che, puntata la preda, le si avvicinano con la leggerezza di ùmmire per poi scattare all’ultimo e colpirla a morte con la lancia esperta di sangue. Solo che i masai non indossano cammise cilestrine e sicuramente non vanno a caccia armati di salumi.
Il suo vice sparì darrè la fila di scaffali, e Montalbano si mosse lentamente alla volta del corridoio che si era autoassegnato. Mentre lo percorreva, fermandosi tanticchia per ammirare l’opera dei guastatori che, bisognava riconoscerlo, mostravano di aver gran gusto in fatto di colori e sfumature, si addunò che la struttura del supermercato era precisa quella di una chiesa a tre navate. Sul fondo, al posto dell’altare, la fila delle casse. Padre Marx si è sbagliato, pinsò. Non è la religione ad essere l’oppio dei popoli. L’oppio dei popoli è la formula paghi due prendi tre, e la tessera a punti che consente, con l’aggiunta della modica cifra di euro cinque, di portarti a casa il tostapane elettrico, la cuccia gonfiabile per il cane, la borsa termica ca pure sotto il solleone ti conserva la versione più popolare di acqua zuccherata frisca frisca come appena cacciata dal frigo. Pur non essendo comunista, in quel tempio del verbo consumista lo assugliò una botta di umore nìvuro. Dei fantomatici non-latri, intanto, nessuna traccia, men che meno odorifera. Principiò a camminare più svelto, non vedeva l’ora di arrivare in fondo, dichiarare forfè e niscire, e tanti saluti a u Canadisi e alla sua chiesa di Scontology.
Uno stridio lacerante, come di machina che sgomma in lontananza, lo strappò alle sue cupe riflessioni. Senza che avesse manco il tempo di pensare principiò a correre, le sò gambe parevano dotate di libero arbitrio e lo portavano innanzi alla velocità massima che potevano a raggiungere. Arrivò al varco che si apriva a metà del corridoio giusto in tempo per taliare un elfo nero filare come un aereo a reazione lungo il corridoio opposto, i pattini ai piedi. E darrè l’elfo, una stampa e una figura con il coyote dei cartoni animati, Mimì Augello che correva brandendo il salame ungherese.
“Fermo! Polizia!”
Lo stridìo dei pattini risonò come una pernacchia.
“Mimì, non lo perdere! Stagli appresso! Arrivo subito!”
Già senza sciato, coprì a curruta folle la metà del corridoio fino al funno e fece in tempo a cogliere con lo sguardo altri due elfi, parimenti neri, girare vorticosamente intorno alla torre e sfrecciare come lepri nella direzione opposta alla sua. Si provò a inseguirli, ma una botta fortissima di dolore lo artigliò allo stommaco, gli fermò il respiro in gola. Sbandò, si appoggiò a uno scaffale, finì culo a terra in un tintinnio di barattoli di tonno che malignamente gli crollarono in coddru come una colata lavica, a lui che il pesce conservato in qualisivoglia modo non voleva vederlo manco pinto. Con le scatolette che ancora vorticavano sul pavimento e andavano ad ammucciarsi sotto gli scaffali e darrè le casse, taliò in lontananza Mimì Augello che, finita oramà la navata, inseguiva l’elfo che si era buttato sulla destra mentre gli altri elfi velocissimi parevano inseguire lui. Si addunò che tutti stavano puntando verso un’apertura, buia come una grotta, che si rapriva nella latata in funno. Di colpo comprese.
“Mimì, no!”
Come in una ripresa al rallentatore, taliò l’elfo di testa inclinarsi a mancina con l’eleganza di un’etoile dell’Opera, flettersi sulle festuche nere che aveva al posto delle gambe e saltare a volu d’angilu la cassa che gli si parava dinanzi. In quel preciso intifico momento gli elfi di coda afferrarono Augello per le braccia e lo iettarono dintra la vuccaccia nera spalancata come quella del Moloch di fenicia memoria. Quasi obbedendo a un ordine, una porta metallica firriò sui cardini e chiuse l’apertura con un risucchio di gorgo. Gli elfi volarono a superare la cassa e raggiunsero il compagno. Strammato, Montalbano li osservò piroettare, procedere in formazione a stormo, arrivati all’altezza della torre saltare di novo le casse con leggerezza di piuma, atterrare in fila e sparire nel corridoio centrale. Sullo stridio delle rotelle risonò una risata femminile. Una porta si raprì, si richiuse. La risata continuò ad aleggiare, il commissario non arriniscì a comprendere se si trattava di eco o se invece era la sò testa che, registrato il suono, avesse deciso di ripeterlo per qualche secondo.
“Stai a vedere che la regina Mab si è stancata del guscio di noce?”, si spiò incongruamente come spesso gli capitava.
Una serie di tonfi suffocati lo scoterono dall’allocchimento. Provò a susìrisi, ma il dolore allo stommaco pinsò bene di dargli una strizzata che lo fece cimiare come un àrbolo. Rassegnato, si trascinò carponi in attesa che le fitte diminuissero. Aggirando a mo’ di armalo la torre squillante di colori, pinsò che non aveva la prestanza per tenere il passo con le nuove generazioni. Mai sarebbe arriniscito a venire ai patti con quei mostri che a quindici anni sanno tutto di computer, si parlano via Internet, comunicano per sigle e abbreviazioni e anziché camminare come tutti i cristiani filano su pattini alimentati a idrogeno liquido.
Finalmente, dopo un tempo longo come una missa cantata, il dolore si decise ad abbandonarlo. Quateloso, attento, Montalbano si addrizzò in piedi e chiano chiano, scantato che le fitte lo assugliassero novamenti, arrivò alla porta. La quale porta, larga e solida come quella di un cavò, era come aveva temuto quella della mallitta cella frigorifera. A lato, un display che sparluciccava verdognolo segnando la temperatura di due gradi centigradi, e una bottoniera.
“Salvù! Salvù, dove minchia sei?”
“Sono qui, Mimì. Avevi ragione. Era una trappola. E noi ci siamo caduti come due stupidi.”
“Cos’è, è arrivato il tuo turno per le osservazioni geniali? Tirami fòra! Ho provato, ma da dentro non si apre, è bloccata”.
“A dare retta a u Canadisi, l’apertura della cella è regolata da un computer. Se è così, siamo fottuti perché io non so dove mettere le mano. L’unica è tilifonare in commissariato e spiare se mandano qualcuno ad aiutarci.”
“Salvo, ti sei scimunitu? Quelli basta che entrano qui, e i frischi e le risate arrisbigliano tutta Vigàta. Che figura ci facciamo?”
“Mimì, se preferisci fare la fine del merluzzo surgelato, fammelo sapere”.
Darrè la porta, nessuna risposta. Poi un santione ca tirava in mezzo santi, angeli e patroni.
“Ho provato col telefonino, ma non c’è campo. Vedi se trovi un telefono fisso. Possibilmente in fretta, Salvù, perché qui dentro mi sto agghiazzando i cabasisi”.
Montalbano si figurò Augello al buio, tremante nella cammisa cilestrina, con i quarti di bue che gli penzolavano attorno come cataferi appesi per la mummificazione. D’impulso, afferrò la maniglia e principiò a tirare con tutte le sue forze. La porta non si cataminò di un millimetro, in compenso la spalla che il mercante d’omini gli aveva spirtusato mesi avanti gli ricordò la sua presenza con una stilettata maligna. Si smontò, proprio non era cosa.
“Da qualche parte ci dev’essere l’ufficio. Sicuramente c‘è un telefono. Vado e torno, Mimì. Tu intanto cerca di non stare fermo, di non addormentarti. Se senti che ti sta venendo sonno pigliati a pagnuttuna in faccia, mettiti a saltare, canta, ma non addormentarti”.
“Addormentarmi? Col nirbùso che ho non c’è rischio, credimi”.
Si taliò intorno, registrando tutti i particolari di ciò che vedeva, le casse, gli scaffali, le porte di ingresso in vetro e darrè le saracinesche inserrate. Dove poteva essere l’ufficio? Sulla latata opposta, mezzo ammucciata dalla torre di barattoli, intravvide una porticina di ligno semiaperta e principiò a correre. Poi rallentò. Tornò narrè. Raccolse da terra il salame ungherese che al suo vice era sfuggito quanto lo avevano catafottuto nella cella. Non si sa mai, disse una vocina beffarda. Lasciò ricadere il salame e a passo svelto si diresse verso la porta. Va bene i pattinatori ca filavano roteando come ucelli di malaugurio, va bene la rivoluzione diggitali che crea celle frigorifere computerizzate solo perché un vicecommissario di polizia ci rimanga chiuso come un fissa, va bene che la regina Mab in versione riveduta e corretta pare essersi trasferita a Vigàta e fare le cose che fa una regina degli elfi, ma uno un filo di dignità deve pur tenerselo.
Giunse alla porta, chiano chiano la raprì del tutto. Dava su un corridoio malamente illuminato, stritto come un budello, che dopo un paro di metri girava a gomito. Principiò a percorrerlo. Un altro giro a gomito. Tre scalini lisi e malmessi su cui rischiò di sciddricare. La tensione si cangiò in nirbùso. E che era, il tribunale delle soffitte? Ancora qualche metro, e si ritrovò dinanzi una porta, questa volta di metallo. Tentò la maniglia, era chiusa a chiave. Cacciò fora il mazzo di grimaldelli e si apprestò a strumentiare con la serratura. Non arriniscì a trovare il buco, si chinò a taliare meglio. La toppa era stata chiusa con qualichi cosa, al tocco pareva mastice, oramà seccatosi. Si addunò che a lato era attaccato un pizzino di carta. Lo staccò dal muro. Era scritto al computer.
PRRRRRRRRRRRRRRRRRRR!
Fu come uno straccio rosso sventolato sotto le nasche di un toro. Con un ululato di vestia inferocita prese la porta a cavùci, a pugni, a ginocchiate, santiando all’indirizzo degli elfi le cui matri erano buttane e troie ca se la facevano con incubi, dimonii e tutti gli esseri che albergano nel sottosuolo. Quindi, i pedi e le mano ca si avessero avuto parola si sarebbero lamentiati come prefiche, con un grimaldello si mise a grattare il mastice tentando di liberare la toppa. Fu inutile, dopo dieci minuti si fece persuaso che mai sarebbe riuscito a raprire la porta. Rificcò il mazzo nella sacchetta e ripercorse all’indietro il budello, più veloce che potè. Fra riffe e raffe aveva perso una mezzorata, e Mimì nel frattempo si doveva essere cangiato in un omo di neve.
Coprì di furia la distanza fino alla porta della cella.
“Mimì! Mimì! Rispondimi! Tutto bene?”
“Zalvo, do. Meddre di asbeddavo ho avudo la bedda idea di gergare se gi sdava ud’aldra uscida da quagghe barde. All’urbigna ho drovado quella ca mi bareva uda borda, l’ho dirada, e mi sono ridrovado al Bolo. Nella gella g’è ud’aldra gella ber i surgeladi. Bi è arrivada uda dale vendada di freddo ghe b’è assuggliado un sindòmo e sono guasi svenudo. Sono riusgido a ghiudere la borda, ma oramà mi ero gelado gome un pinguino. Gredo ghe mi sono breso il raffreddore. Ber ingiso, magari lì hanno golbido. Hanno besso obbrellini di carda golorada aberdi fra donni e merluzzi, bareva un brado fiorido.”
La voce si fermò, suffocata da una diecina di starnuti.
“Hai drovado il delefono?”
Montalbano non arrispunnì. Passarono secondi eterni come ere glaciali. Darrè la porta si sentì un pigolio. Alloccuto, pensò che Augello stesse chiangendo. Poi si rese conto che rideva.
“Zalvù, è azzurdo. Duddo mi zarei asbeddado, dranne ghe di fare la fine del besce surgelado. Segondo de, gi sta una baniera biù gredina di morire?”
Cosa fare? Niscire dal supermercato alla ricerca di una cabina telefonica, specie in via di estinzione che, perdipiù, quando esistente era invariabilmente scassata? Attaccarsi al campanello delle casuzze vicine nella speranza remota che qualcuno gli raprisse la porta e gli facesse usare il telefono? Acchianare in machina e correre fino al commissariato, rischiando di scrafazzarsi contro un albero visto che buon guidatore non era mai stato, men che meno di notte, e men che meno sulle stratuzze scognite della contrata? E se pure fosse arrivato a destinazione, intanto che giungevano i soccorsi Augello aveva tutto il tempo di moriri assiderato.
“Mimì! Provo comunque a tirati fuori. Continua a parlare. Mi capisti? Parlami!”
Dalla cella non venne un suono, non una parola, non un sospiro. Mimì doveva aver perso canuscenza, e il freddo mallitto lo avvolgeva, azzannandogli la pelle che oramà doveva essere livida, irrigidendogli vrazza e gamme, acchianando piano piano dallo stommaco al cuore. Più che raggia, Montalbano provò disperazione. Alla cieca, principiò a pistare sui tasti della bottoniera, nella speranza di inzertare una combinazione quale fosse. La porta rimase immota. Currì a uno scaffale, afferrò una vanghetta da giardino, la ficcò fra la porta e lo stipite, fece leva. Con uno schiocco, la vanghetta si spezzò, il manico gli rimase in mano. Prese a càvuci la lastra di metallo, con l’unico risultato di conciarsi peggio i pedi già malridotti. Non seppe più che fare. La testa svacantata, indietreggiò fino a fronteggiare la porta in tutta la sua grandezza. Puntò i piedi a terra, alzò le braccia come uno sciamano in preghiera.
“Rapriti pipiti e chiuditi popiti!”
Lentamente, la porta si raprì.
La formola della favola aveva funzionato.
Dalla fessura niscì uno sbuffo ghiazzato. E appresso allo sbuffo Mimì Augello, la faccia bluastra, che cadde sul pavimento con un tonfo di suicida dal terzo piano.
Montalbano si gettò ginocchioni accanto al suo vice, gli mise un braccio intorno alla schiena, lo sollevò. La testa di Augello cadde narrè come quella di un pupo a cui abbiano tagliato i fili, franandogli sulla spalla mancina.
“Mimì! Mimì!”
Augello si scosse appena, raprì la bocca, e quello che forse avrebbe voluto dire venne suffocato da dieci venti colpi di tosse che lo scoterono come una tempesta. Il commissario lo sostenne, abbracciandolo, tentando di riscaldarlo, tremando al contatto con quel corpo accusì gelido che gli parse di essere immerso in una distesa di neve. Incongruamente, si taliò intorno per vedere se spuntava un sambernardo a soccorso dell’assiderato, e si vide riflesso nella latata di uno scaffale, culo a terra, il suo vice fra le braccia con la testa abbandonata, a creare una grottesca parodia a metà fra la Pietà michelangiolesca e la scena madre della Bohème.
Un barrito pervase il supermercato diserto.
“Zalvo, ghe gazzo ridi? Dabbi uda bano biuddosdo”.
“Mimì, ma allora sei vivo. Cominciavo a temere che avessi abbandonato questa valle di lacrime, ti manca solo il manicotto e sei preciso intifico alla tua omonima .”
Augello lo taliò, gli occhi arrussicati dalla fevre e dalla raggia.
“Dod di rispondo zolo berghé mi sendo drobbo bale, ba guesda be la baghi. Ora aiudami ad alzarmi.”
Oscillando e cimiando si misero in piedi, il commissario con spalla mano e gambe che davano fitte ad ogni cataminarsi, Augello che tremava come un uccellino in inverno. Passo passo percorsero a zigzag il supermercato, trasirono nel magazzino, niscirono all’aria aperta. Senza sciato, il corpo del suo vice che gli pesava addosso come un mucchio di petre, il commissario alzò gli occhi nel fitto della nuvolaglia che copriva il cielo. Come rispondendo a un segnale, un fulmine saettò, accecandolo. Non si era ancora spento che iniziò a diluviare.
“La regina Mab se la sta scialando”.
“Ghe hai deddo, Zalvo?”
“Nenti, Mimì. Appoggiati a me e togliamoci di qui prima di assupparci.”
Bastarono i pochi metri fino al cancello perché la pioggia li imprenasse fino al midollo. Quando, dopo un tempo eterno, arriniscirono a raggiungere la machina, Montalbano si stupì che non gli fossero cresciute le scaglie come a un pisci. Mezzo cieco per il muro d’acqua, raprì la portiera e depose Augello sul sedile del passeggero. Acchianò a sua volta, santiò al contatto con il sedile zuppo, i finestrini raperti avevano lasciato libero ingresso alla pioggia e la machina pareva un lago. Il busto di Mimì, lento lento, scivolò di lato e la testa che gocciava a fontana gli si incuneò fra spalla e collo.
“Mettiti la cintura, Mimì. Ti porto a casa.”
“Sgordadelo. Dàlia il ralogio. Sodo le due bassade. Se arrivo a guest’ora e a guesdo bodo, la madre di Beba mi sbara gon la mia bisdola d’ordinanza.”
“E allora ti porto all’ospedale.”
“E ghe gli digi? Ghe bi sodo breso l’influenza gombiendo il mio dovere di omo di lìggi?”
Montalbano si azzittò.
“Bordami a gasa dua. Mi dai un whisky, mi faccio una sudada e domaddina è bassado duddo”.
Senza dir motto, il commissario spinse con delicatezza Augello, lo raddrizzò, all’urbigna cercò la cintura di sicurezza dal suo lato. Mentre la sistemava, si addunò che la cammisa di Mimì era uscita dai pantaloni. Un lembo arricciatosi gli lasciava scoperto lo stommaco. Alla luce di un lampo, una goccia di pioggia sparluccicò rotolandogli nell’umbilico.
Quateloso, perché a guidare di notte non si fidava e men che meno sotto il diluvio, Montalbano accese il motore. La machina si cataminò, incerta e sussultante. Il percorso fino alla casa di Marinella, scandito da starnuti e colpi di tosse, gli sembrò lungo una quaresima. Arrivati che furono aveva smesso di piovere, e Augello si era addormentato. Santiò a bassa voce. E adesso chi lo portava quel dolce peso fino dentro casa?
“Mimì, ci siamo. Svegliati.”
“Bh.”
L’unica era raprire la porta, caricarsi Mimì e portarlo dentro a braccia. Niscì dalla machina, percorse i pochi passi che mancavano alla soglia, cacciò la mano nella sacchetta dei pantaloni alla ricerca delle chiavi. Non c’erano. Santiò, sicuramente le aveva messe nella giacca, la quale era in macchina sul sedile del passeggero, ridotta una mappina sotto il peso di Mimì. Fece per tornare narrè e si addunò che la porta era socchiusa, uno spiraglio di luce filtrava all’esterno.
La spalancò, e rimase di sasso.
La regina Mab se l’era scialata, e con lei gli elfi infernali. Pile di libri, lampade, lacci da scarpe, fili da bucato e attrezzi di cucina erano stati usati per creare una copia perfetta di San Francisco. Il Golden Gate attraversava un fiume copioso di carta stagnola su cui galleggiavano a mo’ di barche le sue cravatte. E al centro, circondato da frane di grattacieli cartacei e illuminato da abat-jour sapientemente puntate, un gigantesco dinosauro di peluche a imitare Godzilla. Fra le fauci di pezza era appuntato un biglietto. Superando uno sbarramento di pirofile, Montalbano lo prese in mano. Già sapeva che era scritto al computer.
Non abbiamo rubato niente. Le chiavi di casa sono sul comodino. Cordiali saluti.
“Madudduzza beddra, e ghe fu!”.
Il commissario si voltò a taliare Augello che, fermo sulla soglia, fissava la scena con occhi sgriddati. Se non altro, pinsò, mi ha risparmiato la fatica di trascinarlo dentro.
“Mimì, la fevre ti ha rincoglionito del tutto? E’ stata la banda degli elfi, dei pattini, di quello che vuoi. Si sono divertiti e se ne sono andati. Adesso seguimi, non puoi restare con i vestiti bagnati.”
Augello non si cataminava, pareva affatturato, dovette prenderlo per mano e condurlo come un picciliddro. Un pedi leva e l’altro metti, lo portò fino al bagno.
“Ghe devo fare?”
“Mimì, ti ha abbandonato il ciriveddro? Una doccia càvuda, ecco quello che devi fare. Così ti levi il friddo di dosso. Poi ti do un bicchiere di whisky e ti metti a dòrmiri. Vedrai che domattina ti arrisbigli bello fresco come una rosa”.
Le dita legate, Augellò principiò a spogliarsi, e inconsciamente Montalbano lo imitò, i vestiti assuppati gli davano fastidio. Mentre si toglieva la cammisa fradicia, girò i rubinetti per regolare il flusso e la temperatura dell’acqua. La doccia soffiò, gorgogliò, elargì qualche goccia appena stiepidita. La carenza cronica dell’approvvigionamento idrico aveva scelto il momento migliore per manifestarsi. Santiando, richiuse i rubinetti.
“Contrordine, Mimì. Niente acqua, si passa direttamente all’alcool. Finisci di sistemarti e raggiungimi in salotto”.
Era tale il nirbùso che si spogliò in un biz e lasciò i vestiti sul pavimento alla sanfasò, senza curarsi di raccattarli. Prima che le mutande finissero di cadere sul mucchio, prese un asciugamano e se lo avviluppò intorno ai fianchi. Niscendo dal bagno si diede una veloce taliata allo specchio. La testa ancora lucida di pioggia e le gambe coverte dalla spugna a righe, pareva appena uscito da I dieci comandamenti nell’ipotesi migliore, in quella peggiore da un film dei Vanzina. L’unica era prendersi una sbronza, dormire fino a mezzoiorno e obliare ogni cosa che avesse a che fare con elfi, supermercati, canadisi, pattini e soprattutto celle frigorifere.
Augello lo raggiunse poco dopo, con indosso un asciugamano rosso su cui si intrecciavano disegni bianchi di foglie, un regalo di Livia da una vacanza in qualche isola o da una delle sue incursioni nei negozi londinesi. In silenzio, il commissario gli pruì un bicchiere colmo di whisky, e rabboccò il suo che nel frattempo si era scolato.
“Ho un freddo dremendo.”
Tremando, Augello si assettò sul divano, si rannicchiò, il bicchiere accostato le labbra a succhiare il whisky come un lattante. Qualche goccia gli scivolò sul mento. Montalbano gli tolse il bicchiere ormai vacante per metà, vippi il resto. La testa iniziava a firriargli, e se Augello aveva freddo, a lui stava assugliando una botta di càvudo africano.
“Vado a cercarti una coperta. Tu intanto sdraiati e riposati tanticchia.”
Con andatura da orso, ché oramai si erano fatte le tre e gli occhi principiavano a fargli pupi pupi, entrò nella càmmara da letto, all’urbigna raggiunse l’abat-jour sul comodino, l’addrumò e si diresse all’armuàr, dove Adelina aveva sistemato coperte e plaid all’inizio della bella stagione. Raprì l’anta, e il fetore di naftalina lo aggredì, infilandosi in occhi naso gola, accecandolo, troncandogli il respiro. Tale era la stanchezza, che aveva dimenticato la personale guerra che la sua criata da tempo immemorabile conduceva contro le tarme a colpi di canfora e altri strumenti dal puzzo infernale. Santiando chiuse lo sportello e a tentoni, sbattendo contro mobili e spigoli, entrò nel bagno per lavarsi la faccia con quel poco d'acqua disponibile e limitare gli effetti del gas asfissiante. Augello avrebbe dovuto fare a meno della coperta.
Ancora mezzo accecato tornò in salotto. Disteso sul divano, Augello tremicchiava, il respiro nanfaroso, la faccia rubizza, emettendo gorgoglii soddisfatti. In mano, a mo’ di biberon, teneva la bottiglia di whisky, che nel frattempo si era scolato completamente. Si voltò, taliò il commissario, la bocca si raprì in un sorriso che gli spaccava la faccia. Montalbano venne preso dalla gana di spaccargliela veramente, ma si trattenne.
“Zalvù, ho finido la boddiglia.”
Il sorriso sparì per lasciare il passo a un’espressione di cucciolo ferito.
“Berò, ho angora freddo.”
Cosa fare? Dargli una botta in testa, confidare in una commozione cerebrale che lo mettesse fuori combattimento qualche ora e andarsene a dormire?
“Mimì, niente coperta, a meno che non vogliamo morire entrambi asfissiati. Nell’armuàr ci sta naftalina bastevole a causare un’ecatombe, di tarme e di cristiani.”
Da ferito, il cucciolo divenne moribondo. Montalbano si figurò Augello in un tavuto di legno, il vestito buono indosso, i capelli ravviati che cadevano a ciocche su uno strato di cerone, la bara circondata dalle stuoli di fimmine che ne chiangevano la prematura scomparsa e lanciavano maledizioni a lui, il commissario di Vigàta, che aveva lasciato il suo vice al freddo e al gelo causandone la dipartita. Qualcosa per scaldarlo bisognava trovarla.
Prese il telefono, compose un numero.
“Salvo! Che piacere sentirti!”
Tipico di Ingrid. Anche a chiamarla in piena notte non si stupiva, non si risentiva, e soprattutto non faceva domande.
“Scusami se ti disturbo a quest’ora.”
“Di niente, figurati. Stavo tornando da casa di uno, poi ho deciso che non mi andava di dormire e sono rimasta in giro. C’è una luna bellissima.”
“Ingrid, ti ho chiamato per un consiglio.”
“Su che cosa?”
Montalbano tacque. La svidisa attese.
“Se uno ha freddo e non ci sono coperte, come si fa a scaldarlo?”
La risata di Ingrid risonò come una campanella.
“Con il metodo più antico del mondo, direi.”
“Ingrid, non ho gana di babbiare.”
La svidisa rideva a crepapelle.
“Ingrid, adesso riattacco.”
“Scusami, è che è una domanda un po’ strana, soprattutto da te. Fammi pensare…”
Fu la volta del commissario di attendere. Appizzò le orecchie. Dal telefono veniva un fruscio, probabilmente il romore del mare. Si figurò Ingrid, i pedi scalzi che giocavano con la rena indurita dal temporale, la luna che le accendeva i capelli di riflessi azzurrini, la faccia contratta a metà per la concentrazione, a metà per la botta di risa.
“Ecco, penso che ho trovato una soluzione. Un massaggio. Lo fai partendo dai piedi e sali fino al collo. Movimenti dal basso verso l’alto. La circolazione si attiva e il corpo si scalda.”
“Un massaggio?”
“Sì, lo fai con quello che vuoi. Una crema, olio d'oliva. Ci sono degli unguenti aromatizzati che sono la fine del mondo. Non immagini gli effetti che possono avere.”
“L’unico effetto che interessa a me te l’ho riferito. Grazie, Ingrid. Ci sentiamo. Se hai voglia, domani ti porto a cena.”
“Grazie Salvo, ma domani non posso. Mi ha invitato un amico, Steven. E’ quello che ha il supermercato, lo conosci?”
Ancora u Canadisi. Mentalmente, Montalbano pregò che un fulmine lo riducesse a un tizzo, che una tromba d’aria se lo portasse via con tutto il supermercato, che lo rapissero gli alieni.
“No. Ti ringrazio ancora. Ci sentiamo presto.”
“Salvo?”
“Sì?”
La risata ruscellò dalla cornetta, facendogli il solletico nella testa, scendendo lungo la schiena.
“Poi mi spieghi questa faccenda. Dopodomani. A cena. Offro io.”
Riattaccò che Ingrid ancora rideva. Si voltò a taliare Augello. Ancora scosso da strizzoni, era scivolato in un dormiveglia da ‘mbriaco, risvegliandosi a cadenza irregolare per gli starnuti e la tosse. Un attacco più forte lo arrisbigliò del tutto.
“Zalvù.”
“Mimì, ho trovato un sistema. Aspetta un paro di minuti.”
Rientrò nella càmmara da letto, da un settimino prese un telo da mare e lo distese sulle lenzuola. Poi si diresse in cucina, prese la bottiglia di olio da cucina, vacante per metà, ma calcolò che bastava e soperchiava. La portò nella stanza, proprio non si vedeva a straportarsi Augello ‘nzemmula alla bottiglia senza scascionare disastri. Quindi, gli occhi semichiusi per il sonno, coprì la distanza fino al divano e si accucciò, la faccia a pochi centimetri da quella del suo vice.
“Mimì, tirati su.”
“Berghé?”
“Perché mancando acqua calda e coperte l’unico sistema per cacciare il freddo è un massaggio. Qui non te lo faccio o tocca cangiare la tappezzeria del divano. Quindi mi segui nella càmmara da letto.”
Lo sguardo di Mimì si fece trùbbolo. Chiano chiano, si sollevò appuiandosi a un gomito, scivolò.
“Da solo non ge la faccio.”
Con santa pacienza, Montalbano circondò la schiena di Augello col braccio destro, lo sostenne, lo sollevò. Dovette portarlo di peso, Mimì sbandava, i pedi si cataminavano a fatica, sciddricavano sulle mattonelle lisce, truppicavano contro i mobili. Arrivati a destinazione, cadde sul letto come corpo morto. Montalbano lo sistemò alla menopeggio sul telo da mare. Longo com’era la testa sporgeva oltre, fece in modo che poggiasse sul cuscino. Tanto, a sentire Ingrid, bastava arrivare fino al collo.
Sbuffando si chinò, prese la bottiglia, si versò tanticchia d’olio sul palmo della mano, taliò la piccola pozza di liquido verdognolo. Non sarebbe stato poi tanto diverso dalle volte che aveva aiutato Livia, e altre prima di lei, a spalmarsi di crema solare. Si unse entrambe le mani, le poggiò con quatela sulle caviglie, alcune gocce vi erano cadute sopra, occhieggiando fra la peluria che vi cresceva. Quindi, seguendo da manuale le istruzioni della svidisa, principiò dai piedi.
Si addunò che erano lunghi e forti, la pianta indurita dalle mille passeggiate che fin da nico aveva compiuto scalzo sulla rena. Il ditone del piede destro, quello con cui Augello aveva battuto contro il coperchio del tombino, si era gonfiato e aveva assunto una sfumatura bluastra. Lo sfiorò appena, attento a non fargli male.
Augello si mosse, cacciò un respiro, si sistemò meglio sul telo. Aveva gli occhi inserrati, Montalbano non arriniscì a capire se dormiva o era sveglio. Dalle piante passò al dorso e alle caviglie, da lì prolungò il movimento fino ai polpacci. Dove era stata toccata, la pelle diventava rossa. Si spiò se era un segno che il massaggio funzionava. Probabilmente lo era.
Con movimenti lenti che gli parsero goffi, le mani salirono oltre le ginocchia. Scostò l’asciugamano di Augello che lo impediva. Alla luce dell’abat-jour le foglie di palma erano bianche come gesso, parevano galleggiare sulla ricchezza rossa della spugna.
La schiena del suo vice si inarcò.
Il commissario alzò lo sguardo e incontrò gli occhi di Mimì, raperti, sbrilluccicanti, il bianco che riluceva di sfumature azzurre e opaline, e sotto gli occhi il naso affilato, la bocca che si aprì di scatto a scoprire i denti, un sorriso carico di tutta la polisemia che può avere un sorriso.
La mano sinistra di Augello si mosse in scivolata verso l’interruttore della lampada, la sua compagna si sollevò, atterrò sul petto di Montalbano, scese verso il basso, oltre l’umbilico, oltre l’asciugamano, oltre the point of no return.

*****
E su quell’immagine la mente piatosa calò la tela.
La sua memoria non gliene servì altre, ma quella sola era bastevole. Ma era memoria, si spiò, o piuttosto non era stato un sogno dovuto alla quantità di whisky che si era bevuto? Un sogno strammo, uno sgherzo del subconscio che si spiegava con la stanchezza, i litri d’acqua che l’avevano infuso fino al midollo, la situazione inconsueta, la nostalgia per Livia…
Sì, e lui accoglieva Mimì a dòrmiri nel suo letto perché si era assuppato come un pulcino e la sua donna era a Boccadasse? Fosse stata un’indagine, avrebbe liquidato la motivazione con una risata. Solo che non gli veniva da ridere. L’impulso che provava era quello di afferrare la testa appoggiata sulla sua spalla e scrafazzarla contro il muro, cancellarne i connotati che si delineavano alla luce della lampada, le sopracciglia che si movevano impercettibilmente nel sonno, le ciglia longhe, il naso lievemente arrussicato, la bocca tanticchia raperta che a intervalli regolari gli alitava sulla clavicola. E poi che fare? Scavare una buca nella rena, seppellirvi il cadavere, e quindi spararsi alla tempia manco fosse il protagonista di una telenovela? Già si figurava la faccia a culo di gallina di Pippo Ragonese, commentatore del telegiornale di TeleVigàta, che faticando ad ammucciare la soddisfazione annunciava ai telespettatori: “Stamattina il cadavere di Salvo Montalbano, il ben noto commissario di Vigàta, è stato rinvenuto nella sua villa di Marinella; secondo le nostre fonti sembra che si sia suicidato con un colpo di pistola a causa di una illecita relazione con il suo vice Mimì Augello, il cui corpo senza vita è stato ritrovato sepolto nel tratto di spiaggia prospiciente la villa…”. Chissà quali disquisizioni sulla decadenza dei costumi, della polizia e dell’Italia tutta, fortunatamente frenate dall’azione encomiabile dell’attuale governo, sarebbe riuscito a trarne. Con gli occhi della mente taliò gli imbecilli della scientifica guidati da Vanni Arquà che si aggiravano per la sua casa, frugando càmmara càmmara alla ricerca di indizi inesistenti in attesa che arrivasse il giudice Tommaseo. Montalbano se lo figurò che trasiva nella stanza, il naso che vibrava come quello di un segugio, gli occhi sparluccicanti di contentezza allo scenario di sesso, passione e morte di cui era alla costante ricerca e che si sarebbe ritrovato servito su un piatto d’argento con lui, Montalbano, quale portata principale.
La stretta del braccio, che si serrò con maggior forza intorno alla panza, lo strappò alla fantasia. Guardò la mano di Mimì cataminarsi piano, scivolare, appuiarsi sul suo fianco. Dita lunghe lo carezzarono appena. La testa sulla spalla si mosse. Vincendo il viluppo di sensazioni contrastanti che lo assugliarono di botto, Montalbano votò lo sguardo verso la faccia che ora era rivolta verso la sua. Due fessure di occhi lo taliarono.
“Salvo.”
Le fessure scomparvero, la testa ridiscese, si riappoggiò nell’incavo fra spalla e collo. Il respiro tornò a farsi sentire, leggero e regolare. Mimì si era addrumiscito di nuovo.
Montalbano lasciò correre lo sguardo su quel corpo cummigliato dalle linzòla, che seguivano come un peplo le spalle ampie, il torace, i fianchi, le gambe longhe e semiflesse a contatto con le proprie. Risalì a taliare quello che si scorgeva della faccia, la fronte che aveva il pallore e il lucore di una perla. L’idea di scrafazzarla contro il muro si sciolse, si stracangiò in qualcosa che non poteva e non voleva analizzare.
Una nuotata gli avrebbe schiarito le idee, o forse le avrebbe messe a tacere.
Piano, attento a non svegliare Mimì, principiò ad alzarsi. La stretta del braccio diventò di ferro. In un unico movimento, tutto il corpo dell’altro si impiccicò al suo. Montalbano percepì millimetro per millimetro la pelle che si era fusa con la sua a fare tuttuno, pedi contro pedi, spalle contro spalle, cosce contro cosce, petto contro petto. E contro il suo fianco, asciutta, pulsante come un cuore, la parte di Mimì che, nonostante colui al quale apparteneva dormisse un sonno piombigno, mostrava capacità di veglia e vita proprie.
Ignorando il calore che pareva squagliarlo, si taliò intorno. Si addunò del cuscino che era caduto a terra, dinanzi il comodino. Stese il vrazzo libero, lo raccattò, allato un mugolio di protesta gli soffiò nell’orecchio. Lentamente ammuttò il cuscino fra il torace suo e di Augello, scivolando allo stesso tempo fuori dal letto. Le braccia di Mimì esitarono, poi si strinsero intorno al guanciale.
In piedi accanto al letto, Montalbano taliò per qualche attimo l’altro, immerso nel sonno con la placidità di un picciliddro. Aveva la testa svacantata, o forse troppo piena. Nessun pinsèro, arrinisciva non a riflettere, ma solo a fissare la testa di Mimì abbandonata sul materazzo, il torace che si era scoperto mentre il commissario scinniva dal letto e che si alzava e riabbassava seguendo il ritmo del respiro. Fece per andarsene. Fatti due o tre passi tornò indietro, prese un capo del lenzuolo, coprì Mimì fino alle spalle.
In spiaggia registrò con la mente l’aria ancora fresca di temporale, la rena indurita dalla pioggia, l’odore del mare frammisto a quello degli ultimi fiori estivi, un odore di colore viola pallido, venato d’oro. Coprì a passi veloci la distanza fino alla battigia, si tuffò, principiò a natare. L’acqua lo accolse, un bozzolo liquido che gli avvolgeva le membra, liscio come seta. Nuotò finché non iniziò a fagliargli il respiro. Ficcò la testa sotto l’acqua, sperando che cancellasse i dubbi, la tirò fuori solo quando sentì i polmoni che scoppiavano.
I dubbi rimasero.
Si girò, si mise a fare il morto, il corpo immobile, la testa un ottovolante. Era veramente successo qualcosa? Ricordava, o credeva di ricordare, la mano di Mimì che scendeva verso il basso un attimo prima che la luce venisse astutata. Ma poi? La memoria, se memoria era, non pareva aver registrato altro. Poteva essere finita lì, con Mimì ubriaco da fare vrigogna che l’aveva scambiato per una versione riveduta e corretta di una turista tedesca e lui che lo riconduceva a più miti consigli con una timpulata, oppure… Eventuali tracce non notate quando era ancora nella càmmara erano oramà lavate dal mare. Tornare a casa e, a taci-maci, controllare se il corpo di Mimì o il letto recavano i segni dell’altrettanto eventuale nuttata di passione? Attendere che lo stesso Mimì si svegliasse e studiare dalla sua espressione se della notte gli era rimasto qualcosa?
Fu il pinsèro di sostenere lo sguardo di Mimì, nel momento in cui si fosse svegliato nudo e nel letto appartenente al suo superiore e amico, che lo trattenne in acqua fino a quando non principiò ad albeggiare. Quando i colori del cielo si stracangiarono verso il rosa raggiunse la riva. Si taliò intorno, scantato che gli ottuagenari trivigiani con cui qualche mese prima aveva avuto la mala fortuna di incontrarsi sbucassero all’improvviso facendo voci e accusandolo, giacché questa volta non vi erano cadaveri, di atti osceni in luogo pubblico. Chiano chiano, un passo avanti e due narrè, arrivò alla verandina, la scavalcò sbuffando, con una fatica che gli parse un’ulteriore avvisaglia di vicchiaia. Sanza il menomo romore, entrò nella càmmara da letto.
Mimì era scomparso.
Il commissario rimase immobile, la mente che con furia di febbre veniva invasa da immagini in cui il suo vice, schiacciato dalla vrigogna, si impiccava, si sparava con la pistola d’ordinanza o, colto da un orrore irrefrenabile, montava ancora nudo nella sò machina per andare a scrafazzarsi giù dalla scogliera. Inconsciamente, sull’onda dei pinseri principiò a camminare càmmara càmmara, scrutò nel bagno, nel salotto, in cucina, a precipizio scese le scale, entrò nell’ingresso, andò a franare contro il dinosauro di peluche travolgendo il Golden Gate e un buon numero di grattacieli. Santiando, abbatté con un calcio quanto restava delle costruzioni e si diresse alla porta, la raprì, taliò all’esterno. L’auto era sparita.
L’immagine di Mimì che sfondava il guard-rail per andarsi a sfracellare sugli scogli sottostanti venne troncata dallo squillo del telefono. Si bloccò, incalzato dai trilli, ossessivi, ripetuti, che gli spirtusavano la testa come una virrina. Quindi automaticamente si diresse all’apparecchio, prese in mano la cornetta.
“Pronto.”
“Dottore? Sono Fazio”
Venne preso dalla tentazione di rispondere che no, non era il commissario ma il suo fratello gemello Arturo, e che il dottore Montalbano causa urgenti impegni familiari si era trasferito in Burkina Faso.
“Dimmi.”
“Commissario, stanotte ci fu la fine del mondo.”
Questo lo sapevo già, pinsò Montalbano.
“All’una ci spararono all’ingegner Macaluso, quello ca dirigeva i lavori per la nuova superstrata, in via Carducci incendiarono la concessionaria, alle cinque di stammatina una bomba è esplosa davanti all’abitazione del consigliere comunale Calò, nessun morto ma ha sventrato la facciata, in ora imprecisata hanno svaligiato la villa di Scibetta Pietro, quello ca tiene il calzaturificio fuori città, e hanno macari inchiodato un coniglio sulla porta di casa dell’avvocato Siracusa, aieri a sira partito per la Svizzera…”
“…per depositare i compensi elargitigli sottobanco dai suoi assistiti in odor di mafia…”
“… i quali evidentemente hanno voluto dargli un avvertimento. E un quarto d’ora fa la signora Lo Giudice Carmela ha trovato il marito nella sua putìa di gioielliere, con un coltello in gola.”
Troppa grazia Sant’Antonio, pinsò il commissario.
“L’ho chiamata anche prima, ma non mi ha risposto.”
“Non ero in casa.”
“Quindi mi sono permesso di telefonare al dottor Augello, il quale mi aveva chiesto di chiamarlo se fosse stato necessario.”
Montalbano aggiarnò.
“A casa?”
“Dottore, ma vogliamo babbiare? Con la moglie che già è tanto se riesce a dormire due ore per notte? Sul telefonino, l’ho chiamato. Il dottor Augello ha detto che sarebbe andato subito a casa di Calò per le prime indagini, sul posto si trova anche la scientifica, e che poi avrebbe continuato il giro. Ma con tutto quello che è successo, sarebbe opportuno che fosse presente anche lei.”
Montalbano si infuscò a sentire il tono di Fazio, il quale evidentemente era rimasto offìso dalla ramanzina del giorno precedente.
“Ho capito. Dì a Gallo di venire a prendermi.”
Fazio si azzittò.
“Ho prestato la macchina.”
Fazio continuava a tacere.
“Fazio?”
“Dottore.”
“Mi aspetto un rapporto dettagliato quando arrivo.”
Sbatté la cornetta senza salutare. Quindi acchianò le scale, trasì nel salotto, entrò nella càmmara da letto. Toccò il materasso oramà freddo ma che ancora recava l’impronta del corpo di Mimì, sul cuscino si delineava la forma della nuca. Le linzòla, aggrovigliate in un viluppo, erano state calciate verso il fondo. Montalbano le taliò senza vederle. Forse quello era il momento adatto per controllare se il letto recava eventuali tracce, per capire se…
Certo, come no. E oltre a compiere un controllo personale portare macari federe, linzòla e tutto a Vanni Arquà perché compisse un’indagine più dettagliata? Come una furia principiò a disfare il letto, raccolse la biancheria in una bracciata, la portò nel bagno, la jettò nella lavatrice, aggiunse una bicchierata di detersivo, premette l’interruttore sanza nemmanco curarsi che l’acqua fosse tornata oppure no. L’apparecchio gorgogliò, la pompa si mise in moto. L’acqua era tornata. Nello sciabordìo dei panni Montalbano entrò nella doccia, aprì il rubinetto, gli schizzi gelidi gli tolsero il sciato. Rimase sotto il getto dieci minuti per togliersi di dosso il sale e il calore che gli fondeva la testa. Nudo, si recò in cucina, caricò la macchinetta del caffè, tambasiò fra tavolo e scaffali in attesa che uscisse, vippi quattro tazze di fila. Trasì di nuovo nella càmmara da letto, il materasso nudo simile a una gigantesca branda di ospitali. In un biz si vestì, andò in salotto, prese un foglio di carta per lasciare un biglietto alla sua criata.
Adelina, non ti spaventare. Ci sono stati i ladri, ma non hanno rubato niente. Metti tutto a posto tranne i libri. A quelli ci penso io.
Decise di aspettare Gallo nell’ingresso. Mentre osservava i resti di San Francisco su cui era adagiato il dinosauro di pezza, si arricordò che le chiavi di casa erano rimaste sul comodino. In fretta risalì le scale, rientrò nella càmmara che oramà gli scascionava un acuto senso di disagio, prese le chiavi che sparluccicavano sul comodino alla luce grigia. Taliò all’esterno. Il mare prima tranquillo si era increspato, la sabbia si sollevava a mulinelli nell’aria fosca. Si scosse al rumore della ghiaia antistante la villetta che scricchiolava sotto le gomme di una machina, segno che Gallo era arrivato. In fretta chiuse la finestra, niscì dalla stanza, principiò a scendere.
A metà strada si bloccò. Santiando, rifece il percorso all’indietro, si precipitò nel bagno, fermò la lavatrice, raprì l’oblò.
Federe e linzòla, sotto le quali trovò ammucciato uno sgargiante paro di calzini, avevano assunto una uniforme tinta rosa confetto.
Aggiunse una nota al biglietto per Adelina.

****
“Ah dottori dottori! Tri colpi ci spararono! In piena faccia!”
“A chi, Catarè? All’ingegner Macaluso?”
“No dottori, al propietario del supermercato.”
Montalbano strammò. Dunque gli elfi pattinatori erano ladri no, ma assassini sì?
“Hanno ammazzato Talbot?!”
“Ma no, dottori. Rapina, quello di via Mandale”.
Il commissario tradusse. La vittima era Gravina Ernesto, il cui esercizio, sito in via Montale, era una mera facciata per attività che andavano dalla ricettazione al riciclaggio di denaro sporco.
“Si vede che qualcuno si era stancato di farsi imbrogliare sulla spesa. Gravina per ogni fetta di salame ti dava due fette di carta.”
Catarella lo fissò alloccuto.
“Sto scherzando, Catarè. A proposito, con tutto il catunio che è successo stanotte non ci sarà tempo per andare da Talbot. Telefonagli e avvertilo che, se tutto va bene, potremo passare domani.”
“Il dottori Talbot è qui, dottori, nel suo ufficio. Dici ca risolvetti la facenna del furto ca pirò non era un furto.”
Montalbano taliò Catarella, i cui occhi sparluccicavano di ammirazione.
“Dottori, ce lo dicetti ca il dottori Talbot è un genio.”
A passo lento, il commissario si diresse verso l’ufficio. Voleva ritardare il più possibile il momento in cui si sarebbe trovato faccia a faccia con la genialità di Talbot. Trasì nella stanza e tre teste si voltarono a taliarlo. Ordinatamente assittati dinanzi la scrivania c’erano u Canadisi, la Gioconda e una picciotta sconosciuta con una giacca di pelle nera e occhiali da sole parimenti neri. Si susirono all’unisono, come picciliddri di scola quando entra il signor maestro. Alla luce mattutina u Canadisi pareva ancora più biondo, la Gioconda ancora più tonda, e la picciotta una stampa e una figura con il sicario di una pellicola di Kitano.
“Buongiorno, commissario”.
Ancora quella voce bassa e funna, pigra e priva d’accento come la tengono solo quelli che non hanno radici, e irritante come nessun’altra. Preso novamenti dalla gana di acchiapparlo per la coda, il commissario taliò u Canadisi senza rispondere al saluto.
“Mi dica.”
“Sono venuto a ritirare la denuncia.”
“Come mai?”
“Abbiamo scoperto chi entrava di notte nel supermercato.”
“I nipoti de ‘a libbica.”
Montalbano si girò verso la Gioconda, che pareva avere difficoltà a trattenere una botta di risa con tutti i crismi.
“Quello che Chantal intende è che sono stati i nipotini del mio amico Simone Maria Taheri.”
Montalbano visualizzò nella memoria un trentino con il fisico a barile e le labbra a canotto, ca viveva in simbiosi con sedie e tavolini dei caffè del centro quando non stava nella sua putìa di antiquario a ricevere le signore della borghesia vigatese.
“Ci sono arrivato stamattina, quando ho trovato una copia della chiave del magazzino nella mia cassetta delle lettere accompagnata da un messaggio.”
Chantal cacciò un pizzino di carta dalla borsa e lo pruì al commissario.
“Vede dottò? Ce sta ‘na ditata de chèciap. Quelli se lo magnano a vasche.”
Montalbano taliò il biglietto, scritto al computer e cui era stata minuziosamente tagliata la carta in eccesso. Su un angolo spiccava l’impronta di un pollice.
Questa è la chiave del magazzino. Promettiamo di non entrarci più, almeno per quest’anno. Abbiamo preso il dinosauro di peluche, quello grande. I soldi sono sulla prima cassa a sinistra. Grazie e cordiali saluti.
PS: c’era un bug nel sistema di controllo. Lo abbiamo sistemato sperando di fare cosa gradita.

“E cosa vi rende così sicuri?”
“Diversi elementi. Primo, per sistemare il bug…”
“Il cosa?”
“E’ un errore di programmazione, commissario. Per sistemarlo ci vuole qualcuno che sia capace. E quei tre…”
Montalbano sbarracò gli occhi.
“Qualcosa non va?”
“No, continui.”
“Dicevo, quei tre ne sono perfettamente in grado. Lo so perché li ho visti all’opera diverse volte quando sono stato ospite dal mio amico…”
“Perché ‘a libbica scassa, ma cucina di un bene…”
“Chantal, per cortesia. Era un errore di poco conto, che causava dei piccoli difetti nella registrazione e non mi sono mai curato di sistemarlo. Loro invece sono di una precisione maniacale, soprattutto Dario...”
“Perché Matteo e Jamilah, invece, boni quelli…”
Il commissario rimpianse che le zolfare descritte da Pirandello fossero oramà reperti di archeologia industriale, perché vi avrebbe catafottuto volentieri Dario, Matteo e Jamilah in qualità di carusi.
“Secondo, mi sono ricordato che una sera ho lasciato le chiavi del magazzino a casa sua, e sono andato a riprenderle solo la sera dopo, quindi hanno avuto tutto il tempo di fare una copia. Mi era completamente passato di mente, altrimenti ci avrei pensato prima…”
Talbot allargò le braccia con aria di scusa, ma Montalbano si addunò che negli occhi gatteschi più che mortificazione si leggeva orgoglio.
“E terzo, quelle tre pesti so’ partite stamattina perché hanno finito le vacanze e fra ‘n paro de ggiorni tornano a scola, quindi il quadro è completo.”
“Ma quali pesti Chantal, hanno quindici anni, non puoi pretendere che a quell’età …”
“A Stè, io so solo che tutte le volte che ‘a libbica te li ha portati a casa…”
“Tre in tutto…”
“…e so’ bastate e avanzate, hanno trasformato il tuo studio in una succursale dell’Olimpico il giorno der derby e t’hanno svuotato il frigo. Ce so’ stata io appresso a loro, mica tu, vabbè che eri troppo occupato co ‘a libbica che te cacciava l’intorto…”
Rassegnato, Montalbano attese che finisse la discussione sui nipoti di Simone Maria Taheri.
“Per farla breve, commissario, sono stati sicuramente loro, quindi preferirei che non venissero perseguiti.”
“A Stè, dico, io almeno ddu’ pizze je le darebbi…”
“Sì Chantal, e da bere che gli porti? E’ stata una bravata, punto e basta, non facciamone una tragedia…”
Chantal sbuffò, si voltò verso la picciotta in nero alla ricerca di un aiuto che non venne.
“E poi parzialmente sono io il responsabile.”
Montalbano taliò interrogativo u Canadisi, i cui occhi raggiavano di soddisfazione.
“Commissario, il primo computer a Jamilah l’ho regalato io, quando aveva sei anni. Sono stato io a insegnarle i primi rudimenti, poi è andata avanti da sola. Doveva vederla, una cosina magra magra piena di ricci concentrata davanti allo schermo, che scoppiava a ridere come una matta quando le riusciva qualcosa di nuovo. La chiamavo la regina degli elfi.”
Montalbano tacque. La Gioconda aveva ragione, il quadro era completo. La rivelazione, se non altro, servì a farlo sentire meno fissa per essersi fatto bagnare il naso da tre picciliddri. Contro la regina Mab la partita era persa in partenza.
U Canadisi si susì, seguito dalle due picciotte.
“Commissario, questo è quanto. Mi dispiace per il disturbo che le ho arrecato, ma se non altro tutto si è risolto prima che lei perdesse tempo con indagini inutili.”
La Gioconda fece un sorriso che non aveva nulla in comune con quello dell’originale appeso nel Louvre.
“Stè, tu comincia a annà che io vorrei scambiare due parole col commissario”.
U Canadisi fece ‘nzinga con la testa.
“Cinque minuti, però. Devo iniziare a fare i bagagli. Ti aspetto di là.”
Compunta, la Gioconda attese che niscisse dalla stanza per rivolgersi a Montalbano.
“Dottò, c’ho una cosa per lei.”
Cacciò dalla borsa una videocassetta priva di involucro, l’ammuttò nelle mani del commissario.
“L’ho trovata stamattina nell’ufficio del supermercato. Meglio che non vada in giro perché, senza offesa dottò, ma lei e il lungagnone…”
“E’ il mio vice, Mimì Augello.”
“… non è che ci fate una bella figura. Quei tre disgraziati l’hanno lasciata apposta, ci scommetto, per dimostrare quanto so’ bravi, tanto lo sapevano che se pure Stefano scopriva tutto non avrebbe mosso un dito. Quando si tratta di creature, ha la durezza di uno stracchino. L’ho portata via perché sennò, conoscendo quant’è disordinato, sta robba ci metteva un nanosecondo a finire in mano a chissà chi e a fare il giro di tutta Vigàta.”
E a farmi finire i miei giorni in quale paesello sperduto della Barbagia, chiosò mentalmente il commissario tenendo gli occhi inchiavardati sulla cassetta.
“Quindi la do a lei. Ci faccia un po’ quello che vuole. E’ copia unica e sola, quindi se la distrugge non resta traccia di ieri notte. Però sarebbe un peccato. E’ un capolavoro di umorismo involontario.”
Montalbano fulminò la Gioconda, che sostenne bravamente lo sguardo.
“Ci si vede, dottò. Magari per motivi più piacevoli. Ogni tanto venga a fare la spesa da noi, i prezzi so’ buoni. Magari nell’arco dei prossimi giorni giacché Stefano non c’è. E’ chiaro come il sole che se potesse lei lo farebbe a macinato per gatti.”
I quali gatti lo rifiuterebbero per tema di cannibalismo, voleva aggiungere Montalbano, ma si trattenne.
“Parte?”
“Dopodomani. Va ad Augusta a passare un po’ di tempo con Peppino e la zia. Con l’occasione verrà pure un amico suo, un chirurgo di Toronto che dicono sia molto bravo per vedere il piccolo. Forse si può fare qualcosa, chi lo sa. Stefano ci spera molto.”
E non è il solo, pinsò il commissario taliando la faccia della Gioconda.
“Quindi io starò al supermercato a controllare che tutto proceda bene, e Machalie mi darà una mano.”
La picciotta in nero tese la destra e con la sinistra si levò gli occhiali, stracangiandosi da sicario della Yakuza in una madonna di Memling.
“Machalie van der Heyden. Piacere.”
Montalbano prese la mano e percepì una stretta da fratturargli tutti i metacarpi in una botta sola. La Gioconda taliò con affetto la madonna culturista.
“Siamo amiche da quando stavo a Parigi. E’ una brava commercialista, ed è la mia insegnante di tai-chi. Andiamo a fare gli esercizi in spiaggia, la mattina presto. E mi sa che senza volerlo abbiamo causato un bel po’ di chiacchiere. Una volta me so’ accorta di una tipa che ci spiava col binocolo, una delle clienti migliori di Stefano. Chissà che ha pensato.”
Montalbano si ripromise di illustrare prima o poi alla signora Fazio caratteristiche e specifiche filosofiche delle discipline orientali, affinché in un futuro evitasse di accomunare in un fascio unico cose stramme e altre cose stramme.
“Se non altro nei prossimi giorni avrete un po’ di tranquillità. Ho sentito dire che il signor Talbot è uno dei principali motivi dell’afflusso di clientela.”
“Dottò, vuole scherzare? Tanto se non vengono per vedere lui, vengono comunque per dare un’occhiata a me. Secondo me vogliono capire perché lui va in giro con una che pare una macromozzarella deambulante. Tutte le volte me le vedo che me scannano a raggi X per capire il segreto. Ancora non hanno capito che non c’è nessun segreto. E’ che semplicemente nun ce sta trippa pe’ gatti, se capisce quello che intendo.”
Montalbano non disse motto. Per lui rispose il ruscio che gli si spalmò in faccia, tramutandola in un pomodoro pachino. La Gioconda lo fissò incerta.
“Dottò, non mi dica che non c’era arrivato. O forse la cosa le dà problemi?”
“Assolutamente nessuno.” Non fino a stanotte, almeno.
“Vabbè, comunque venga a trovarci quando vuole. Fra un paro de ggiorni cominciano pure gli sconti, su parecchie cosette. Robba da magnà, ma anche creme e cose del genere. Magari può trovare qualcosa che piace alla signora Livia.”
Squillò il telefono. Il commissario fece un gesto di scusa, si assittò alla scrivania, prese la cornetta.
“Sì.”
“Dottore, sono Fazio. C’è la signorina Livia che vuole parlarle.”
“Passamela. Com’è che sei tu al centralino invece di Catarella?”
“Perché Catarella e u Canadisi stanno discutendo di quantistica applicata alla programmazione. Non mi chieda cos’è, le ripeto paro paro quanto ho sentito. Commissario, ma non possiamo arrestarlo con un pretesto qualsiasi?”
“Fazio, passami Livia.”
“Salvo, amore.”
“Ciao.”
Gli era uscito brusco, se ne dispiacque. Ma proprio non arrinisciva a scambiarsi tenerezze telefoniche con la sua donna sotto gli occhi delle due picciotte. Le picciotte, femminilmente, compresero.
“Commissario, noi andiamo. Dia alla signora Livia i nostri saluti, e le dica che quando vuol venire da noi è la benvenuta.”
Attese che niscissero e chiudessero la porta.
“Salvo, ti ho disturbato?”
“No Livia, per niente.”
“Mi volevo scusare per stanotte. Sono stata una sciocca.”
“Livia, non c’è problema…”
“E’ che mi manchi, da morire. Ho voglia di vederti.”
Nella cornetta, lontano lontano, si sentì l’annuncio di un volo in partenza.
“Quindi mi sono presa qualche giorno di ferie e ho deciso di venire da te. Arrivo a Punta Raisi poco dopo le undici. Puoi chiedere a qualcuno di venirmi a prendere?”
“Livia, avresti dovuto chiamarmi prima. Stanotte è successo un pandemonio, e…”
La calma di Livia era olimpica.
“Lo so, mi ha già detto tutto Fazio. Riusciremo a vederci pochissimo, ma mi basta.”
Montalbano tacque.
“Non ti preoccupare, se nessuno può venire a prendermi me la caverò con la corriera. Ci vediamo dopo. Ciao amore. Ti bacio.”
“Ciao.”
Restò a taliare la cornetta come fosse un pezzo di tecnologia aliena, la testa che gli firriava da far concorrenza alla ruota di un criceto. La presenza di Livia poteva essere un ottimo diversivo per cancellare quanto era accaduto, o non era accaduto, quella notte. Poi visualizzò quegli occhi trasparenti capaci di leggergli dentro in trasparenza, scavando e rivotando, spogliandolo di qualunque difesa, e si sentì perduto. Il pinsèro di dividere con la propria donna lo stesso letto che appena poche ore innanzi aveva condiviso, qualunque cosa fosse successa, con il suo vice, gli scascionò uno strizzone. Febbrilmente meditò sul da farsi. Prendersi qualche giorno di vacanza, andare con Livia in viaggio, lontano da Vigàta, lontano dalla casa di Marinella? Fra bombe, cataferi e conigli inchiodati, non c’era nemmeno da pensarci. Proporle di andare in albergo, procurarsi un nuovo letto, bruciare le linzòla e macari il materasso per cancellare ogni traccia prima che Livia…
“Salvo.”
Non lo aveva sentito entrare. Tanticchia pallido, i capelli e la cammisa in disordine, gli occhi che, forse per qualche linea di febbre residua, sparluccicavano, il bianco intorno all’iride del candore di un girsomino. Un verso di Heine riemerse dallo sprofunno dove era rimasto dai tempi del liceo: Du bist wie eine Blume, sei come un fiore.
“Mimì.”
Augello parse esitare. Montalbano non arrinisciva a taliarlo per più di due secondi di fila. Il suo vice sembrava avere lo stesso problema.
“Sono andato a controllare la situazione a casa di Calò.”
Montalbano non disse motto.
“A me pare cosa di mafia, il giudice Tommaseo è invece sicuro che il consigliere, il quale ha fama di fimminaro, sia stato vittima della vendetta di un’amante respinta, secondo Bonetti-Alderighi invece…”
Il commissario non lo sentiva, lo sguardo che passava dalla bocca agli zigomi alla fronte del suo vice, incapace di sostare, arrinisciva a cogliere solo i frammenti di quella faccia, scomponendola in un quadro cubista.
“Salvo! Mi stai ascoltando?”
Lo taliò negli occhi. I frammenti si fusero e la mente (o era la memoria?) gli parò dinanzi il viso di Mimì, sudato, ansante, il mento di Mimì sollevato a lasciare scoperta la gola dove pulsava una vena, le caviglie di Mimì che gli premevano sulle spalle, le mani di Mimì invisibili ma ferree dietro la sua nuca che lo attiravano verso il basso, verso la bocca raperta, le labbra sollevate a scoprire i denti, le palpebre che vibravano come un battito d’ali.
L’immagine sparì, al suo posto comparse il letto vuoto che ancora recava l’impronta dell’altro, e in rapida successione il bagno, il salotto, le scale discese di corsa, lo spiazzo dinanzi la casa dove la machina non c’era più, e di nuovo lo assugliò lo scanto che aveva provato al pensiero che Mimì fosse andato a sfracellarsi giù dalla scogliera.
“Salvo...”
Lo scanto si stracangiò in un’ondata di calore che lo attraversò dai piedi alla testa.
L’onda parse uscire da lui, gonfiarsi, frangersi addosso a Mimì.
Appresso all’onda, l’aria che gli salì nei polmoni, passò nella laringe, fece vibrare le corde vocali.
“Stronzo.”
“Cosa?”
“Hai capito benissimo, sei uno stronzo.”
Con la coda dell’occhio colse la porta che si apriva, la faccia di Fazio fare capolino.
Le parole che avrebbe voluto dire vennero ricacciate in fondo alla gola. Altre le sostituirono.
“Qual è l’opinione del questore?”
“Bonetti-Alderighi? Dice che…”
“Non importa. Qualunque cosa abbia detto, sono sicuro che gli hai leccato il culo a dovere com’è tuo costume.”
“Salvù, ma che cazzo…”
“Mimì, come se non si sapesse che per te qualunque occasione…”
Fazio ritirò la testa, chiuse la porta, si allontanò nel corridoio inseguito dal tono delle voci che si alzava.
“Salvo, tu e le tue paranoie mi avete rotto i cabasisi, sono anni che tappo i pirtusi che tu lasci in giro e ancora pensi che io voglio farti le scarpe…”
“Mimì, e hai pure la faccia stagnata di negare? Tu che per metterti in evidenza venderesti tua madre, to soru e tutti i parenti fino alla settima generazione…”
Principiò la sciarratina.
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