lunedì 20 dicembre 2010

Pannocchio di Natale

Ragazzi, non ho manco il coraggio di scusarmi.
Questo blog, per tutta una serie di motivi con cui non sto a tediarvi (non da ultimo il fatto che il mio amato bene di recente si è sentito male di nuovo causa ritmi di lavoro da miniera, e grazie al cielo che le cure fanno effetto), è in fase di completo abbandono. Se fosse un giardino, sarebbe la sagra dell'erbaccia. Se fosse una casa, la sagra delle ragnatele (non dissimile quindi dalla mia bicocca, visto che c'ho il tempo di pulire come si confà una volta alla settimana). Internet difetta di entrambe, però un bel po' di muffa virtuale codesto ricettario l'ha presa. Quindi mi pare cosa santa, anche perché alcuni benevoli lettori mi stanno facendo una capa tanto su quel certo social network inviandomi messaggi privati un giorno sì e l'altro pure - e meno male che non mi cazziano in bacheca - farvi gli auguri con un dolce del mio Sannio.

Il pannocchio, per inciso, è giusto vanto della pasticceria Lupacchioli, la più titolata del capoluogo, e durante le feste sulla tavola non manca mai. Gli amici non sanniti che hanno avuto occasione di assaggiarlo (ne sono infatti fiera spacciatrice nell'Urbe e non solo) sono andati in visibilio. E a me è sempre spiaciuto che la sua fama non abbia superato i confini della regione.

Domenica scorsa ho scoperto che mi sbagliavo. Grazie a un veneto.

Il veneto in questione si chiama Michele, detto lo ZioMic perché ci conosciamo dalla bellezza di ventidue anni, e all'epoca gli otto anni di differenza che separano la mia età dalla sua erano parecchi. Per parlare diffusamente dello ZioMic non basterebbe un trattato: basti dire che, fra le sue tante qualità, ha pure quella di avere accanto una donna splendida che è altresì una maga del mestolo e del mattarello (mi si dirà che trattasi di qualità non personale di ZioMic, ma converrete che un uomo il quale ha accanto una donna splendida di pregi ne deve avere parecchi).
Nella conversazione domenicale che abbiamo avuto, ZioMic mi ha parlato con toni da estasi amorosa di un dolce che la sua signora gli ammannisce: "Credimi, un gusto unico, quello dei dolci di una volta, non ne fanno più così, e dire che non ci sono né burro né uova... Io la chiamo la Torta Albero degli Zoccoli, perché mi fa pensare al film".

Io, che amo i dolci d'antan quanto i film di Olmi, ovviamente ho iniziato a tartassarlo per avere la ricetta, la quale è giunta a stretto giro di posta elettronica. Una bella ricetta vegana, che mi riprometto di provare quanto prima perché, assicura la consorte di ZioMic, "il gusto della farina di mais lo rende originale rispetto ai soliti dolci e anche più allegro. Poi sopra si è formata una crosticina dorata che è la fine del mondo!"

In calce alla versione vegana, la ricetta originale che era servita da spunto.

Quella del mio pannocchio di Natale.

Ora, se una fanciulla della Marca trevigiana invia a una rocciosa sannita la ricetta del dolce natalizio forse più celebre del Molise insieme ai mostaccioli e ai caragnoli, mettersi ai fornelli non è un'opzione: è un dovere.

Pertanto mi sono messa 'u zinale (grembiale, per chi non ha mai sciacquato i panni nel torrente Cigno), ho cacciato fuori dalla dispensa la farina di granturco regalo di Tania, e mi sono messa all'opera.

Il risultato, sfornato intorno all'una, non è arrivato alle otto di sera.

Dal che se ne deduce che se anche voi proporrete ai vostri cari questo dolce, che ha pure il vantaggio di essere velocissimo da preparare, non farete un soldino di danno.

Ingredienti:
300 grammi di farina bianca
150 grammi di farina di mais
300 grammi di zucchero
5 uova
300 grammi di burro morbido
1 bustina di lievito per dolci
1 bustina vanillina (da impiegare solo se non è vanigliato il lievito)
1 bicchierino di liquore (strega, rum o amaretto, ma secondo me pure il ponce non ci sta male)
1 bicchierino di gocce di cioccolato
1 pizzico di sale

Preparazione:
in primis come al solito portartevi avanti col lavoro e preriscaldate il forno a 160°, poi ungete un bello stampo (se possibile antiaderente) da plumcake o una teglia e infarinate la superficie unta con farina di mais, badando a scuoterne via l'eccesso.

In una capace terrina mescolate insieme uova, burro, zucchero, liquore e sale, aiutandovi con uno sbattitore elettrico per fare prima. Armatevi quindi di setaccio e poco alla volta fate cadere nell'impasto la farina di mais, la farina bianca e il lievito, mescolando ben bene. Il composto sarà morbido ma consistente, e profumerà oltre ogni dire. In ultimo unite le gocce di cioccolato, e incorporatele in tutto l'impasto con movimenti dal basso verso l'alto.
Fatto ciò, aiutandovi con la cucchiarella trasferite il composto nello stampo: giacché è parecchio solido avrete probabilmente qualche difficoltà a livellarlo, ma non è un problema perché ci penserà il calore del forno.

Infornate quindi sul piano intermedio e lasciate cuocere per fatti suoi per tre quarti d'ora o giù di lì, periodo che potrete impiegare per farvi serenamente i fatti vostri, o per incartare i regali di Natale.

A un certo punto le vostre nari saranno assalite da un profumino delizioso. Andate in cucina, fate la consueta prova stecchino, e se esce pulito spegnete il forno. Lasciate il dolce al suo interno per altri cinque minuti, quindi tiratelo fuori con l'aiuto di un paio di mappine, e se la crosticina dorata in superficie non vi fa esclamare "oh, che bello!" sappiate che avete la sensibilità di un matematico.

Fate raffreddare il dolce completamente prima di affettarlo (se resistete, beninteso) perché a temperatura ambiente è più buono. Io, l'amato bene e Dottor P che era ospite da noi non abbiamo resistito: e abbiamo così constatato che, grazie alla struttura della pasta, le gocce di cioccolato anziché precipitare in massa sul fondo come hanno l'abitudine di fare son rimaste diligentemente a picchiettare tutto l'interno. E anche queste sono soddisfazioni.

Come tutte le ricette dolciarie dei miei tosti sanniti, il pannocchio ha il vantaggio di conservarsi fresco per più giorni. Potrete quindi prepararlo tranquillamente uno o due giorni prima del pranzo di Natale, per poi presentarlo in tavola bello fragrante come se fosse appena uscito dal forno.

E quando lo gusterete con familiari, amici e persone care, inviatemi un salutino. Io da parte mia, vi faccio tanti auguri di buon Natale. E speriamo che sia davvero buono, e con lui i giorni a venire.

giovedì 18 novembre 2010

Monarchi ballerini, spettatori dormienti: Le roi danse

"Ma insomma, e le ricette? Questo non dovrebbe essere un blog di cucina?"
Avete ragione. Non che mi manchi il materiale: ne ho una settantina, già fotografate, e mi dovrei pure sbrigare a buttar giù ingredienti e preparazione perché va a finire che altrimenti mi scordo tutto, e se per quelle di famiglia posso sempre bussare alla porta delle zie, per ciò che io impapocchio e per casi misteriosi mi vien pure bene posso mettermi l'anima in pace, giacché la mia memoria ha oramai più buchi di una fetta di groviera. Ma questo fra parentesi.

E' che al momento, più che alla cucina, la mia attenzione è rivolta a tutta una serie di cosucce che per motivi di tempo non ho potuto leggere, vedere o ascoltare. E converrete che starsene spaparanzati sul divano con un bel film o un bel libro e fischiettare appresso a un pezzullo, che sia di Bach o delle Boswell Sisters, è attività fra le più gradevoli. Senza contare che, avendo grazie al cielo amici e conoscenti dai molteplici interessi, gli spunti che mi arrivano sono parecchi, e una prima o poi dovrà pure mettersi in pari.

Uno degli ultimi suggerimenti è capitato come si suol dire a pera: Le roi danse, biopic riguardante un compositore barocco firmato da Gérard Corbiau. Di questo regista, tutt'altro che celebre da noi ma alquanto noto in Francia, io avevo visto solo il terrificante Farinelli voce regina, un polpettone di bruttezza rara che tramutava il povero Carlo Broschi in una sorta di rockstar fallita e inanellava errori a ogni fotogramma o giù di lì. Ma giacché a raccomandarmelo è stata persona che di musica se ne intende e ne lodava diversi elementi, ho deciso di dare a Monsieur Corbiau un'altra chance, e con l'aiuto del solito Lello mi sono procurata il film in questione.
A suscitare la mia curiosità era anche il fatto che i biopic dedicati ai musicisti, che siano classici o rock, sono in genere fetecchie tremende: se Cronaca di Anna Magdalena Bach, Tutte le mattine del mondo o Sid & Nancy sono splendidi (consiglio caldamente tutti e tre: soprattutto il primo farete una fatica boia a trovarlo, ma se amate il Kantor di Eisenach - interpretato magnificamente da Gustav Leonhardt - andrete un brodo di giuggiole), basta pensare a obbrobri come Amata immortale, Walk the line o l'abominevole fiction sulle Lescano per convincersi che le sette note e la settima arte in taluni casi dovrebbero tenersi a rispettosa distanza. Corbiau con Farinelli aveva miseramente fallito: come se la sarebbe cavata con Jean-Baptiste Lully, astro musicale alla corte del re Sole?

Male.

Il che irrita sommamente perché l'idea alla base è geniale, e mette sotto i riflettori un aspetto del regno di Luigi XIV che è poco esaminato: ovvero, l'impiego della musica e delle diverse forme di spettacolo, danza in primis, come mezzo per instillare nella coscienza collettiva, della corte ma non solo, che il re è il re.

Voi mi direte: e che bella scoperta, è ovvio che il re è il re.

Mica tanto ovvio. Soprattutto se si arriva sul trono dopo che, in amena successione, vi sono ascesi prima una pletora di mezzecalzette afflitte da una madre intrigante, poi un monarca dal credo religioso ondivago che si è fatto seccare dallo zelota di turno, a seguire una marionetta i cui fili erano tirati da temibile eminenza rossa. E ancor più se si ha sul groppone la combinata madre intrigante più eminenza rossa - non gli stessi di prima: mamme impiccione ed eminenze dei più vari colori sembrano essere una costante nella storia francese e non.
Luigi intuisce che la soluzione per ascendere al vero potere è rendere il monarca un dio (ovvero il sole, nel caso specifico), e per farlo tutti gli strumenti sono buoni. Anche quelli musicali, giacché la musica è necessaria per danzare, e il futuro re Sole è un ballerino straordinario: sicché quella che viene considerata dagli arcigni cortigiani un'attività da debosciato diventa un'affilatissima arma.
Tutto ciò viene trasposto cinematograficamente in modo a dir poco sublime: splendidamente eseguite dall'orchestra Musica Antiqua Köln, le musiche di Lully sono il tappeto sonoro su cui si ricamano le complesse coreografie che vedono Luigi protagonista assoluto. Costumi, scenografie e danzatori sono da visibilio, e un lavoro di montaggio fatto al cesello rende il Borbone (grazie a un paio di body double che chiamano i baci dall'alluce all'anca) un perfetto e inarrivabile misto di eleganza, potenza e autorità, l'esatto messaggio che il monarca intende trasmettere. Che si sia appassionati o meno di danza barocca, l'insieme lascia a bocca aperta. E chi, come la sottoscritta, non abbia mai colto l'erotismo che una sequenza di passi sa sprigionare, si accorgerà di fissare scarpe di marocchino che inguainano perfettamente abilissimi piedi manco fosse un feticista.

Le sequenze di ballo sono il culmine del film, ed è un gran piacere guardarle. Non sono la sola a pensarlo: su Youtube c'è un apposito filmato che le raccoglie. Assommano a poco più di sette minuti. Sette minuti di meraviglia.

Il problema è la restante ora e quaranta. Che si può riassumere con due parole: noia pura.
Perché la confezione è meravigliosa, ma abitata da marionette.

Ancora ben lontano dal doppio mento e dalla gotta che lo affliggeranno in vecchiaia, il Luigi cinematografico è bello come il sole - assai più del suo reale corrispettivo, che nonostante le piaggerie cortigiane era un nanerottolo col naso a gancio: del resto, la consorte viene tramutata da matrona con il vizio della cioccolata in tazza in una secchetta che non sfigurerebbe nella scuderia di Cavalli se solo scoprisse un po' di ossame - e ha lo spessore di un tronista. Danza con fare algido, mette il broncio quando un passo gli vien male, litiga con mammina e i suoi scherani e si aggira con un'aria alla "mi dispiace, ma io so' io" assolutamente ingiustificata, perché va bene che qui grande protagonista è il ballo e non è che uno si possa aspettare la ricchezza di sfumature di quella meravigliosa fiction di Rossellini, ma le qualità - anche pessime - che resero il giovinotto uno dei monarchi più tenuti della sua era non si vedono molto. Se però non mostra le doti di consumato statista del futuro re Sole, in compenso il film ci regala una scena in cui sua maestà gioca a fare il sollevamento pesi usando l'amante di turno a mo' di bilanciere. Vuoi mettere.
Va detto che è inutile mostrare doti di consumato statista se si hanno quali avversari nell'ascesa al potere una madre che ha l'espressività perennemente torva di un mastino napoletano e una serie di comprimari abbigliati da becchini che paiono usciti dai fumetti del Corriere dei Piccoli. Anche personaggi fondamentali della temperie culturale dell'epoca fanno una figura ben misera: su tutti Molière, interpretato da uno Tcheky Karyo alquanto spaesato e avvilito da una parrucca in stile Rod Stewart primo periodo. Se non altro la scena della sua morte, che avviene sul palco mentre è attorniato da scheletri che ballano una inquietante e bellissima danse macabre, è uno dei momenti migliori.

E Lully, protagonista del film che si apre e chiude, assai banalmente, con la sua dipartita?

Non è la rockstar sull'orlo di una crisi di nervi in cui Corbiau aveva mutato Carlo Broschi, ma ci manca poco: se gli zompi da un letto all'altro cui Lully indulge sono pienamente giustificati dalle cronache, i tantrum da diva isterica che butta all'aria mezza casa e irrompe sulla scena correndo sui tacchetti un po' meno. E il fatto che il compositore fosse noto per andare indifferentemente con partner ambosessi non spiega perché nel film egli abbia una cotta belluina per il re. Gli regala morbide scarpe di marocchino rosso, corre al di lui capezzale ignorando la moglie che sta partorendo, lo fissa con occhi febbrili anche se si sta parlando del tempo. Il che ci potrebbe anche stare: vi sono cortigiani che han fatto di peggio. Però se si evitassero scene come quella in cui il monarca gioca a fare il culturista con la bonazza e Lully, impegnato all'esterno della tenda regale a fornire adeguato sottofondo orchestrale, lo sbircia da un pertugio per poi fuggire precipitosamente in preda a una crisi di gelosia, saremmo tutti più felici. Cose come queste sono pessime in qualunque film, e in un film biografico oltre che pessime sono esecrabili.
Tutto ciò ha l'effetto di non coinvolgere minimamente chi guarda. Visivamente Le roi danse è splendido, ma appassionarsi alle vicende di personaggi che sono poco più che macchiette risulta difficile. Lully e il suo monarca per quasi due ore incedono con o senza sottofondo musicale, strepitano come scolari, si abbandonano a paurosi sbandamenti emotivi (di cui l'unico riuscito è quello in cui Luigi viene trascinato via dalla stanza di mammà agonizzante con i cortigiani che gli coprono gli occhi, giacché un re non deve avere contatto nemmeno visivo con la morte), ma il coinvolgimento dello spettatore resta pari allo zero.

E un coinvolgimento pari allo zero per un'ora e tre quarti meno sette minuti dà la misura del fallimento di un film che in potenza poteva essere magnifico, ma in atto è la solita, sconfortante, presuntuosa riprova che la pessima reputazione di cui gode il cinema europeo è pienamente meritata.

mercoledì 3 novembre 2010

Torta al limone di zia Lella

La zia Lella, come chi frequenta codesto blog ben sa, è una cuoca sopraffina. Come tutte le cuoche sopraffine ovviamente minimizza il suo operato con infinite declinazioni sul tema "ma è una sciocchezza che sanno fare tutti", le quali ovviamente non ingannano chi si dà del tu da assai meno tempo con i fornelli, e sta pian piano imparando a sue spese quanto quelle sciocchezze che sanno fare tutti vengano in maniera decente solo dopo non pochi e pazienti tentativi.

L'esempio primigenio della sciocchezzuola alla portata di tutti è la torta al limone. Quella di zia riesce alta come un cuscino sprimacciato, leggera, profumata, deliziosa, e si stacca dal suo quasi centenario stampo con buco al centro senza opporre resistenza e senza perdere nemmanco una briciola del suo involucro dorato. Quella di chiunque altro che si cimenti, giacché la zia a differenza della cuoca media è assai generosa e divulga le sue ricette molto volentieri, ha in genere l'altezza di un celebre economista degno del Nobel, la consistenza di una palla da tennis e l'aspetto di un campo dove si sia tenuto un congresso di talpe.

In molti mi hanno chiesto qual è il segreto della zia. E io rispondo che nulla può battere una lunga pratica (cosa che ormai si va perdendo, perché è assai più comodo comprare il dolce o la merendina al supermarket) e una preparazione che sia fatta con amore sia per la cucina sia per coloro che mangeranno il risultato dello spignattamento.

Codesta risposta viene considerata poco scientifica. Io la considero empirica in quanto basata sull'osservazione diretta, ma mi rendo conto che è questione di opinioni.

Come che sia la torta al limone di zia Lella, oltre a essere deliziosa e ottima sia come merenda che come dessert (in quest'ultimo caso basterà accompagnarla con una bella ciotola di crema pasticcera), è pure un ottimo banco di prova per testare l'accuratezza del proprio lavoro ai fornelli, elemento dal quale la riuscita di un piatto dipende più che spesso. Se ci si mette poi che è molto divertente e veloce da realizzare anche con i bambini, direi che gli incentivi per mettersi all'opera non mancano davvero.

Ingredienti:
350 grammi di farina
250 grammi di zucchero
tre uova
una tazzina da caffè di olio
la buccia grattugiata di un limone
una bustina di lievito
due o tre cucchiai di latte tiepido

Preparazione:
in primis accendete il forno a 180° in modo che si scaldi come si confà (col freschino di questi giorni un po' di tepore in cucina sarà cosa ben gradita) e provvedete a imburrare e infarinare uno stampo con il buco: nulla vieta di usare una normale teglia, ma per me la torta al limone è con il buco al centro e grande stile ruota di bici, per cui vi suggerisco quello.

Rompete le uova, separate i tuorli dagli albumi e tenete questi ultimi da parte, magari in una bella ciotola in frigo. Battete i rossi con lo zucchero fino a quando l'aspetto sarà chiaro e spumoso con notevole aumento di volume (allo scopo potrete usare uno sbattitore elettrico oppure, se siete di malumore, la solita cucchiara di legno: al termine dell'operazione sorriderete come bodhisattva). Quindi incorporate la buccia di limone, l'olio a poco a poco, la farina aggiungendola pian piano a cucchiaiate e il lievito sciolto nel latte, sempre mescolando con attenzione e con somma pazienza. Il risultato sarà un bell'impasto morbido e filante: diventerà ancora più morbido quando vi aggiungerete gli albumi montati a neve.

Per montare i bianchi (usate stavolta la tecnica moderna, o a fine operazione con la classica frusta avrete la serenità d'animo di un appassionato di blues che si trovi a un concerto di Gigi d'Alessio) la zia impiega il vecchio trucco del pizzichino di sale; i miei amici ingegneri suggeriscono quello del goccino di limone che, secondo la scienza, dà risultati di gran lunga migliori. Voi scegliete quello che più vi aggrada, e quando vedrete gli albumi della giusta consistenza - evitate la famosa prova della ciotola a testa in giù: diverte tantissimo i bambini, ma fin troppa neve di uova ho visto planare per terra - incorporateli a cucchiaiate nell'impasto con movimento dal basso verso l'alto.

Fatto ciò, versate il composto nello stampo (la zia si raccomando di evitare schizzi sulle pareti dello stesso, che cuocendo assai prima del dolce si carbonizzano con pessimi effetti) e mettete in forno sul piano intermedio.

Se avete fatte le cose come si confà, vedrete il dolce che cresce giulivo e dopo un'oretta circa diventa bello dorato in superficie (se non vi fidate del vostro naso che vi dice che è cotto, fate pure la prova stecchino). A quel punto tiratelo fuori dal forno, fate raffreddare per qualche minuto, acchiappate lo stampo con un bel canovaccio spesso, scuotetelo delicatamente dal basso verso l'alto per vedere se il dolce si stacca, e se è così rovesciatelo su un piatto (facendovi i complimenti se l'avete sformato alla zia Lella, ovvero del tutto integro) e ri-rovesciatelo su una gratella dove lo lascerete finché non si fredda del tutto, in modo che si liberi dell'umidità in eccesso.

Se non avete fatto le cose come si confà, pazienza. La torta sarà assai meno bella nonché più tosta da digerire, ma è buona lo stesso.
Ripromettetevi però di rifarla, stavolta con attenzione.

Primo, perché mica vorrete avere l'equivalente dolcizio di quel celebre economista da Nobel che vi guata dal piatto mentre fate colazione, quasi a spronarvi a correre al lavoro pena cose di tregenda.

Secondo, perché a furia di fare le cose con attenzione, dopo un tot di volte vi accorgerete che potete in contemporanea cucinare, badare al gatto, fare una coccola ai bambini, ascoltare la radio, rispondere a una mail e tenere con la cucchiarella il tempo della musica che state ascoltando senza perdere un colpo.

Scoprirete così perché, anche ora che hanno ottant'anni suonati, le vostre zie e nonne a multitasking vi stracciano, e se la cavano di gran lunga meglio di voi.

sabato 30 ottobre 2010

An indian Halloween: zuppa speziata di zucca e ceci

Prima che lo diciate voi, sappiate che concordo. Questa foto fa ribrezzo, il piatto è presentato malissimo, e nemmeno un asino inciuccato di grappa sarebbe capace di un uso sì vergognoso del flash. A mia discolpa: era una prova, e avevo fame. Trattavasi di prova perché codesta zuppa avrei dovuto farla domani al paesello delle ginestre con la mia amica Tania (assai nota a chi frequenta questo modesto blog), e allo scopo avevo ravanato la Rete onde trovare suggerimenti che rendessero appetibile anche al mio amato bene, il quale aborre la zucca, una pietanza a base di cucurbitacea.
Dopo lungo cercare, la leggendaria sezione Food del sito della BBC mi ha fornito la risposta con una magnifica ricetta indiana che unisce cucuzza butternut - ovvero quella a forma di violino dalla buccia beige, reperibile adesso alquanto comunemente e che io ho prescelto perché meno dolce - a una valanga di spezie amatissime dal mio compagno di casa e di vita. Peccato che per gustare sì bella scoperta Tania e il di lei marito dovranno attendere fino a data da destinarsi: il mio tapino amato bene, come sempre gli capita in occasione di ponti e vacanze, ha ben pensato di ammalarsi, e tanti saluti al weekend campagnolo - nonché agli gnocchi di zucca con ragù di salsiccia che Tania progettava di associare alla mia zuppotta, ma è meglio che non ci pensi troppo o soccombo alla mestizia.

Chi comunque volesse cogliere l'occasione festiva (che io personalmente non condivido granché, ma che non condanno manco giacché i bambini pare si divertano un mondo a fare dolcetto o scherzetto) per fare un piatto autunnale davvero ottimo e anche un po' inusuale per i palati italici, il che garantirà figurone in caso si abbiano a tavola quegli odiosi ospiti fintamente alternativi che di alternativo non hanno un bel nulla, potrà seguire le istruzioni poco oltre. Vi sono un po' di differenze rispetto alla ricetta originale di BBC Food perché se avessi dovuto procurarmi tutte le spezie prescritte sarei uscita di senno ben prima di mettermi ai fornelli, ma il risultato è stato comunque notevole: e sono certa che lo sarà anche se chi si cimenta non ha la fortunaccia di avere a dieci minuti a piedi il negozietto indiano, e pertanto ne userà ancora di meno. Ma bando alle ciance e procediamo con ordine.

Ingredienti:
un mezzo chilo di zucca butternut (o di qualsivoglia genere) già pulita e tagliata a tocchi grossetti
due etti di ceci già lessati (se usate quelli in scatola passateli sotto il rubinetto prima dell'uso)
una bella cipolla bianca o dorata
tre cucchiai d'olio
un peperoncino secco (se grandicello, sennò mezzo cucchiaio di quelli piccoli)
un pezzo di zenzero fresco grosso quanto un pollice
un cucchiaio raso di curcuma
idem di cumino in polvere
altrettanto di garam masala (che è un misto in polvere di spezie varie, in genere cardamomo, pepe, cumino, foglie di alloro, chiodi di garofano e altre cosucce profumate: se non la trovate, fate un misto di pepe e di chiodi di garofano sbriciolati per un totale di un cucchiaino)
200 ml di acqua bollente

Preparazione:
lo so che mi state odiando perché avete appena finito di pulire la zucca butternut e avete litigato con la buccia che era insospettatamente tosta, i semini malefici e i filamenti che vi si appiccicavano alle manine. Tranquilli, che da qui è tutta in discesa. E per iniziare la discesa fate scaldare i tre cucchiai d'olio in capace pentola antiaderente con il peperoncino secco, ovviamente a fuoco molto basso. Quando sfrigola, giù la cipolla ben tritata, e fatela imbiondire coprendo il tegame con un coperchio di vetro, così essa si sfalda delicatamente con il suo stesso vapore. Quindi aggiungete curcuma, cumino e zenzero grattugiato, mescolate bene con il cucchiaio di legno e lasciate cuocere sempre a fuoco lento per un paio di minuti.

Adesso è il momento di aggiungere la zucca che vi è costata tanta fatica pulire e insieme a lei pure l'acqua che avrete scaldato a parte in un pentolino. Rimettete il coperchio di vetro e lasciate andare la cottura, sempre a fuoco basso. Quando sentite che riuscite a infilzarla con la forchetta ma che offre ancora resistenza, indice di cottura a metà, aggiungete i ceci e il garam masala (o il trito di chiodi di garofano e pepe), date una bella mescolata, ricoprite con il coperchio di vetro e attendete facendovi amenamente i fatti vostri - la cottura a fuoco lento è bella proprio perché non costringe a sorvegliare ogni due per tre - che passi un'altra decina di minuti, quindi assaggiate per verificare che sia tutto ok e se così è spegnete il fuoco, versate in capace scodella e portate in tavola.

Voi portate in tavola. Io vado ai fornelli. A preparare un teuzzo di zenzero buono buono al mio amato bene sfortunino, così il malanno se vuole il cielo gli passa prima. Ma la ricetta di questa gagliarda tisana ve la darò in un'altra occasione.

Buon Halloween, o Ognissanti, o quel che più vi garba. Che i piccini si divertano, e i più grandi ricordino, certamente con dolcezza, che gli spiriti di coloro che ci hanno lasciato e che secondo la tradizione tornano fra noi solo una volta l'anno, per fortuna sono con noi sempre.

mercoledì 27 ottobre 2010

Jessie goes on holiday, part 3: grazie, Trenitalia!

Ma come, a Parigi e Londra non sei andata in aereo?, chiederanno i miei scafati e mondani lettori.

No, non ci sono andata in aereo.

Io ho paura di volare. Manco a dire che non abbia voli all'attivo, ma dopo una simpatica tempesta beccata su Amsterdam anni fa in cui l'aereo è rimasto un'ora e mezza a girare su Schiphol e quando tuffava il muso nelle nubi sembrava di essere sotto le bacchette di Keith Moon grazie a una gragnuola di chicchi di grandine grossi come palle da baseball, come dire, io e le vastità del cielo andiamo pochissimo d'accordo.

Per cui mi è venuta un'idea formidabile: treno dall'Urbe a Parigi, da lì il leggendario Eurostar (che ero curiosissima di prendere per via del percorso sotto la Manica), e al ritorno l'inverso. Il prezzo non era folle: grazie a una serie di vantaggiose combinazion, il costo finale era più o meno identico a quello di un volo più taxi dall'aeroporto, con il vantaggio di essere scodellati nel cuore della destinazione e senza vergognosi sovrapprezzi sul bagaglio. Cosa volere di più?

Che Trenitalia, ad esempio, venisse acquistata dalla Martian Interplanetary Railroad. Perché giusto un consiglio d'amministrazione extraterrestre potrebbe risolvere il disastro in cui versano le nostrane ferrovie - senza contare che nessun dirigente marziano avrebbe la faccia di richiedere buonuscite milionarie come certa gente, ma ciò fra parentesi.

A seguire qualche notazione che spero sia utile a chi, come la sottoscritta, piuttosto che prendere l'aereo è pronto a farsela a piedi. Il che sarebbe comunque un modo di viaggiare più comodo e dignitoso di quello offerto dalle FS.

Per chi non lo sapesse, il treno che da Roma va a Parigi è gestito a mezzi da italici e transalpini. Io di transalpini non ne ho visti, e il personale italico a bordo aveva la faccia da condannato ai remi sulle galere della Serenissima.

Dopo mezz'ora scarsa di permanenza in carrozza, anche noi avevamo la faccia di un galeotto schiavizzato dal Leone.

Visto che avevamo programmato il viaggio come una non luna di miele (era la prima vera vacanza da quando siamo appaiati, ergo abbiamo deciso di concederci qualche lusso), abbiamo ben pensato di prendere lo scomparto a due letti. A castello ovviamente, ché son finiti i tempi dei nostri nonni i quali, per citare un noto musicista catanese, "facevano l'amore con l'ausilio del motore". Dubito fortemente del resto che l'attuale scomparto medio, letti a castello o meno, possa fomentare pensieri appassionati. Spazi ristrettissimi, grucce metalliche a mo' di guardaroba che fanno delèn-delèn a ogni scossone, aspetto mesto e zozzetto di tutto l'ambiente, lenzuola bucate, cuscini in materiale sintetico di quelli che farebbero sudare pure un iceberg, odore di gomma bruciata e disinfettata con il cloro proveniente dal sistema di condizionamento, calura africana dovuta al malfunzionamento dello stesso. La pena infinita di vedere il povero capo-vagone che tentava di aprire i letti, con le leve rese rocciose da anni di incuria, non ha contribuito a migliorare l'atmosfera. Il wc in fondo al vagone il cui sciacquone si scassava ogni tre per due, men che meno.

Prima di montare sul convoglio maledetto sappiate che è opportuno fornirsi di genere alimentari. A bordo non vi è alcuna carrozza ristorante (in teoria sarebbe prevista, ma in realtà è non pervenuta), e il solerte personale vi fornirà giusto di una bottiglietta d'acqua e, al mattino, di caffè liofilizzato al gusto di bitume accompagnato da un cornetto risalente più o meno al Cretaceo. Detto solerte personale, e non ci si stupisca di ciò perché prende uno stipendio da fame, ha la tendenza a scomparire per ore. Se per caso avrete bisogno di qualcosa, preparatevi a lunghe attese. Consolatevi con il fatto che sapete l'italiano: qualunque comunicazione scritta (in genere appiccicata sulla porta della cabinetta del capo-vagone e vergata su un tovagliolino di carta) sarà fornita nella lingua di Dante, per cui i transalpini son più sfigati di voi.

Se avete coincidenze in quel di Parigi, abbiate poi l'accortezza di prenotare lasciando un intervallo di tre ore dall'arrivo. Il treno Roma-Parigi e viceversa è infatti noto per accumulare ritardi abissali. La prassi è mezz'ora, più spesso un'ora e passa. Il nostro all'andata è arrivato in ritardo di quasi due ore, costringendoci a una corsa infernale per prendere l'Eurostar. L'ultimo tratto, percorso dal convoglio a passo d'uomo, lo abbiamo passato in compagnia di un garbatissimo signore francese italofono che per vari motivi è costretto a prendere l'Artesia alquanto spesso. Ometto di riferire le sue colorite espressioni in ambo le lingue, perché non passerei il vaglio della censura.

L'Artesia arriva a Gare de Bercy, stazioncina da cui se non altro uscirete in un batter d'occhio. A qualche centinaio di metri troverete la stazione della linea 14 della metro: se dovete prendere l'Eurostar andate fino a Chatelet, e da lì con la linea 4 arriverete alla Gare du Nord. Tempo medio, poco più di mezz'ora, e in tutta comodità.

A Gare du Nord le indicazioni per l'Eurostar fanno un po' pena: sappiate che l'accesso è al piano superiore. Lì vi attende del personale severissimo che controllerà biglietti, documenti e bagagli, né più né meno che se foste in aeroporto. Consigliato arrivare almeno mezz'ora prima, sennò vi sbattono la porta sul naso. Non vi passi per la mente di fare scene di tregenda se arrivate in ritardo: cartelli appesi in bella evidenza sottolineano che a un cenno del personale sarete attorniati da simpatici signori in divisa, e dubito fortemente che sarebbe cosa gradevole.

Va da sé che rispetto ai treni italici l'Eurostar è un altro mondo. Ho viaggiato su treni migliori, ma se non altro ci si può rifocillare adeguatamente (previo leasing) e i bagni sono praticabili. Con quel che costa il biglietto vorrei vedere, direte voi. Dipende: se avete amici che viaggiano su Frecciargento e Frecciarossa (convogli notoriamente assai economici) chiedetegli dettagli e sappiatemi dire, se possibile omettendo le parolacce. Quanto alla temibile tariffa dell'Eurostar, prenotando con un anticipo di almeno un paio di settimane e scegliendo le fasce orarie meno gettonate ve la potrete cavare con una sessantina di euro.

E il tratto sotto la Manica?
Non ve ne accorgerete nemmeno. Venti minuti in cui forse vi si tapperanno un po' le orecchie, ma niente di trascendentale. Prima che ve ne rendiate conto, puf, sarete nella perfida Albione, o alternativamente nella douce France. Io mi son ritrovata a pensare "tutto qui?", e dire che soffro pure un po' di claustrofobia. Se proprio dovete temere qualcosa, state in guardia dall'aria condizionata che viene erogata con notevole gagliardìa. Se siete pelati, munitevi di cappellino. Munitevi anzi di cappellino a prescindere, se non volete arrivare in stazione con i prodromi di un fiero raffreddore.

Dopo l'esperienza con il trenino sottomarino, tornare fra le braccia delle Ferrovie dello Stato per rientrare nell'Urbe è stato come finire da un campeggio delle Alpi bavaresi a quel tale parcheggio sito dai pizzi di Roncobilaccio noto per essere frequentato da scambisti etero, gay e a corrente alternata. Oltre alla fatiscenza, alla mestizia generale e all'arrivo a destinazione con oltre un'ora di ritardo, non è stata servita la colazione adducendo quale motivo "a Parigi ci hanno rubato tutto".

Una nostra amica ha commentato che se tutto ciò venisse proposto in forma di sceneggiatura a qualsivoglia casa produttrice si andrebbe incontro alla bocciatura per inverosimiglianza.
Ma Trenitalia riesce a superare anche il più sfrenato soggettista.

E per tutto ciò, io la ringrazio.

Perché a farmi passare la paura di volare non sono bastati gli aiuti di Madonna Chimica, le sedute di training autogeno, e persino la minaccia di smollarmi da leggere quel libraccio penoso di Erica Jong.

Ma il pensiero di un'altra esperienza nel Convoglio dell'Orrore, credetemi, basta e soperchia.
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