giovedì 17 febbraio 2011

Festa del gatto (con tanti auguri alla mia piccina pelosa)

Oggi è una giornata speciale, speciale come le creature cui è dedicata: i nostri adorati amici con le vibrisse hanno una festa tutta per loro.

Per me è ancora più speciale, perché è la prima volta che la festeggio con un miciotto in casa. Per la precisione una miciotta, la mia (pardon caro, nostra) adorata Gelsomina.

Mina, altresì nota come la Mina Vagante, ha da poco compiuto nove mesi. Chi segue questo modesto blog già la conosce, e sa quanto era bella fin da piccina. Ora è più bella che mai. Ed è fulva, discola, intraprendente e vivace.

Corre dietro a qualunque oggetto semovente, imbarcandosi in partite di calcio con pallina di stagnola da stracciare Pelè e Cruijff messi assieme. Ogni giorno tira giù i novanta e passa peluche che si trovano stipati sul comò, trascinandone una parte sotto il letto o sul tappetino del bagno e giocandoci con gagliardìa. La casa non ha più tende, impiegate come supporto per l'arrampicata verso il soffitto. Le ciabatte mie e dell'amato bene tendono a scomparire, per poi misteriosamente riapparire in posti impensati.

Quando io rientro a casa mi guarda con affettuosa degnazione, mi saluta poggiandomi la zampetta sullo stinco e poi mi segue per ogni dove, protestando con ripetuti mamao e mameo in quanto la sottoscritta si imbarca in cose noiose come il cucinare anziché dedicarsi ad attività più consone come tirare il topolino di pezza (gioco che può durare potenzialmente all'infinito, visto che Mina lo riporta al lanciatore stile segugio). Quando rientra l'amato bene, grande entusiasmo: usando il divano come trampolino di lancio gli vola in spalla e lì si mette a fare il colletto di pelliccia. Se la sottoscritta è più vicina del divano diventa lei il trampolino di lancio, con conseguenti ululati causa unghiette. Ma bastano due fusa e passa tutto.

Le fusa diventano infinite nel lettone. Basta chiamarla, "Mina, Mina...", e dopo qualche secondo si sente un trottare, un salto soffice sulla coperta, e un taptaptap fino al cuscino. Nel buio si aggrappa ai miei capelli, la pancia contro la sommità della testa, una zampetta contro la mano del suo papà bipede, e ci si addormenta tutti assieme. E la mattina la sveglia non serve più, perché ci desta il ron-ron. Molto meglio di una musichetta qualsiasi, credetemi.

Per queste e altre cose le sono grata.
Da quanto lei è entrata nella vita mia e dell'amato bene, tutto sembra molto più bello. Anzi, è più bello.
Tanto può una creaturina pelosa.

Se volete vedere le nuove foto di Gelsomina, ne troverete tante sulla sua pagina di feisbuc. Se volete, vi potete pure iscrivere. Mina ogni tanto commenta da par suo le vicende di vita proprie e della coppia di pasticcioni che l'ha adottata, e i selezionati amici che la leggono dicono pure che è divertente. Ci mancherebbe che non fosse ironica: è una micia romana, perbacco.

Se amate i gatti e ancora non ne avete uno, questa giornata (ma anche le altre 364 dell'anno) è ideale per andare ad adottare uno dei mici che ci sono nei gattili della località dove abitate o nei dintorni. Ce ne sono sempre tanti, di tutte le età e di tutti i colori, e ciascuno aspetta il suo umano da amare.

E quando avrete il vostro compagno peloso, scoprirete che quando c'è l'amore di un micio è festa tutto l'anno.

Auguri a tutti voi.

domenica 6 febbraio 2011

Far la festa al maiale: Pizze c'i cìcule (Pizza con gli sfrizzoli)

Drrrrriiiinnn.
"Brondo?"
"Stella mia, come stai!"
"Inzobba. Febbre bassada, ma ho il daso che berde beggio dell'agguedoddo bugliese".
"Te l'avevo detto io di fare il vaccino! Ma tu niente, sempre co' sta tiritera che non avevi tempo e dovevi lavorare! Visto che ti è successo? Il compleanno con 39 di febbre! Bella cosa!"
"Dando gabidava di ludedì, dod sarei riuscida a fesdeggiare gomungue..."
"Eh, bella consolazione! Pure a chille povere fìglie hai attaccato l'influenza!"
"Zì, se sdrilli gosì di sende bure ghille povere fìglie e lo svegli..."
"Non sia mai! Povere guagliòne, chi sa come sta accìse..."
"Dranguilla, siabo giovadi e fordi. Dibbi di de biuddosdo..."
"E che ti devo dire... Solite cose. Ho appena fatto la sugna e ci sono usciti pure un bel po' di cìcule, così ci faccio una bella pizza e la surgelo, che a papà tuo piace tanto..."
"Uuuh, 'a bìzze! E' vero, è beriodo... E gome si fa, ghe dod be l'hai mai deddo?"
"Guagliò, ma te pare momènte de penzà a 'a pizze c'i cìcule?"

Ovvio che è il momento. Dopo che una ha passato una settimana tonda tonda chiusa in casa a starnutire avrà pure il diritto di distrarsi un po'. E per distrarsi, niente di meglio di una ricetta di cucina, soprattutto in una situazione in cui persino una fetta di torta al cioccolato sa di cavolo lesso e lasciato in frigorifero per una settimana. E meglio ancora se si tratta di uno dei cavalli di battaglia familiari.

La pizze c'i cìcule è una delle prelibatezze invernali della gastronomia sannita, e un tempo non c'era famiglia che non la preparasse quando si faceva la festa al porco. Del resto, non c'era famiglia che non facesse la festa al porco, visto che il povero suino era in grado di sfamare un bel po' di gente per lunga pezza a fronte di minima spesa per l'allevamento. Il maiale veniva in genere stallato nella cantina, la quale si trovava perlopiù al piano terra, e nutrito con ricche dosi di avanzi e di pastone a base di mais e crusca. A sovrintendere al suo benessere nella nostra famiglia era la nonna, la quale era nota in tutto il paese per la bontà dei salumi che faceva: del resto il suo porco, prima di incontrare mesta fine, era trattato come un re. Un particolare suino ebbe persino l'insolito onore di entrare nella sua stanza da letto, portato lì dalla zia Maria per mostrare a mia nonna, costretta a letto da una frattura alla gamba, come il porcello stesse crescendo benissimo. E come zia Maria sia riuscita a far salire e scendere una scalinata ripidissima fino al primo piano a un maialotto che stazzava sui due quintali è cosa che tuttora ci lascia perplessi, ma credo si spieghi con la nota tostaggine delle donne di famiglia, e della zia in particolare.

Va da sé che oggi la festa al porco non la fa quasi più nessuno, se si esclude qualche famigliola che ancora risiede in campagna: primo perché suppongo che allevare un maiale nella propria cantina sia cosa da causare un coccolone a chiunque abbia una minima conoscenza di norme igieniche e sanitarie, secondo perché fare i salumi in casa è una faticaccia tremenda che prevede un nutrito numero di persone, e non da ultimo perché le mie compaesane sono ormai tutte provviste di Bimby e affini ma se gli si chiede come si fa una soppressata o una salsiccia rimangono con la mascella appesa.
Massima comprensione da parte mia, anche perché il pensiero di far secco un povero porcellino con il muso a turacciolo dopo averlo nutrito per mesi è cosa sufficiente per persuadere chiunque che la creatura, se proprio deve morire, lo deve per vecchiaia. Ma se continuo su questo tenore va a finire che mi viene la mestizia e non trascrivo più la ricetta della pizza: il che sarebbe un peccato perché, come detto prima, è una vera prelibatezza. Mi scuseranno pertanto i poveri suini, condannati a una sorte che è tanto più triste considerando che vi sono tanti bipedi i quali, nonostante la loro natura ben più porcina, non rischiano di diventare salsicce. Ma questo, come sempre, fra parentesi.

Per fare la pizza ci vogliono due cose: pasta lievitata e cìcule ovvero sfrizzoli, entrambi di ottima qualità. Potete procurarvi la prima dal vostro panettiere di fiducia e gli altri dal macellaio, risparmiandovi un mucchio di lavoro. Converrete però che a fare così non c'è gusto. Pertanto riporto paro paro il procedimento impiegato da mia nonna prima e da zia Maria adesso: sarà pure una faticata, ma la soddisfazione è pari.

Ingredienti (bastevoli per due pizze):
mezzo chilo di farina
un cucchiaino di sale
mezza bustina di lievito di birra secco
circa 300 grammi di acqua tiepida
mezzo chilo di grasso di maiale (fatevi dare quello di pancia)
un po' di pepe
pazienza ad libitum

Preparazione:
in primis dovrete approntare i cìcule, e sappiate che alla fine vi chiederete, a mezza voce perché manco avrete la forza di strillare, chi accidenti ve l'ha fatto fare. E' infatti un esercizio di pazienza zen da far cacciare i santioni a un santone. Però avrete come risultato anche dell'eccellente sugna fatta in casa, ideale per fare una pasta sfoglia che sia di quelle come si confà (a breve vi darò pure la ricetta della zia Lella, roba d'alta scuola di cucina casalinga), pertanto ne vale la pena.

Con santa pazienza fate a pezzi il grasso di maiale, mettetelo in una bella bacinella piena di acqua fredda e lasciatelo a mollo in loco fresco. Durante la giornata cambiate l'acqua un paio di volte, in modo da far diventare bianco il grasso come dice la zia Maria (ciò succede, lo dico a beneficio degli amanti del gore, perché più si cambia l'acqua più eventuale sangue presente se ne va giù per lo scarico). Quando l'acqua sarà limpida è arrivata la parte più difficile, quella di separare la sugna dagli sfrizzoli: raccomandatevi allo spirito di Escoffier, o meglio ancora a quello della grande Marietta, cuoca di casa Artusi, che sicuramente aveva con le squisitezze di campagna assai più dimestichezza di qualsivoglia chef transapino.

Prendete la vostra pentola migliore, ovvero quella con il fondo dello spessore di un cingolato, travasatevi i tocchi ben sgocciolati e accendete il fornello al minimo. Piano piano vedrete che il grasso si scioglie, e che sul fondo restano gli sfrizzoli, in una quantità che si aggira sui tre o quattro cucchiai: spegnete il fuoco, aspettate che il tutto si intiepidisca (non che si freddi), quindi armatevi di mestolo, e con santa pazienza travasate pian piano il grasso in un barattolo. Diventerà sugna candida, da impiegare oltre che per la pasta sfoglia anche per una frolla da crostate che vi stupirà per la croccantezza. Ma a voi per il momento sono i temibili cìcule che interessano: teneteli pertanto a portata di mano e a temperatura ambiente. Oppure, se avete deciso che dopo cotanta seccatura è il caso di rimandare la preparazione della pizza, surgelateli: non ne avranno alcun danno.

Fatti gli sfrizzoli, s'ha da fare la pasta: e quella si fa more solito, ovvero mettendo su una spianatoia o in una ciotola capace la farina e il lievito, impastando man mano che si aggiunge l'acqua tiepida, e aggiungendo il sale solo dopo che gli ingredienti si sono amalgamati sennò il lievito si impigrisce. Chi segue questo modesto blog sa già che, giusta i dettami di Gabriele Bonci, la pizza si può fare anche senza impastare: ma nel caso di ricette di famiglia io butto volentieri alle ortiche il trend degli impasti idratati e vi suggerisco di fare come mia zia e come le vostre zie e nonne, ovvero lavorare la pasta con gagliardìa per una decina di minuti e, quando è diventata bella elastica, farne una palla su cui farete una bella incisione a croce e lasciarla lievitare in loco ben riparato da correnti d'aria.

Quando la pasta sarà raddoppiata di volume (cosa di cui vi renderete conto perché la croce è scomparsa) toglietela dalla ciotola, ponetela su un piano ben infarinato e allargatela con le mani, badando che la superficie sia il più possibile uniforme e non si buchi. Fatto ciò, fate scaldare i cìcoli addizionati con un bel cucchiaio di sugna e con una bella spruzzata di pepe e con somma cautela versateli sulla superficie della pasta, in modo da lasciare circa un centimetro libero sui bordi. Quindi con abile mossa arrotolate la pasta su se stessa come se steste facendo uno strudel, foggiatela a pagnottella e rimettetela a lievitare per una mezz'ora.

Nel frattempo accendete il forno a 250°, acchiappate la placca e rivestitela di carta da forno in modo che sia pronta all'uso. Allo scadere della mezz'ora riprendete la pagnottella, dividetela in due e sul piano sempre infarinato foggiate ciascuna metà a forma di focaccia piatta con un bel buco al centro, come da foto all'inizio. Sistemate quindi entrambe le pizze sulla placca, e lasciate cuocere per una quindicina di minuti. Poi spegnete il forno, tirate fuori la teglia, e lasciate intiepidire.

Quando le pizze avranno smesso di fumare ma saranno ancora belle caldocce, potrete decidere di premiarvi e assaggiarne un pezzettino, assai meritato dopo tanta fatica.
Scoprirete così che sì, ne valeva la pena, di fare tutta quella fatica. Perché la pizze c'i cicule fatta in casa è morbida, croccante e aromatica come nessun'altra, e mentre la mangiate vi si scioglierà in bocca.

A quel punto decidete se volete godervela da soli oppure, cosa che vi raccomando caldamente, accompagnati. In questo secondo caso, allertate amici e persone care con i mezzi che vi sembrano più acconci, e ditegli di presentarsi a casa vostra in tempi ragionevoli e bussando con i piedi, perché le mani dovranno recare salame casereccio, formaggio stagionato e, per i non astemi, una bella boccia di rosso.

Se poi a mezza serata vi suona il vicino con occhi di bragia perché sono due ore che stornellate sul tema di "Cicerenelle teneva teneva", ditegli che avete la benedizione di Alberto Maria Cirese.

Se vi risponde "Il professor Cirese?!" fategli un sorriso a trentadue denti, acchiappatelo per le spalle e offritegli un pezzo di focaccia. E' grazie a gente come lui, infatti, se la rustica pizze c'i cicule è considerata un patrimonio da salvaguardare anziché uno scarto da nascondere di quel periodo povero in cui si allevava il maiale al pianterreno.

Se invece vi risponde con "Chi?!" ditegli che è la riprova vivente di quanto le scienze umanistiche siano inutile zavorra nella formazione di un individuo. E tornate serenamente a stornellare.

martedì 25 gennaio 2011

Pizze de randìnie e fuèglie (Pizza di granturco e verdura)

E' un periodo che stare nell'Urbe mi pesa.

Per carità, ha i suoi vantaggi. Ad esempio, l'improbabilità di trovarsi la porta di casa bloccata da un metro di neve grazie alla peggiore bufera invernale capitata negli ultimi trent'anni.

Però la puzza, il traffico e il caos della capitale mi fanno pensare che sarebbe assai più sano imbracciare un badile onde farsi strada nel manto nevoso piuttosto che resistere alla tentazione di imbracciarlo per dare una piattonata in testa al solito buzzurro che ti passa avanti in farmacia, parcheggia sul marciapiede o, non so, fa il gradasso in ristoranti e hotel da conto a triplo zero in centro storico con i soldi delle mie tasse, e non solo delle mie.
Giacché però a dar piattonate si finisce in genere all'Albergo Roma o al Regina salvo il solito indulto, meglio dar pedate, stavolta alla nostalgia per il paesello.

Io in genere lo faccio mettendomi ai fornelli, e preparando pietanze di casa.

La pizze de randìnie e fuèglie, ad esempio, che è un classico, e che ben mostra la povertà che un tempo affliggeva i miei Sanniti: trattasi infatti di una pizza di farina di mais accompagnata da verdura selvatica. Un tempo era il pasto delle famiglie contadine, che non si potevano permettere altro: adesso, ça va sans dire, è diventata "antipasto tipico" nei ristoranti più lussuosi, che la servono in genere in improbabili quadrucci formato tessera e accompagnati da una porzione di verdura che starebbe comoda in un piattino da caffè ed è addomesticata al gusto dell'utente medio, il quale a sentire l'amaro della vera cicoria di campo viene colto da catatonia.

Le mie zie la servono invece come si confà: in tocchi grossi quanto la mano di un carpentiere, e con una padellata di fuèglie miste colte e cotte sul momento. Questa che vedete ritratta, nella fattispecie, è stata preparata l'inverno scorso (sì, sono un po' indietro con l'aggiornamento del blog) da zia Maria, la quale ha pazientemente tollerato la sottoscritta armata di macchina fotografica che la seguiva come un'ombra fra piano di lavoro e fornelli, e le carpiva con le tenaglie i trucchi per realizzare una pizze de randìnie a regola d'arte.

Ingredienti:
tre etti circa di farina gialla
mezzo litro d'acqua
una tazzina da caffè di olio più un po', più quello per ripassare la verdura
uno sferzellone (peperone semipiccante secco)
uno spicchio d'aglio
fuèglie miste a volontà (cicoria, sinepe, borragine e qualunque altra cosa passino i campi, da addizionare volendo con broccoli, cavolo o verza)

Preparazione:
in primis capate la verdura, che se è quella vera di campo vi farà dar di matto come poche cose al mondo: brontolate pure se vi aiuta a compiere meglio l'operazione, perché ne avete il santo diritto. Finito che avrete di pulirla lavatela bene sotto l'acqua corrente per eliminare residui di terriccio, lessatela al dente in acqua leggermente salata e quindi lasciatela a scolare per i fatti suoi. Nel frattempo portatevi avanti col lavoro e mettete a scaldare il mezzo litro d'acqua con un cucchiaino di sale.

Una volta che l'acqua è calda, versatela a più riprese in una scodella in cui avrete già provveduto a sistemare la farina di granturco e la tazzina d'olio e fatela incorporare girando il cucchiaio di legno con movimenti decisi dal basso verso l'alto, in modo che non si formino grumi. Nel momento in cui la consistenza sarà cremosa ma solida, come da foto, potete smettere di aggiungere acqua perché essa ha già fatto il suo dovere. A questo punto acchiappate una teglia di medio formato, ungetene fondo e pareti con un po' d'olio e con l'aiuto della cucchiara di legno versatevi dentro il composto pareggiandolo con le manine unte d'olio. Lo spessore deve essere di circa un centimetro, perché a differenza della consueta polenta alla brace la pizze de randìnie si caratterizza per essere compatta ma non tosta. Quindi con le nocche fate delle fossette sulla superficie, e versateci sopra una generosa dose di olio.
Un tempo la teglia veniva munita di coperchio e la pizza si cuoceva a ritmo lento fra le braci del camino sapientemente disposte sotto, ai lati e sopra, e mia zia ricorda "quand'era bèlle quànn mammà 'a facéve" con la famigliola tutta intorno al camino. Oggi tocca accontentarsi del forno, già caldo a 200°, dove terrete la pizza il tempo sufficiente a farle fare una bella costa dorata, cosa per la quale ci vorranno tre quarti d'ora circa: e non per dire, guardate che bellezza.
Mentre la pizza si intiepidisce, passate alle fuèglie, che ne frattempo si saranno liberate dell'eccesso dell'acqua di cottura: in una capace padella mettete a scaldare (senza farli friggere) lo spicchio d'aglio e 'u sferzellone, buttateci quindi dentro la verdura e fate insaporire a fuoco lento rigirando di tanto in tanto. Le mani nella foto, per inciso, sono della zia Maria. E si vede che sono mani che da una vita cucinano, e lo fanno con grande amore.
Quando le fuèglie sono ben insaporite spegnete il fuoco, tagliate la pizza a quadrotti, versateci le verdure con l'olietto saporito, mettete 'u sferzellone sulla cima per decorare e portate in tavola: vedrete che i commensali andranno in visibilio. E se provvederete ad accompagnare il tutto con qualche fetta di caciocavallo e un po' di sopressata sannita tagliata sottile, la saporita pizze de randinie anziché antipasto sarà pasto completo, e vi permetterà di svoltare la cena con ricca soddisfazione vostra e di chi mangia assieme a voi.

giovedì 13 gennaio 2011

Il bove e la chiesa: Santa Maria della Strada

Come detto altrove, talvolta l'amato bene e io si riesce ad andare in vacanza.

Evento degli eventi, in casi rari si riesce persino a coinvolgere gli amici. Ciò ovviamente dopo lunga preparazione e attenta analisi, perché già è difficile andare in vacanza da soli, figurarsi in compagnia.

Sicché, fin da ottobre avevano progettato un piano formidabile: sottrarre la macchina a mia sorella, e puntare verso il paesello in gruppo composto dalla sottoscritta, l'amato bene, il mio amico Mauro e la gatta. Il mio amico Nicola, specialista in quella che al paese viene chiamata "l'arte dei pazzi" (ovvero spostamenti frenetici dal punto A al punto B e viceversa: egli suole infatti muoversi sulla direttrice Urbe-Sannio con la rapidità e frequenza di una pallina da flipper), ha commentato che ci mancava giusto qualche carabattola e un paio di infanti per rifare il Carro di Tespi. Non posso ragionevolmente dargli torto: in compenso al ritorno abbiamo riportato con noi la zia Lella e svariati quintali di cibarie tipiche, e ho motivo di pensare che chi si spostava con il Carro di Tespi viaggiasse più comodamente. Ma tutto ciò, come sempre, fra parentesi.

Se la sottoscritta, l'amato bene, la gatta Gelsomina e la zia Lella sono persone assai note a chi segue questo modesto blog, non altrettanto si può forse dire di Mauro: il quale ha però fornito al mio arsenale culinario proprio la prima ricetta pubblicata qui sopra. Mauro è infatti eccellente cuoco, ed è solo una delle sue qualità. Ad esempio, a differenza di me e del mio compagno di casa e di vita, adora guidare. E sempre a differenza di me e del mio compagno di casa e di vita, l'ansia non sa cosa sia, o se lo sa la gestisce molto bene. Infatti il mio tartassarlo a partire da ottobre per un viaggio di tre giorni da svolgersi in gennaio, e in un loco per raggiungere il quale ci vogliono tre ore e rotti di macchina e non venti ore di volo lo ha lasciato alquanto perplesso. Ma fra le sue qualità vi è anche quella di essere assai paziente con le nevrosi altrui. Sicché, la mattina del 5 gennaio, si è presentato alle nove sotto casa nostra, ha caricato noi e il bagaglio peloso (copyright Dottor P) e abbiamo fatto rotta verso il torrente Cigno.

Per me, la Befana al paese è un punto fermo. La Befana è infatti quella che quando le zie, mio papà e zio Antonio erano piccini portava i doni. La mattina del 6 gennaio era mio nonno a dare la sveglia, mi diceva zia Margherita: "L'ho vista mentre se ne andava, chella vecchiarella..."
La Befana continua a portare i doni, e il camino fa sempre mostra di una parata di calze ben pasciute, con le zie che si divertono assai ad aprire le loro rovesciando il contenuto sul tavolo. Quando in casa abbiamo un ospite, ovviamente la calza c'è pure per lui. E la vecchierella deve saperla lunga, visto quella di Mauro era fornita di un bel po' di prelibatezze di casa e di cascina.

Dette prelibatezze spero abbiano aiutato Mauro a tollerare il sovrabbondante entusiasmo della sottoscritta. La quale, quando riesce ad attrarre qualsivoglia persona nella tela del Sannio, fa al tapino o tapina di turno una capa tanto. Sicché Mauro si è fatto appresso a me e al sempre paziente amato bene il tour del centro storico, sguerciandosi per vedere la pregevole lunetta medioevale della chiesa madre sommersa dalle impalcature, la fontana barocca con i mascheroni, la chiesetta rococò dell'Addolorata e 'a fonda préte (fontana di pietra) risalente alla metà del Settecento. Si è fatto pure dodici chilometri di curve per raggiungere Larino e vedere il portale romanico della chiesa, cibandosi un dettagliato resoconto della festa di san Pardo fra un tornante e l'altro. E il pomeriggio prima di partire, guidando con somma scioltezza sull'asfalto malconcio della SS87 Sannitica, ci ha accompagnato a Santa Maria della Strada.

E' una chiesa che conoscono solo i locali, e talvolta manco loro. Io l'avevo vista dall'esterno quando ero alta un palmo, e da allora ho sempre sognato di tornarci. Sta spersa in mezzo alla campagna lungo la strada che un tempo collegava il Sannio alla Puglia, e chi prende il trenino spolmonato che a cinquanta all'ora si fa il tragitto dal capoluogo alla costa può vederla in lontananza nella valle su cui si snoda la ferrovia. Tutti i viaggi che mi sono fatta verso il paesello prevedevano in quel punto la sottoscritta con il naso incollato al finestrino e, da quando ho percorso il tragitto con l'amato bene, l'ululato "Guarda là! Guarda la chiesa! E' bellissima, ci dobbiamo andare!", con l'amato che paziente rispondeva, sisì, va bene, ci andremo, ma dobbiamo venire con la macchina, altrimenti come ci si arriva?

Non ci si arriva. E' infatti uno di quei gioielli nascosti, che si raggiungono solo se si ha l'intenzione di farlo. E per farlo ci vuole la macchina, una discreta perizia alla guida perché la strada è quella che è, e occhi attenti perché il cartello che indica la deviazione dal tracciato principale è scolorito da anni di intemperie.

Vale la pena di fare tanta attenzione, e di percorrere a passo d'uomo la stradetta che conduce alla meta.

Ve ne accorgerete arrivando, quando su una collinetta verde circondata di alberi spunterà la sagoma piccola e solida della chiesa, che pare essere stata posta lì con amorosa cura dalla mano del Creatore in persona.

Secondo la leggenda, più che la mano dell'Alto Fattore ci dovrebbe essere quella del suo eterno rivale. Infatti Santa Maria della Strada è una delle chiese di Re Bove. Costui doveva essere un pessimo soggetto, e fra una mala azione e l'altra pensò bene di mettere gli occhi su una fanciulla con la quale, per motivi di eccessiva consanguineità, era poco opportuno convolare a nozze. E giacché, come diceva il principe, ogni limite ha una pazienza, questo specifico limite fece saltar la mosca al naso all'Altissimo, ovvero al suo rappresentante ufficiale in terra. Il quale condannò Re Bove a costruire sette chiese in una notte (altre tradizioni dicono che il numero fosse cento), pena la dannazione eterna.
Visto il compito non esattamente spiccio, il sovrano come spesso accade in simili casi decise di affidarsi alla concorrenza. Stipulò pertanto un patto col demonio, offrendo in cambio la merce prediletta dal sire cornuto. E via a costruire, con Satanasso a tirar giù le pietre dai monti sanniti e Re Bove a tirar su forsennatamente gli edifici sacri.
All'alba le chiese erano tutte pronte meno una. E mentre il sole spuntava, il re fra terrore e pentimento cadde in ginocchio e in lacrime pregò Dio che lo perdonasse.
Si sa che la misericordia divina è grande. E così l'ultima chiesa non venne mai completata: il Diavolo, furioso che gli fosse stata tolta da sotto il naso quell'anima che stava lì bella pronta, la distrusse con un enorme macigno.

Leggende a parte, buoi di pietra si trovano come elemento decorativo in più chiese nel mio Sannio. Io sospetto che non ci abbia a che fare alcun sovrano zozzone, ma piuttosto il fatto che per i Sanniti molisani il bove era un animale totemico: mica per niente la loro capitale si chiamava Bovianum ed era stata fondata, così narra la tradizione, da un gruppo di giovincelli che avevano seguito un bue nel rituale - nato pare onde levarsi di torno eccessive bocche da sfamare senza venire alle armi - passato alla storia con nome di ver sacrum.
Fatto sta che buoi scolpiti si possono trovare ad esempio sulla chiesa di San Leonardo a Campobasso, sulla Cattedrale di Larino, nella meravigliosa chiesa di San Giorgio a Petrella Tifernina. Ci sono anche a Santa Maria della Strada. Ma non potrete vederli qui. Perché la sottoscritta, oltre ad avere il noto talento canino con la macchina fotografica, proprio in questa occasione ha ben pensato di dimenticarsela, la macchina fotografica, e ha mestamente supplito con il cellulare: a seguire trovate quel poco di salvabile degli scatti.

Nella sua solo apparente semplicità, Santa Maria della Strada rivela nelle sue decorazioni una complessità rappresentativa e simbolica notevole. Basta leggere la pietra. E se non la si sa leggere, si sarà comunque colpiti da quanto quella pietra è bella. Ad esempio il rosone con dodici raggi perfettamente uguali, simbolo degli apostoli ma anche richiamo alla ruota della Fortuna, e il timpano con la sposa simbolo di Gerusalemme.
Sulla lunetta di sinistra, un uomo a cavallo ne trafigge un altro. Alcuni sostengono che si tratti di un riferimento alla chanson de geste, con Fioravante che ammazza un saraceno per liberare una donzella. Altri, forse più correttamente, dicono che ricordi l'episodio biblico dell'uccisione di Assalonne, noto per i suoi lunghi capelli. Quale che sia l'interpretazione, la scena è magnifica.
Forse ancora più bella la rappresentazione sulla lunetta di destra, con un uomo circondato di animali che soffia nel corno. I fan della chanson de geste lo identificano con Rolando, altri lo vedono speculare alla lunetta di sinistra e riferito al fatto che Gioab, uccisore di Assalonne, dopo l'assassinio fece suonare il corno nella Valle dei Re.
Se già timpano e lunette fanno venire alle armi gli studiosi riguardo le intepretazioni, sugli elementi decorativi cosiddetti minori è la festa della citazione erudita. Io le citazioni erudite le lascio perdere, ma ditemi voi se le figure non sono da guardare con amorosa attenzione, dall'uomo nelle grinfie della belva al cavaliere assalito dal leone al cane zannuto che fa capolino, e che se la sottoscritta fosse meno canide con la macchina fotografica si vedrebbe benissimo mentre azzanna un'altra bestiaccia a sua volta impegnata ad assaltare un agnello.
Sul lato destro della chiesa, un altro ingresso che stavolta prende dichiaratamente a prestito elementi non biblici. La lunetta rappresenta infatti il cosiddetto volo di Alessandro, leggenda che vede il magno condottiero farsi una bella gitarella in quota su una cesta trainata da due grifoni. Il Macedone nell'iconografia medievale era impiegato quale simbolo negativo: qui invece, e gli esperti dicono che è quasi un unicum, lo si impiega come simbolo del desiderio di ascendere al cielo.
A evidenziare la valenza positiva una serie di elementi con cui non vi sto a tediare: voi limitatevi a guardare quanto son belle le due pistrici e l'Agnus Dei che incorniciano la scena.
L'interno è semplicissimo, con poca luce di suo e ancora più scarsa per via del tramonto incombente al momento dello scatto. Soffitto a capriate, tre navate sorrette da robuste colonne i cui eleganti capitelli non mostrano la capricciosa creatività che si può vedere altrove, ma forse proprio questo aumenta la sensazione accogliente che si prova entrando. Sul fondo, dietro un altare semplicissimo, la statua della Madonna con il bimbo in braccio, illuminata da due piccole lampade e da una delle minuscole finestre.
Poco vicino all'ingresso si trova un monumento funebre, più recente della chiesa - edificata, per inciso, dai monaci basiliani nella prima metà del XII secolo. Anche questo è un piccolo capolavoro di delicata finezza, con gli angeli a tenere le cortine che celano a metà il trapassato. Come usava un tempo, la tomba è stata impiegata per la sepoltura successiva di più persone, identificate variamente come l'abate Landolfo, il nobiluomo Berardo d'Aquino e tale Gemma signora di Lupara. Più romantica la tradizione popolare, che in quel sepolcro, o sotto di esso, ritiene dorma il sonno eterno Re Bove.
La collinetta su cui è adagiata la chiesa si affaccia su una piana circondata in lontananza di rilievi. Se andrete all'imbrunire e se la giornata è tersa, vedrete un tramonto dai colori incredibili. Se andate durante il giorno, mettetevi a contare quante sfumature ha il verde dei campi e dei colli tutto intorno. Scoprirete che il Molise ne ha più dell'Irlanda.

Se con tutto ciò vi è venuta voglia di fare una capatina, sappiate che arrivare è assai semplice. Come detto, Santa Maria della Strada si trova nei pressi della SS87. Se arrivate da Campobasso troverete la diramazione alla vostra sinistra, da Termoli (cosa che non conviene perché la distanza è di gran lunga superiore) sul lato opposto. Ad accogliere il veicolo c'è un ampio parcheggio, con l'asfalto nuovo nuovo e confinante con una macchia di piccoli abeti. Ai margini della collinetta un pannello esplicativo vi introdurrà alla storia dell'edificio assai meglio di quanto potrei fare io. Una piccola bacheca poco distante vi fornirà alcune informazioni utili, fra cui i riferimenti per contattare la signora Angela in caso trovaste chiuso l'ingresso alla chiesa (la quale, cosa rara nel Sannio, è aperta tutti i giorni fino al tramonto). Se dopo la visita veniste colti da un insano desiderio di convolare a nozze con il vostro partner, su detta bacheca troverete anche il telefono del padre guardiano.

Putacaso poi vi venisse appetito, presso il parcheggio troverete un ristorante chiamato, assai attamente, La quiete di Re Bove. Da maggio a settembre risulta aperto tutti i giorni, in inverno è chiuso il martedì. Noi non abbiamo avuto il piacere di provarlo in quanto un piatto di arrosticini alle cinque del pomeriggio della Befana sarebbe cosa da stroncare anche Pantagruele. Voi fate un tentativo, e oltre agli arrosticini ordinate la pizza e menesta (pizza di farina di granturco e misto di erbe di campagna) che mi dicono essere la specialità della casa.

Se dopo la visita potete usufruire di altre ore di luce, riprendete il veicolo e guidando in relax procedete sulla SP13 per altri otto chilometri e mezzo, ovvero quelli che vi basteranno a raggiungere Petrella Tifernina. Lì troverete la già citata chiesa di San Giorgio, altro tesoro del romanico molisano. E di lei spero di raccontarvi un'altra volta, mi auguro presto, quando andrò a vederla di persona.

Allo scopo, vado subito ad allertare Mauro di tenersi liberi un paio di giorni per la prossima estate.

E se non mi tira addosso, come avrebbe il santo diritto, un capitello a rosette longobarde, ci si vede presto qui sopra per una serie di ricette tipiche. A bientot.

lunedì 20 dicembre 2010

Pannocchio di Natale

Ragazzi, non ho manco il coraggio di scusarmi.
Questo blog, per tutta una serie di motivi con cui non sto a tediarvi (non da ultimo il fatto che il mio amato bene di recente si è sentito male di nuovo causa ritmi di lavoro da miniera, e grazie al cielo che le cure fanno effetto), è in fase di completo abbandono. Se fosse un giardino, sarebbe la sagra dell'erbaccia. Se fosse una casa, la sagra delle ragnatele (non dissimile quindi dalla mia bicocca, visto che c'ho il tempo di pulire come si confà una volta alla settimana). Internet difetta di entrambe, però un bel po' di muffa virtuale codesto ricettario l'ha presa. Quindi mi pare cosa santa, anche perché alcuni benevoli lettori mi stanno facendo una capa tanto su quel certo social network inviandomi messaggi privati un giorno sì e l'altro pure - e meno male che non mi cazziano in bacheca - farvi gli auguri con un dolce del mio Sannio.

Il pannocchio, per inciso, è giusto vanto della pasticceria Lupacchioli, la più titolata del capoluogo, e durante le feste sulla tavola non manca mai. Gli amici non sanniti che hanno avuto occasione di assaggiarlo (ne sono infatti fiera spacciatrice nell'Urbe e non solo) sono andati in visibilio. E a me è sempre spiaciuto che la sua fama non abbia superato i confini della regione.

Domenica scorsa ho scoperto che mi sbagliavo. Grazie a un veneto.

Il veneto in questione si chiama Michele, detto lo ZioMic perché ci conosciamo dalla bellezza di ventidue anni, e all'epoca gli otto anni di differenza che separano la mia età dalla sua erano parecchi. Per parlare diffusamente dello ZioMic non basterebbe un trattato: basti dire che, fra le sue tante qualità, ha pure quella di avere accanto una donna splendida che è altresì una maga del mestolo e del mattarello (mi si dirà che trattasi di qualità non personale di ZioMic, ma converrete che un uomo il quale ha accanto una donna splendida di pregi ne deve avere parecchi).
Nella conversazione domenicale che abbiamo avuto, ZioMic mi ha parlato con toni da estasi amorosa di un dolce che la sua signora gli ammannisce: "Credimi, un gusto unico, quello dei dolci di una volta, non ne fanno più così, e dire che non ci sono né burro né uova... Io la chiamo la Torta Albero degli Zoccoli, perché mi fa pensare al film".

Io, che amo i dolci d'antan quanto i film di Olmi, ovviamente ho iniziato a tartassarlo per avere la ricetta, la quale è giunta a stretto giro di posta elettronica. Una bella ricetta vegana, che mi riprometto di provare quanto prima perché, assicura la consorte di ZioMic, "il gusto della farina di mais lo rende originale rispetto ai soliti dolci e anche più allegro. Poi sopra si è formata una crosticina dorata che è la fine del mondo!"

In calce alla versione vegana, la ricetta originale che era servita da spunto.

Quella del mio pannocchio di Natale.

Ora, se una fanciulla della Marca trevigiana invia a una rocciosa sannita la ricetta del dolce natalizio forse più celebre del Molise insieme ai mostaccioli e ai caragnoli, mettersi ai fornelli non è un'opzione: è un dovere.

Pertanto mi sono messa 'u zinale (grembiale, per chi non ha mai sciacquato i panni nel torrente Cigno), ho cacciato fuori dalla dispensa la farina di granturco regalo di Tania, e mi sono messa all'opera.

Il risultato, sfornato intorno all'una, non è arrivato alle otto di sera.

Dal che se ne deduce che se anche voi proporrete ai vostri cari questo dolce, che ha pure il vantaggio di essere velocissimo da preparare, non farete un soldino di danno.

Ingredienti:
300 grammi di farina bianca
150 grammi di farina di mais
300 grammi di zucchero
5 uova
300 grammi di burro morbido
1 bustina di lievito per dolci
1 bustina vanillina (da impiegare solo se non è vanigliato il lievito)
1 bicchierino di liquore (strega, rum o amaretto, ma secondo me pure il ponce non ci sta male)
1 bicchierino di gocce di cioccolato
1 pizzico di sale

Preparazione:
in primis come al solito portartevi avanti col lavoro e preriscaldate il forno a 160°, poi ungete un bello stampo (se possibile antiaderente) da plumcake o una teglia e infarinate la superficie unta con farina di mais, badando a scuoterne via l'eccesso.

In una capace terrina mescolate insieme uova, burro, zucchero, liquore e sale, aiutandovi con uno sbattitore elettrico per fare prima. Armatevi quindi di setaccio e poco alla volta fate cadere nell'impasto la farina di mais, la farina bianca e il lievito, mescolando ben bene. Il composto sarà morbido ma consistente, e profumerà oltre ogni dire. In ultimo unite le gocce di cioccolato, e incorporatele in tutto l'impasto con movimenti dal basso verso l'alto.
Fatto ciò, aiutandovi con la cucchiarella trasferite il composto nello stampo: giacché è parecchio solido avrete probabilmente qualche difficoltà a livellarlo, ma non è un problema perché ci penserà il calore del forno.

Infornate quindi sul piano intermedio e lasciate cuocere per fatti suoi per tre quarti d'ora o giù di lì, periodo che potrete impiegare per farvi serenamente i fatti vostri, o per incartare i regali di Natale.

A un certo punto le vostre nari saranno assalite da un profumino delizioso. Andate in cucina, fate la consueta prova stecchino, e se esce pulito spegnete il forno. Lasciate il dolce al suo interno per altri cinque minuti, quindi tiratelo fuori con l'aiuto di un paio di mappine, e se la crosticina dorata in superficie non vi fa esclamare "oh, che bello!" sappiate che avete la sensibilità di un matematico.

Fate raffreddare il dolce completamente prima di affettarlo (se resistete, beninteso) perché a temperatura ambiente è più buono. Io, l'amato bene e Dottor P che era ospite da noi non abbiamo resistito: e abbiamo così constatato che, grazie alla struttura della pasta, le gocce di cioccolato anziché precipitare in massa sul fondo come hanno l'abitudine di fare son rimaste diligentemente a picchiettare tutto l'interno. E anche queste sono soddisfazioni.

Come tutte le ricette dolciarie dei miei tosti sanniti, il pannocchio ha il vantaggio di conservarsi fresco per più giorni. Potrete quindi prepararlo tranquillamente uno o due giorni prima del pranzo di Natale, per poi presentarlo in tavola bello fragrante come se fosse appena uscito dal forno.

E quando lo gusterete con familiari, amici e persone care, inviatemi un salutino. Io da parte mia, vi faccio tanti auguri di buon Natale. E speriamo che sia davvero buono, e con lui i giorni a venire.
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