lunedì 7 giugno 2010

Le fettuccine di Dottor P

A casa mia si usa fare diversi tipi di pasta fresca: le lasagne, i cavatelli, gli gnocchi, i sagnetelle, i quadrucci, i taccozze, e chi più ne ha più ne metta. Le fettuccine, o tagliatelle che dir si voglia, no. Nel Sannio non ve ne è traccia. Per cui io non ho mai imparato. Ovvero, non avevo imparato fino a poco tempo fa, quando Dottor P (giovine ingegnere gastronomo che i miei lettori già conoscono assai bene) si è gentilmente offerto di farmi da maestro.

Dottor P come sfoglina è formidabile. Ha avuto come insegnante la sua nonnina. Lavora con un mattarello lungo quando la Statale Braccianese, che in famiglia si tramandano da un secolo o giù di lì. E fa delle fettuccine paurosamente buone. Le potete vedere nella foto che adorna l'inizio del post. Sfido chiunque ad affermare che non gli vien fame a guardarle. C'è chi si contenta delle tagliatelle di nonna Pina, chi invece può deliziarsi con le fettuccine di Dottor P. Non c'è paragone.

Quanto segue è il resoconto del fettuccine workshop che si è tenuto nel mio puffesco appartamento una assolata domenica primaverile. Ammirate, prego. E prendete nota, perché scoprirete che tirare una sfoglia come si confà non è così diabolicamente difficile come può sembrare a tutta prima.

Ingredienti per ciascun commensale:
un uovo
80 grammi di semola di grano duro di quella buona
buona volontà, leggerezza d'animo e allegria

Preparazione:
in primis si fa la classica fontana sulla spianatoia, e al suo interno si pongono le uova: badate di sgusciarle in un piatto una alla volta, fosse mai che un uovo fosse partito e vi costringesse a rifar tutto da capo.
Acchiappate quindi una forchetta, e sbattete le uova come se steste facendo una frittata, provvedendo a incorporare pian piano la farina.
Quando il composto di uova e farina è diventato ben cremoso, è arrivato il momento di darsi da fare con le mani.
Impastando con gagliardìa fare incorporare il resto della farina e continuate finché la pasta è diventata ben liscia, quindi dividetela in adeguato numero di pallotte grandi più o meno quanto una palla da baseball.
Adesso arriva il bello: lavorando con le mani appiattite le pallottole di pasta fino a dargli una forma di pizzetta con spessore uniforme, cospargetene la superficie di semola, ponetele sul piano ben infarinato pure lui, mettete mano al matterello e iniziate a stenderle, alternando i lati in modo che venga una sfoglia il più possibile uniforme e quadrotta.
Continuate lavorando con attenzione e vedrete che la pasta diventa man mano sempre più sottile: andate avanti finché non è diventata trasparente, cosa che potrete verificare o con la "prova mano", o meglio ancora con la "prova canovaccio" (se si vedono i disegnini sottostanti lo stesso, è stesa a sufficienza).
Lasciate quindi riposare la sfoglia per una mezzoretta sul citato canovaccio, finché non si è asciugata per bene. Fatto ciò, è arrivato il fettuccina moment: rimettete la sfoglia sul piano ben infarinato, cospargetela parimenti di semola, e iniziate a ripiegarla su se stessa arrivando fino al centro. Lo spessore delle pieghe deve essere di circa due dita. Giunti al centro, ripiegate l'altra metà nello stesso modo.
Munitevi quindi di un coltello che sia a lama liscia, e tagliate delle strisce della larghezza di mezzo centimetro scarso badando di fare un taglio il più possibile dritto. Se non vi riesce, le fettuccine vi verranno a fisarmonica. Poco male: Dottor P assicura che è sufficiente un po' di allenamento per ottenerle come si confà, e comunque son buone lo stesso.
E' arrivato il momento del trucco dello sfoglino ingegnere. Passate con delicatezza il coltello sotto la parte centrale delle striscette, e sollevate: vedrete le fettuccine che si dipanano da sé. E vi sembrerà un gioco di prestigio. Voilà!
Le fettuccine sì ben realizzate van quindi lasciate asciugare per un'oretta circa sul piano di lavoro, delicatamente allargate in modo che non si appiccichino.
A questo punto siete pronti per il gran finale. Mettete a scaldare adeguata quantità d'acqua addizionata di sale in capace pentolone, e quando essa bolle, giù le fettuccine. Saranno pronte, come da tradizione, quando salgono a galla: voi però assaggiatele prima di scolarle, in modo che siano cotte esattamente a vostro gusto.
Scolate le fettuccine, c'è ovviamente da condirle. Nonna Pina se non erro per le sue tagliatelle usava il ragù. Io ho usato il classico sughetto della tradizione familiare, a base di pelati casalinghi, foglie di basilico e filino d'olio, lasciato sobbollire a fuoco bassissimo per un paio d'ore. Vi assicuro che ha retto la prova, con o senza l'aggiunta della palata di cacio che io sul mio piatto non faccio mai mancare.
Alla fine di tutto ciò Dottor P, l'amato bene e io ci siam seduti solennemente a tavola, e abbiamo dato il via alla danza delle forchette. E vi assicuro che di rado un pranzo domenicale mi ha dato altrettanta soddisfazione.
Cimentatevi anche voi. La riuscita è sicura: garantisce Dottor P :)

domenica 6 giugno 2010

Guappi di cartone, mostri di plastica: Beowulf al cinema

Lo so: sono stata assente per parecchio. Giustificata, va detto. Sono indietrissimo con cose di cucina. Ho in archivio almeno una sessantina di ricette da postare. E mi arrivano rampogne da per ogni dove. Soprattutto da Tania, che proprio l'altroieri mi ha benevolmente cazziato su quel social network tanto famoso quanto barboso per la mia latitanza qui sopra.
E allora, mi chiederete forse, perché anziché postare una bella ricetta ti dedichi a quella che fin dal titolo si preannuncia come una stroncatura di quelle co' tutto 'o sentimento?
Semplice: lo devo a Tania. Tania si diverte come una matta agli scherzucci da dozzina con cui la sottoscritta riduce a macinato il film o la serie di turno. Per cui, cara Tania, eccomi qui: e propongo a te e ai benigni lettori un rant con tutti i crismi della legalità sul fatto che, mannaggia alla miseria, sono arcistufa di vedere massacrati sul grande schermo i classici della letteratura.

Chi ha l'abitudine di andare al cinema si sarà accorto che da lunga pezza gli studios sono, per dirla con un eufemismo, un po' a corto di idee. Mi si dirà che son ben scema a sperare qualcosa di nuovo dagli sfornatori di blockbuster a stelle e strisce, e che farei bene a rivolgermi altrove: ma capita una volta ogni tanto che uno gradisca, anziché il capolavoro iraniano di turno o quel classico del cinema americano anni Settanta, uno di quei bei filmoni stracolmi di effetti speciali da guardare mentre si dà fondo alla vaschetta del gelato. Alcuni, va detto, sono ottimi: The dark knight l'ho trovato splendido quanto il suo cast, e mi sono assai divertita con i primi due X-men. Guardacaso, si tratta di due film tratti da fumetti. E i fumetti, in genere, si prestano piuttosto bene a una trasposizione cinematografica, purché uno sappia il suo mestiere e l'argomento: non a caso, negli ultimi anni ne sono usciti a palate. Il problema è quando i produttori, giacché pure le decine di personaggi gentilmente forniti da Marvel e DC Comics si stan pian piano esaurendo, decidono che è il caso di andare a ravanare altrove.
I più pavidi fanno mesti remake di serie televisive o film usciti lunga pezza fa, con risultati sempre disastrosi.
Poi ci sono quelli che prima di vendersi alla satanica mecca losangelina han fatto un paio di esami di letteratura al college e se ne escono con idee meravigliose cui non ha pensato nessuno.

Una di queste idee meravigliose cui non aveva pensato nessuno è stata quella di fare un film sul Beowulf.

E che roba è, mi chiederà più d'uno.
E' roba che se non siete studenti di anglistica potete tranquillamente ignorare. Se poi nonostante ciò volete farvi del male, sappiate che è il primo epos nato in terra britannica, composto nel sesto secolo o giù di lì e messo su carta intorno all'anno Mille. Se poi volete farvi ancora più male potete leggerlo, e magari scoprire che è un testo ricchissimo di motivi di interesse.

La storia è così classica che di più non si può: un eroe sconfigge in successione due temibili avversari, diviene re, poi ne sconfigge un terzo e assurge alla gloria suprema. In teoria, ideale per chi cerca materiale per un cosiddetto high concept movie, di quelli cioè la cui trama si può agevolmente riassumere su un post it.
In pratica, visto che come diceva il principe è la somma che fa il totale, e nel Beowulf oltre alla trama spicciola ci sono un po' di altre cosette, no.
Ma andiamo con ordine.

Beowulf è un testo densissimo. Ci sono una marea di elementi fondamentali per capirne il contesto, che è parecchio specifico. Tratta di un eroe il cui nome vuoi dire "orso" - beo-wulf, lupo delle api o nemico delle api -, e vi risparmio tutti i significati che ciò può assumere, nonché il valore di questo nome come kenning (che cos'è una kenning? Non ve lo dico: scoperchierei un barattolo di vermi. Ma sappiate che sull'elemento formulare nella poesia germanica sono state scritte pagine a milioni). La psicologia di Beowulf è, cosa tutt'altro che strana per la produzione letteraria dell'epoca, un filino scarsa: è un guerriero, e prima di ogni altra cosa desidera la fama. Il che è giusto, in quanto ai tempi era il non plus ultra il fatto che il proprio nome venisse tramandato alle future generazioni. Fama e gloria si acquisiscono ovviamente sul campo, mica facendo la calzetta: per cui l'eroe eponimo tanto per cominciare fa secco un essere di nome Grendel (pure qui vai di metafora: il nome vuol dire "lo stritolatore" o "colui che digrigna i denti") il quale sta facendo strage dei guerrieri di re Hrothgar.

I più curiosi si chiederanno: ma Grendel chi è, e perché fa quello che fa?
Cominciamo dalla seconda: Grendel è inferocito nero perché re Hrothgar ha fatto costruire una hall, ovvero un luogo di ritrovo, per sé e i suoi. Lì bevono e cantano e fanno chiasso, cosa che lo infastidisce mortalmente. Tutto lì? Tutto lì. Ed è tantissimo. In primis, Grendel è l'antitesi perfetta di ciò che è un guerriero: è uno che non ha patronimico, si muove da solo (non ha un comitatus ovvero, per così dire, un gruppo di riferimento), non ha armi, mentre in genere un guerriero che si rispetti l'arma ce l'ha e ha pure un nome lungo un chilometro. Avrebbe pure il marchio di Caino a renderlo ancora di più un outcast, ed è dimostrazione di come la successiva tradizione cristiana si sia innestata bellamente su quella germanica. E il riso e il canto, probabilmente, lo infastidiscono per un ulteriore motivo: ride e canta chi è vivo. Grendel è altro non solo perché è tutto ciò che un guerriero non è (ovvero, non ha nessun ruolo nella società), ma perché è legato al mondo della morte: non a caso, divora gli uomini.

Ma che essere mostruoso, si dirà.
Nella valenza sì, sicuramente. Nell'aspetto, vai a sapere. L'unica cosa sicura del testo è che deve essere piuttosto grande, visto che ci vogliono quattro uomini per portare la sua testa. Ma qualunque dettaglio mostruoso sul suo aspetto è frutto, guarda un po', di traduzioni sbagliate. In tempi neanche troppo recenti fior di studiosi si son scagliati contro traduttori disinvolti che, tanto per premere sul pedale del gore, rendevano ad esempio "mani" con "artigli" o "avversario" con "mostro".
Lo stesso vale per sua madre. La quale manco è così alta come il figliolo. E le varie formule che la definiscono sono "signora (donna) del lago" (è infatti una creatura acquatica) o "donna guerriera". E' proprio quest'ultimo aspetto, per inciso, a renderla un mostro - nel senso classico - agli occhi della società germanica: la donna deve stare a casa, porgere la coppa all'uomo ed essere tessitrice di pace, ovvero fungere in quanto potenziale sposa da elemento per dirimere senza sangue le controversie fra i clan. Fosse mai che si azzardi a combattere. Vorrà mica far l'uomo? Orrore.

Assai interessante pure il modo in cui Beowulf li fa secchi. Visto che è in cerca di fama, e che Grendel combatte senza armi, ci sarebbe ben poca gloria a lottare contro di lui con la spada: pertanto si spoglia ignudo e ignudo lo sconfigge, strappandogli un braccio con conseguente morte dell'avversario per dissanguamento. Ovviamente gli si fa gran festa, la quale viene rovinata dal fatto che l'acquatica mammina decide di recuperare il braccio del figliolo e ammazza uno dei guerrieri del re. Beowulf decide di lottare ignudo anche qui? Macché: sai che gloria uccidere una donna. Va armato di tutto punto onde risolvere la faccenda nel più breve tempo possibile e liberarsi di quella rompiballe che gli ha interrotto la festa sul più bello. Poi ci mette un pochino visto che la signora è un po' difficile da ammazzare e un sospetto consigliere del re gli ha dato un'arma che non serve a niente, ma questi son dettagli.

Con quanto sopra ho scalfito appena la superficie del pozzo senza fondo che è il Beowulf, e ci è voluto un papiro. Avrete notato che è tutta roba magari assai interessante, ma che dal punto di vista dello spettacolo ci si fa la birra. In compenso, la trama vabè che è il sogno del produttore di high concept movies, ma magari è un po' scarniccia. L'eroe, come dire, manca un pochino di profondità. E le motivazioni, sia dell'eroe che del suo oppositore, non paiono molto polpose.

Per cui che fa il produttore hollywoodiano?
Un casino.
E come se non bastasse si fa pure battere sul tempo.
Un film hollywoodiano sul Beowulf era infatti in programma da diversi anni, ma si sa che lì le cose vanno per le lunghe. Sicché tal Sturla Gunnarsson, che nonostante il nome è canadese, ha ben pensato di fare il suo. Ha messo insieme un buon cast, e per girare Beowulf e Grendel nell'anno di grazia 2004 ha fatto rotta per l'Islanda. Sì, l'Islanda. Ci teneva all'autenticità dell'atmosfera.
Gunnarsson ci tiene a tal punto, all'autenticità dell'atmosfera, da usare addirittura una nave di epoca vichinga (che toccava svuotare con la pompa onde non andare a fondo visto che faceva acqua da tutte le parti, sgradevole anche a Fregene, ma un po' peggio se si è in un posto dove la temperatura va sotto zero). Ha fatto realizzare costruzioni in tutto rispondenti a quelle dell'epoca, ed è un piacere vedere una rozza hall fatta di tronchi e non di pietra. Abiti e acconciature hanno la loro rispondenza. Guardando il film si rabbrividisce insieme ai personaggi martellati dal gelo (le riprese, per una serie di sfortunate circostanze, si sono infatti svolte in autunno inoltrato). I paesaggi tolgono il fiato, e così la fotografia.
L'autenticità va però a farsi benedire causa la trama.

In primis, Beowulf è un uomo tanto, tanto sensibile. Si aggira con sguardo profondo e melanconico per verdi colline e acque ghiacciate, tentando di capire perché Grendel si comporti sì malamente. Scoprirà solo verso la fine ciò che lo spettatore sa dall'inizio, ovvero che il poveretto si vuol vendicare del malvagio re e dei suoi scherani che gli hanno ammazzato il padre. Nel film si dice che è un troll, cosa da far piangere a calde lacrime anche chi non sia un anglista. In compenso in nome del realismo è solo un uomo un po' più grosso del normale (però barbuto fin dal piccolo) che Beowulf riesce a sconfiggere, vestito e munito di armi, per il rotto della cuffia. In tutto ciò ci si mette anche la strega del villaggio, tale Selma, la quale è ovviamente rossa di capelli e predice il futuro. Il climax arriva quando Beowulf sconfigge la mamma di Grendel: scopre che Grendel ha un figlio. Ebbene sì, un figlio. La madre, ça va sans dire, è la strega Selma, e lo spettatore lo capisce ben prima di Beowulf (che sarà tanto sensibile ma è evidentemente un po' scemo, e l'espressione immobile che gli conferisce Gerard Butler non aiuta) dai capelli color carota. Beowulf fa in modo che entrambi si salvino dalla furia dei guerrieri di Hrothgar e riprende il mare, non senza aver prima eretto una bella tomba a tumulo per il povero Grendel sotto l'occhio umido del di lui creaturo.
Se la trama fa pena, il dialogo è semplicemente risibile. Per motivi non chiari, le parolacce sono elementi chiave della sintassi: cavi il fuck e la frase non scorre. Immaginatevi i coattoni del New Jersey trapiantati in Scandinavia e con barbe e capelli fluenti al posto dei chili di gel e potete avere un'idea dell'effetto. Il regista avrà probabilmente pensato che la coprolalia in quel mondo di rozzi guerrieri contribuisse all'autenticità. Anche in questo caso, si sbagliava.

Il risultato è poco meno che un disastro, o un'occasione molto, molto persa se si vuol essere gentili. L'idea di fare di Grendel un incompreso farebbe cappottare dal ridere i germanici del quinto secolo come quelli dell'anno Mille a qualsivoglia gruppo appartenessero, e se si voleva fare un apologo sulla difficoltà di essere diversi e per questo sacrificabili (un tema che viene più volte adombrato: Grendel è abbigliato come quei poveracci che nell'antica società scandinava venivano uccisi quali capri espiatori, Selma è vittima degli stupri di coloro che l'hanno cacciata dal villaggio, e Grendel è il solo che non la violenta) non si comprende perché fosse necessario andare a scomodare un classico letterario che con tutto ciò non ha un bel niente a che fare.

Per carità: poteva essere peggio.
Poteva essere il Beowulf firmato nel 2007 da Robert Zemeckis.
Che fa pena. Senza appello. E quel poco dell'originale che c'è, lo rende ancora più ridicolo.

La storia, sempre quella è. Qui però Beowulf somiglia molto a quello letterario. Profondità psicologica prossima allo zero. Perfettamente espressa da una faccia immobile. La quale è immobile perché Zemeckis ha ben pensato di realizzare il film in motion capture. E per fare un film in motion capture, coinvolge attori come John Malkovich, Crispin Glover e Robin Wright (ci sarebbe anche Anthony Hopkins, ma ha smesso di recitare trent'anni fa per cui non lo considero) appiattendone completamente movenze, sfumature e quant'altro. Una pensata geniale. Ed è solo la prima.

La seconda è quella di tramutare il Beowulf in una storiaccia fantasy che pare partorita dal più tonto degli aficionados sedicenni in una serata in cui era particolarmente gonfio di birra.

E cosa non può mancare in una storiaccia fantasy come dio comanda.
Ma è ovvio, il mostro. Anzi, mettiamocene più d'uno, ché tanto il testo originale si presta così bene. Voilà!
Dubito assai che riconoscereste l'attore sotto tutti codesti dentoni e artigli. Per inciso, è Crispin Glover, e il fatto che Zemeckis lo impieghi per dar corpo a ciò che pare una mummia abortita in CGI va al di là della comprensione. I cultori del folklore britannico apprezzeranno il fatto che sia privo di pelle e abbia un testone gigante e zannuto come lo spaventoso Nuckelavee, uno dei mostri più orrendi mai partoriti dalla fantasia locale. Il quale ovviamente con il Beowulf non ci azzecca niente. E se il suo aspetto è risibile, altrettanto lo è la motivazione del suo attacco ai guerrieri: il rumore di canti e risate gli dà fastidio in quanto ha un timpano esterno, che gli rende sofferenza qualunque suono. Ovviamente quello è il punto debole grazie al quale Beowulf lo sconfigge: e lo fa lottando ignudo come testo comanda. Con vari oggetti che si frappongono fra le sue parti intime e lo spettatore, ovviamente. E' pur sempre Hollywood, e se viene adattato il testo alle esigenze, figurati se non lo vengono le inquadrature.

Fatto a pezzi il povero Grendel, che torna da mammà frignando e parlando in inglese antico mentre agonizza, Beowulf affronta la di lui genitrice. Che non è per niente mostruosa: ha infatti le sembianze di Angelina Jolie. La quale è ignuda, ma convenientemente coperta di vernice d'oro, così la famiglia non si scandolezza. In compenso ha i tacchi a spillo, che sono il non plus ultra se devi aggirarti in un antro umido, ed erano di gran moda nella società germanica altomedioevale. Non mi credete? Ammirate, prego.
Uno che si trova di fronte Angelina Jolie può ragionevolmente dirle di no? Sarebbe follia. E infatti l'eroe le casca ai piedi come un baccalà. La cosa farebbe scuotere la testa a qualunque sassone antico, ma è ben funzionale per metterci qualche bella palettata di psicologia spicciola freudiana che nel blockbuster americano che si rispetti non può mancare: Beowulf, che millanta di aver ammazzato la maliarda, scoprirà che Grendel era il bel frutto della succitata maliarda e di re Hrothgart. Quali funeste conseguenze avrà il suo accoppiamento con la bellona tacco dodici?
Ma è ovvio, il mostro di fine livello.
Ovvero il drago. Che nell'originale è un worm, ovvero un enorme serpente, e qui diventa il classico dragone alato e sputafuoco come nel peggior fantasy. Vi risparmio la valenza che aveva il drago nel Beowulf originale: è in sintesi un simbolo di tutto ciò che può essere un pessimo re. Sai che noia. Vuoi mettere renderlo un simbolo della debolezza dell'eroe, il quale assai convenientemente non fa che ribadire a ogni piè sospinto che gli eroi non sono mai esistiti? Non dimentichiamolo, con il plus della caduta sessuale nelle braccia della maliarda mostruosa. Un Freddy Kruger in salsa letteraria. Cosa volere di più?

Ad esempio, che Beowulf si spicci a spacciare lo scaglioso figlioletto. La scena della lotta è infinita, fra fiammate, torri che crollano e tuffi nel profondo del mare. Beowulf pare il cugino scemo del capitano Achab, e se il corrusco comandante della baleniera ci rimetteva una gamba lui per ammazzare il drago deve sacrificare un braccio, quale giusta punizione, of course, per aver mutilato il povero Grendel. Alla fine, muoiono tutti e due. Beowulf, ovviamente, con infinita agonia in cui dice cose tanto tanto profonde. Il figlio, altrettanto ovviamente, riassumendo l'aspetto umano, che è quello del papà da giovine, però pelato e tutto tinto d'oro.

Nel finale, che mutua il funerale con assoluta banalità dal ciclo arturiano (a chi interessasse, il Beowulf originale veniva come d'usanza seppellito sotto un tumulo), vengono pure date le premesse per il necessario sequel. Ve le risparmio, come spero che ci venga risparmiato un Beowulf 2. Il primo ha già fatto tutti i danni che era possibile fare. Ma si sa che le vie dello schifo formato blockbuster sono infinite.

Voi mi direte: uh, e quante storie. Hanno semplicemente ripreso della fuffa vecchia di mille anni e l'hanno adattata per fare due film. Sai che problema.

Sì. E' un problema.

Perché prendere qualsivoglia materiale, che ha una specifica valenza ed è stato creato in un determinato contesto e per un determinato motivo, snaturandolo completamente per farci in un caso un filmetto abortito, nell'altro una cazzata pazzesca, è cosa che grida vendetta.

E' cosa che grida ancora più vendetta se, come nello specifico caso, si tratta di uno dei capisaldi della letteratura medioevale, non solo britannica.

Per immaginare che cosa significhi, provate a trasporre la cosa nel nostro ambito. Ve la immaginate, non so, una Divina commedia in cui Dante deve prendere a mazzate diavoli e mostri di turno per salvare Beatrice che è nelle grinfie di Lucifero giù nel fondo dell'inferno?

Cosa dite? Ci hanno fatto il videogame?

Vado a rileggermi la Vita Nova. E se sento dire che qualche producer vuole trarci un film o un videogioco, appetto a me Grendel parrà la vispa Teresa, e sarà il miglior reality blockbuster di tutti i tempi.

giovedì 6 maggio 2010

Troppa carne al fuoco

Chiedo perdono ai benevoli lettori se negli ultimi giorni ho latitato, e lo farò anche nei prossimi.
Sto strafogata di lavoro. Sto correndo appresso a pasticci vari ed esigenze dei miei. E non mi sono manco fatta mancare un viaggetto in ospedale per gentile concessione dell'amato bene, il quale ha ben pensato dopo mesi di lavoro matto e disperatissimo di crollare stile sacco di patate, con la differenza che i sacchi di patate non soffrono di dolori sospetti al petto e allo stomaco e non si prendono cazziatoni dai medici di pronto soccorso perché hanno la pressione vergognosamente alta, nonché un vagone di altre cose che richiedono un tir di analisi.
Insomma, diciamo che c'è un bel po' di carne al fuoco. E magari fosse un asado argentino.
Rifaccio capolino appena posso. Nel frattempo, se volete ditemi una preghierina, e soprattutto ditela per il mio compagno di casa e di vita. Ne ha bisogno.
Molti saluti,
Jessie

sabato 1 maggio 2010

Ignominiosa voluptas: the Rome series

Non so chi dei miei benevoli lettori ha fatto il liceo classico.
La sottoscritta sì. Veramente avevo scelto il linguistico, ma poi è successo che il fato, ammantato per l'occasione dei panni del mio babbino, ha deciso altrimenti.
Ricordo l'esperienza come una malattia. Ancora adesso mi capita a intervalli regolari di svegliarmi urlando "Nooooo!!! L'aoristo cappatico nooooo!!!"
Chi non sa cos'è un aoristo cappatico, sappia che è fortunato. E' una delle dimostrazioni che il greco classico non è una lingua, ma un maledetto calderone di dialetti che si somigliano fra loro quanto il cuneese e il tarantino, e in cui l'apax legomenon è pane quotidiano (non sapete manco cos'è un apax legomenon? Ribadisco, siete fortunati).

Non che avessi un rapporto migliore con il latino. Per i cinque anni prescritti mi sono guardata in cagnesco con quella lingua maledetta, la sua ripugnante sintassi e la sua abbondanza di falsi amici con l'italiano. Non parliamo poi della letteratura: se quella greca ha diverse cosucce interessanti, fatte salve due o tre eccezioni quella dei patres causa o abissale sconforto, o il desiderio di montare sulla macchina del tempo per suggerire al calvo adultero di compiere tutte le marce forzate che volesse ma di non scriverne in quel falsamente asciutto stile attico, dire a Tacito che avrebbe fatto meglio a onorare il suo nome anziché sfornare Annales come fossero pagnotte o fare a Cicerone il servizietto che gli riservò quella simpaticona della moglie di Marco Antonio, ma da vivo.
Sicché, una volta conseguito il diploma, ho allegramente fatto scivolare tutto ciò nel dimenticatoio, e le uniche toghe che non mi spingessero alla fuga erano quelle di Animal House.
Con siffatti presupposti, una serie dedicata all'antica Roma mi dovrebbe far mettere mano al gladio, o meglio ancora a una falcata iberica.
Invece è diventata un guilty pleasure dalla prima volta che, ormai cinque anni fa, mi è capitata sotto gli occhi.

Il concetto di guilty pleasure non è facilissimo da tradurre. Designa quelle cose che ci piacciono, e che ci fanno provare vergogna per il fatto che ci piacciono. Non perché siano peccaminose beninteso: perché non dovrebbero interessare persone elevate quali noi siamo. Gli esempi sono infiniti, dalla intellettuale di sinistra che sfoglia Chi dal parrucchiere al cultore del cinema impegnato che con fare da carbonaro sbircia il Grande fratello.
Io non vado dal parrucchiere, e il mio televisore ha smesso di fungere nel Pleistocene. Per cui il mio guilty pleasure, o se volete ignominiosa voluptas, è diventata Rome.
Per chi non lo sapesse, Rome è una serie in due stagioni prodotta da un improbabile trittico composto da HBO, BBC e Rai. Ha debuttato sugli schermi americani nel 2005 e si è distinta per diverse cose, non da ultimo il fatto di essere costata una barca di quattrini. Ed è un piacevolissimo exemplum di tutti i pregi e tutti i difetti che sogliono avere le coproduzioni affette da gigantismo.

Un par di scelte sono da applauso, per quanto scontate. In primis, aver deciso di incentrare la narrazione su quello che è forse il periodo più interessante, se non il più noto, dell'Urbe antica: ovvero, per dirla in buona lingua, il grandissimo casino che vide la Repubblica tirare le cuoia. I personaggi coinvolti li conoscono anche i sassi: il già citato calvo adultero Cesare, il suo degno compare Marco Antonio, un verminaio di senatori simpatici quanto un raffreddore (dall'odioso arpinate a quel Catone paladino del mos maiorum ma noto per prestare denaro a usura e, all'occorrenza, pure la moglie), un discreto numero di nobildonne intriganti che chiunque mastichi appena un po' la storia del periodo ha perlomeno sentito nominare. Basta sfogliare una cronaca dell'epoca e si ha materiale a iosa per tenere lo spettatore incollato allo schermo: saccagnate reciproche fra legioni e mute di barbari, congiure assortite, voltafaccia e colpi di scena a pioggia. La gioia di qualunque sceneggiatore, che non deve temere momenti di stanca: un pettegolezzo di Svetonio, un'allusione di Cassio Dione, una soffiatina di Plutarco e la ricetta è bell'e pronta.

Ulteriore scelta scontata ma geniale, mettere la classica strana coppia a far da filo conduttore della narrazione: nella fattispecie Lucius Vorenus, un soldato della XIII legione flessibile quanto un baccalà e afflitto da un fervente credo stoico, e il suo commilitone Titus Pullo, che è ça va sans dire il suo esatto contrario nel fisico e nel carattere. Con queste premesse le occasioni per scontri gustosi sono lì a ogni piè sospinto, e gli autori non se ne fanno scappare una. Tocco di classe, i due saranno strana coppia, ma hanno nel pedigree una ricca citazione nel De bello gallico: fiction sì, ma con i quarti di nobiltà. E pazienza se la stessa idea l'aveva avuta Turtledove in La legione perduta: i patres sono sempre patres, che siano scrittori di ucronie o gente che alle Idi di marzo avrebbe fatto bene a starsene a casa.

Con buona pace del mos maiorum, anche le donne si danno da fare. E visto che le matrone coinvolte nella storia hanno biografie ufficiali da sbadiglio (spose virtuose, esempi di pietas, madri esemplari e via ronfando, se si esclude l'abitudine a trescare con l'alta politica), gli sceneggiatori pensano bene di appozzare da quelle di signore assai poco matronali. Atia della gens Julia, nipote di Cesare e affettuosa mammina di Ottaviano, è una stampa e una figura con Clodia Pulchra, quella che è passata alla storia come musa di Catullo - il quale, ahimè, è assente dalla fiction in quanto già defunto quando la vicenda inizia, ma si allude a lui e alla sua poesia in più di un momento - e come campionessa di salto in letto. Servilia, amante del pelato conquistatore delle Gallie, mostra una ferocia sì corrusca e vendicativa che appetto a lei la già citata consorte di Marco Antonio, cui deve più di qualche turba, pare una dama di San Vincenzo. Va da sé che essendo in campi avversi se ne combinano di tutti i colori: e giacché fra i produttori c'è John Milius, regista noto per la sua passione per l'antica Roma quanto per la delicatezza da camionista, i loro scontri abbinano in eguale misura verosimiglianza storica e modalità degne di uno spettacolo del grand guignol. O di una telenovela.

Visto che la serie è coprodotta dallo stesso network che ci ha gentilmente donato The Sopranos, è ovvio e sottinteso che a grand guignol non ci facciamo mancare niente e a telenovela men che meno. Altrettanto ovvio che, trattandosi di una fiction destinata in primis a un canale americano, vi sia sesso a palettate. A intervalli di un quarto d'ora fa mostra di sé una coppia, o più d'una, che indulge con ampia messe di grugniti da parte di lui e di strilletti in sovracuto da parte di lei nelle più diverse declinazioni dell'ars amandi. Ora non è che gli antichi romani fossero noti per la loro pudicizia (il già citato mos maiorum all'epoca, anzi ben prima, era oramai un fossile vivente), però lo spettatore europeo alla terza copula sbadiglia a mo' di ippopotamo e coglie l'occasione per andarsi a fare una passeggiatina verso il frigo in attesa che la trama ricominci a scorrere.

Sempre per via della repressione sessuale anglosassone ci si becca, con la gentile collaborazione del clan dei Julii, anche un discreto repertorio di quelle cosette che fanno sentire molto naughty gli spettatori d'oltreoceano: la tenera Ottavia pensa di bene di darsi del tu sotto le lenzuola sia con Servilia che con il fratellino Ottaviano (va da sé che qui le scene di sesso sono a malapena suggerite: naughty sì, ma con giudizio), mentre il futuro pater patriae durante una sessione con la moglie Livia si fa prendere a sberloni in faccia e indulge nelle delizie dell'asfissia erotica. Simpatico com'è l'Ottaviano della serie, si rimpiange che la consorte non usi allo scopo un tirapugni o non porti l'asfissia al degno finale: in compenso ciò che si vede, stavolta con ricchezza di dettagli perché trattasi di rapporto eterosessuale fra agenti non consanguinei, è bastevole a far arrossire il teledipendente americano medio, e a suscitare l'ilarità di tutti gli altri.
Quanto all'omosessualità maschile, nonostante fosse lietamente praticata nella storia reale da almeno uno dei protagonisti (un altro celebre pelato, che aveva appioppato a Cesare la tessera di prefascista numero uno, si guardava bene dal ricordare alle italiche masse che il condottiero era noto come "il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti"), in Rome pare guardacaso non interessare nessuno dei personaggi principali: semmai la pratica il servo di turno, e ovviamente con le telecamere posizionate in modo che non si veda un bel nulla dell'atto in sé.

Se però di amor fra uomini nulla si vede esplicitamente, di sottointeso ve ne è a profusione: in uno scenario di adulteri, intrighi e scambismi vari, la vera love story della serie è quella che per tutte le puntate si dipana fra Vorenus e Pullo. Bisticciano come due fidanzati, hanno crisi di gelosia in piena regola, son sempre lì l'uno per l'altro a costo di rimetterci la rude pellaccia da milites. Le loro mogli e compagne di volta in volta li cornificano, si suicidano, muoiono avvelenate per mano dell'amante ambiziosa, nell'ipotesi migliore fanno la lagna perché i due le trascurano causa la missione di turno. Vorenus e Pullo, loro, non si lasciano mai: e fra sguardi silenti e virili abbracci, chi guarda si chiede perché le soste davanti all'ennesimo fuoco da campo non diano adito a una notte di passione. Che ovviamente non arriva mai, e semmai si compie per interposta persona: quando Pullo ha un incontro ravvicinato con Cleopatra e ritorna alla tenda con una faccia da schiaffi, Vorenus lo accoglie rivolgendogli la schiena e azzittendolo con un ruggito. Nelle intenzioni la causa della mutria è la fortuna sfacciata del commilitone, allo spettatore pare piuttosto che Vorenus rimpianga che il compagno anziché scegliere lui abbia optato per quella egizia tutt'ossa. Tu chiamale, se vuoi, repressioni.

Se lo sviluppo narrativo è roba da baraccone, a rendere il tutto piacevolissimo sono i veri punti di forza di Rome: un cast favoloso, l'attenzione per le ambientazioni e i dettagli, e non da ultimo un perfido umorismo britannico. Strana coppia a parte, interpretata magistralmente da Kevin McKidd (che i più ricorderanno come il drogato sfigato di Trainspotting) e da un Ray Stevenson che rende il suo Pullo un miles romanus nel senso più corposo dell'espressione, tutti gli altri spiccano sia per somiglianza con i personaggi storici che per la capacità di renderli vivi e reali. Cesare è un affascinante e viscido carrierista, non privo di sussulti etici, capace di unire tenerezza e crudeltà. Marco Antonio è perfettamente reso nella sua sfacciataggine, idiozia e ferocia animale, con il plus di un cinismo ironico che lo rende persino simpatico. Cicerone è un misto di furbizia da homo novus e vigliaccheria congenita, ma non privo di dignità. A Lyndsey Marshal basta uno sguardo per mostrare come una ragazzina piatta come un asse da stiro e dal naso tutt'altro che greco abbia sedotto due fra i potenti più famosi del mondo antico. E la lista potrebbe continuare all'infinito. Tutti o quasi, dai personaggi principali alle comparse, sono stati scelti con amorevole cura, e tutti o quasi sono da applauso.

Altrettanto da applauso chi ha curato scenografia, arredamento e costumi. Il mio amato bene, che a differenza della sottoscritta è un cultore di storia romana, è andato in visibilio di fronte ai "muli di Mario", ovvero i legionari che in marcia portano appeso tutto il loro bagaglio su due bastoni a spalla e ben diversi dai soliti soldati che nei peplum sogliono andare a passeggio facendo unò-duè con il solo peso dell'elmo. La riproduzione delle insulae con le loro malsane case in legno e i cortili invasi di galline danno una giusta spallata alla consueta iconografia dell'Urbs tutta marmi. I muri delle abitazioni traboccano di graffiti in perfetto latino da strada, accuratissima riproduzione di quelli reperiti negli scavi pompeiani. Il lavoro delle maestranze e la computer graphics restituiscono il pigro Tevere ancora privo di argini e la magnificenza di palazzi e templi dai colori vivacissimi. E se quando Ottavia si spoglia mostra un tristissimo monokini uscito dal peggior catalogo Yamamai, pettinature e indumenti sono in genere riscontrabili negli innumerevoli esempi di arte statuaria dell'epoca. Fin dai titoli di testa, con il memento mori della Casa degli Architetti pompeiana a dare il benvenuto, si entra nella morente Repubblica che sta diventando Impero. Ed è una vera goduria.

Mai quanto lo è però l'ironia tagliente di certi dialoghi, cui l'accento britannico del cast dona una sfumatura da black comedy davvero deliziosa. Gli esempi sono virtualmente infiniti: uno dei miei prediletti è quello che si svolge fra Bruto e Cassio in occasione della battaglia di Filippi, quella che per la cronaca segna il trionfo della trimurti composta da Ottaviano, Marco Antonio e dal terzo incomodo Lepido. Di fronte a una parata di legioni pronte a farli a pezzettini, i due scambiano con faccia imperturbabile battute adatte più a una conversazione in salotto che a un procinto di massacro: "Uh, mi pare che sia il tuo compleanno. Tanti auguri. Però non ti ho fatto la torta." "Rimedi l'anno prossimo con una gigante. Niente cannella però. Mi fa starnutire." Il meglio arriva al momento della sconfitta, con Cassio che torna al quartier generale in barella e coperto di sangue, lilì per esalare gli ultimi. A Bruto che gli chiede che cosa stia accadendo sul campo, risponde: "A essere onesto, non ne sono sicuro. Bel compleanno, eh."
La capacità di unire dramma e ironia ha forse il suo culmine nel momento che mi ha fatto decidere all'epoca che Rome avrebbe avuto un posto d'onore nella mia collezione di serie: il salvataggio di Cleopatra da parte di Pullo. Il rude legionario irrompe nella tenda della regina che sta per essere sgozzata e comincia a darsi botte da orbi con il sicario sotto lo sguardo stupefatto di Cleopatra e della sua nutrice. Solo mentre sta infierendo sul cadavere si accorge che le due lo stanno guardando in assoluto silenzio: resta interdetto un secondo, e poi se ne esce con un candido "Salve, signore". E' uno di quei momenti che chi scrive sceneggiature dovrebbe vedere e rivedere: soprattutto chi lavora per Raiset, dove l'umorismo è questo sconosciuto mentre, mai quanto nei polpettoni che ci vengono propinati, sarebbe un much needed refreshment. Ma del resto, quando mai il dinosauro di Viale Mazzini o il mammatrone del Cavaliere possono sognare di produrre serie del genere.

In effetti Mamma Rai ci ha pensato, a produrre serie del genere: e nel triumvirato produttivo di Rome, ovviamente, fa la parte di Lepido. Come abbia deciso di farsi coinvolgere nell'avventura me lo spiego solo con l'ignoranza dei dirigenti, ai quali sarà preso un colpo quando si son resi conto che mai ci sarebbe stata chance di proporre la fiction in prima serata (si potrebbe anche malignamente pensare che i suddetti dirigenti fossero ben consci di ciò e siano saliti in barca per personale guadagno, visto che la serie stessa si è fermata a due stagioni sulle cinque programmate per lo spaventoso e imprevisto lievitare dei costi: ma ciò è indubbiamente una cattiveria da parte mia). Per ovviare al problema, si è ben pensato di censurare sia le scene ritenute troppo oscene o violente, e per gradire pure i dialoghi.
Vi lascio immaginare il risultato visto che sesso, violenza e scurrilità a manetta sono spesso parte integrante nel definire i personaggi. Un Pullo che non si lamentasse del fatto che il deserto "è più caldo dell'uccello di Vulcano" non sarebbe Pullo. I "porca Giunone" sibilati da Cesare quando il rivale di turno ne combina una delle sue non sono un optional. Men che meno lo è il fatto che Atia, nella sua ansia di scalata al potere, si dia biblicamente del tu con la Roma che conta, e anche con quella che non conta. La pruderie italica raggiunge il top nella scena in cui Marco Antonio offre a Vorenus un posto da praefectus, in modo da legarlo a sé: nella versione originale il triumviro è completamente nudo, e ciò è funzionale. E' il segnale che Vorenus è niente, uno zero, e che Marco Antonio non necessita di presentarsi in abiti che gli conferiscano un ruolo: è una potenza a prescindere, e lo dimostra proprio il fatto che si stia facendo tranquillamente il bagno di fronte a quel nulla che, volente o nolente, finirà prima o poi sul suo libro paga. Nella versio expurgata, il triumviro viene ovviamente mostrato solo dalla cintola in su. Viene privato dei suoi attributi. E così la serie.
Sicché, come è successo in fin troppe occasioni, un prodotto che è stato un enorme successo altrove, da noi lo hanno visto in numero equivalente agli iscritti del Partito monarchico.
Mi è stato riferito che, con il coraggio che contraddistingue l'emittente di Stato, la versione non censurata di Rome è stata riproposta qualche mese fa in versione integrale su un canale della tivù digitale. Lieta di non averla vista. Il massacro compiuto nell'adattamento e doppiaggio della versione censurata era agonia sufficiente, e nulla mi fa credere che la nuova versione sia in qualche modo migliorata, viste le meraviglie che la tradizione di doppiaggio più famosa del mondo ci propina.

Pertanto vi do il solito consiglio: se non avete visto Rome, o se l'avete vista all'epoca sui canali Rai e vi ha comprensibilmente fatto schifo, fate in modo di procurarvela in originale. Non fatevi spaventare dal fatto che l'inglese non sia la vostra lingua madre: i sottotitoli sono stati inventati per quello. Magari vi ci vorrà più di una visione per fare rodaggio. Avrete così più di un'occasione per apprezzare i dettagli piccoli e grandi e i momenti che rendono questa serie, nonostante i suoi innumerevoli difetti, un classico: il funesto conservatorismo di Vorenus nel suo atteggiarsi a pater familias di antico stampo con potestà di vita e morte su moglie e figli, la gelida ferocia di Pullo che butta il cadavere dell'amante in una pozza d'acqua anziché seppellirla in modo che la sua anima sia condannata a vagare per l'eternità, la figlia di Vorenus che per annullare un augurio fa di nascosto il gesto delle corna (dai Romani non abbiamo ereditato solo un po' di sassi, signori), la stoica consapevolezza di Marco Vipsanio Agrippa che accetta l'impossibilità di sposare Ottavia in quanto pur generale è nipote di schiavo, l'infiltrarsi dei culti di salvazione individuale che dopo qualche secolo avrebbero cambiato la faccia dell'Impero decretando la sua fine, e così via.
Puntata dopo puntata, scoprirete probabilmente che Rome è diventata una ignominiosa voluptas anche per voi.
Bona visio.
Paperblog