lunedì 18 ottobre 2010

Jessie goes on holiday, part 2: Parigi, oh cara

"Fu allora che vidi il Pendolo".

Alzi la mano chi non ha riconosciuto questo incipit.
Se non l'ha riconosciuto, mi duole per lei o lui.
Quanto a me, il Pendolo, nello specifico quello di Foucault, è una delle cose che avrei sempre voluto vedere.

Nel corso del mio precedente soggiorno parigino ci ho dovuto rinunciare. Primo, perché volevo vedere il Louvre, e solo per la pittura mi ci son volute due visite. Secondo, perché volevo vedere il Museo del Medioevo, e pure per quello mi ci volle una giornata. Terzo, perché alla mia proposta di andare al Museo delle Arti e Mestieri il mio accompagnatore mi incenerì con un'occhiata e mi trascinò al Centre Pompidou a vedere un'istallazione di artista finita nel dimenticatoio che sembrava in tutto e per tutto la vetrina di un negozio di biancheria fetish. E a quel punto la vacanza era finita. Per inciso mi vendicai rifiutandomi di accompagnarlo in locale allora celeberrimo, e alla sua osservazione "il mio amico Lolo dice che se non vai in questo posto non sei nessuno" ribattei che a me di essere qualcuno non interessava affatto, il che concluse la citata vacanza in termini scarsamente amichevoli. Ma come osservano i transalpini, c'est la vie.

Pertanto mi sono ripromessa che in un successivo soggiorno anche io, come il protagonista di quel tale romanzo, avrei visto il Pendolo.
Per mia fortuna ci son riuscita, ed è stata una delle cose che ha fatto virare in positivo una vacanza iniziata assai male.
Ma procediamo con ordine, e non senza qualche segnalazione che spero sia utile per coloro che prossimamente vogliano visitare Parigi. Magari non troppo prossimamente, visto che al momento attuale nell'Esagono vi è un casino che a paragone lo sciopero della metro londinese in cui siamo incappati sembra un picchetto delle dame di San Vincenzo versus la curva nord dell'Olimpico il giorno del derby. Ma questo tra parentesi.

1. Primo, ovvio consiglio: fatevi la Paris Visite, disponibile nelle versioni da uno, due, tre o cinque giorni consecutivi. Vi permetterà di prendere la metro tutte le volte che volete e sarà una mano santa per visitare l'Ile de France in comodità, incluse Versailles e pure Disneyland Paris. La potete acquistare direttamente in loco, oppure online: ulteriori informazioni le trovate qui.

2. Siete già stati al Louvre?
Tornateci.
No, non me ne importa niente che la volta scorsa siete pure riusciti a vedere la Gioconda alzandovi sulle punte dei piedi per superare la torma di nipponici che facevano un muro spesso dieci metri. Ci tornate e basta, perché ogni volta vi saprà sorprendere.
Pertanto prendete il comodissimo metrò e scendete all'apposita fermata. Percorrete con pazienza i corridoi fino ad arrivare alla scala mobile che vi porterà dai pressi. E prima di imboccarla, buttate uno sguardo sulla destra: troverete una tabaccheria/cartoleria che vende biglietti per tutti i principali musei di Parigi. Il biglietto acquistatelo lì, e vi risparmierete le file chilometriche che in qualunque giorno e in qualunque orario si snodano davanti alle biglietterie, quelle automatiche incluse. E quando vi si parerà dinanzi la colata lavica di visitatori vocianti che stanno lì in impaziente attesa sarete grati del consiglio.

Se potete, scegliete come giorno della visita il mercoledì: il Louvre chiude alle dieci di sera, e avrete modo di visitarvelo con tutto comodo. Cosa che abbiamo fatto l'amato bene e io, badando di dirigerci prima nella sezione delle antichità (in tal modo si evita l'esercito che come prima cosa invade la sezione pittorica) e rimanendo basiti di fronte alle megaporte che adornavano i palazzi persiani come di fronte alla versione egizia dei quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due.
Quando poi vi dirigerete nel settore quadri &dipinti, fatemi la cortesia di evitare la Gioconda (tanto non c'è verso di vederla come si deve) e di prestare attenzione a tutto il resto: non fate come il visitatore medio che timbra il cartellino e passa oltre. Fra Van Eyck, Memling, Bosch, Antonello da Messina, Correggio, Murillo e El Greco avrete modo di rifarvi gli occhi, e visto che il truppone sta ammassato di fronte all'autoritratto leonardesco potrete ammirarli come si confà.

Se poi putacaso vi viene un certo languorino, dirigetevi al Cafè Richelieu che è nel museo stesso: per il portafogli sarà una discreta mazzata, ma a differenza dei caffè o ristoranti che sono nei musei italici, semmai vi sono, il cibo non è di plastica. L'amato bene e io ci siamo spazzolati rispettivamente una eccellente zuppa di verdura, debitamente servita con pane fresco e burro, e pollo con carote in salsa teriyaki cotto con assoluta maestria, spendendo meno di trenta euro.

3. Checché ne pensasse il mio bizzoso accompagnatore dell'epoca, il Musée des Arts et Métiers va visto, e non solo per il Pendolo. Ci son cose stupende, dal gabinetto di Lavoisier al meraviglioso Avion III di Clément Ader ai robot per l'esplorazione spaziale (e sto citando solo due o tre amenità) capaci di affascinare tutti, dai bambini agli ottantenni. Oltre alla collezione ci sono tanti bei pannelli interattivi che spiegano con gran chiarezza anche a chi di scienza non comprende un'acca perché tante invenzioni passate sono importanti e alla base di oggetti e servizi oggi d'uso comune. In più, fino al 7 novembre c'è una mostra temporanea capace di mandare in brodo di giuggiole anche il più riottoso: introdotta da una collezione - schermata dietro grate ché si sa, gli otaku sono un po' folli - di tutti i paraphernalia del settore, dal Commodore 64 fino alle console Sega d'antan, un'intera sala è dedicata alla storia del videogame.
Una parata di console, tutte originali, vi permetterà di divertirvi con tutti i videogiochi o giù di lì che hanno segnato gli ultimi tre decenni (io, che ho giocato per la prima volta a PacMan in occasione del trentennale, ho avuto per l'occasione l'emozione di darmi del tu con il leggendario Pong, con l'amato bene che mi ha stracciato dieci a zero), e mammatroni presi direttamente dalle sale giochi vi faranno tornare all'epoca in cui spendevate tutte le monetine della paghetta dandole in pasto ai succitati.

Dopo esservi consumati le manuzze con i joystick, visitate tutto il resto del museo (in alcune occasioni fanno anche dimostrazioni del magnifico teatrino degli automi: date un'occhiata al sito Internet che vi dirà in anticipo le date) e concludete il percorso come si deve nella fu chiesa di Saint Martin des Champs. Lì, come il protagonista del romanzo di Umberto Eco, vedrete il Pendolo nella collocazione voluta da Foucault, e se avete un accompagnatore paziente come il mio amato bene capirete anche perché grazie all'affascinante accrocco si può desumere che sì, la terra ruota. E se non avete un accompagnatore paziente, potrete scoprirlo qui.

4. Se poi dopo tanto camminare avete le pedagne che chiedono pietà e volete solo stendervi, è opportuno tornare in hotel. Io la scorsa volta ero stata ospite dell'amico bizzoso e ricco i cui genitori hanno vezzoso appartamento in pieno centro, e prima che mi facciate gli occhiacci sappiate che fu un soggiorno da incubo, in cui si camminava in punta di piedi per timore di ledere il parquet secentesco con le nostre orride estremità inferiori e toccava asciugare le pareti del bagno dopo ogni doccia con somma cura, perché dette pareti erano di legno: pertanto, non avendo esperienza di alberghi sono andata un po' a naso facendomi guidare da alcuni parametri. La fortuna mi è stata amica: vicino alla Bastiglia e a duecento metri scarsi dalla metro, il Color Design Hotel mi ha messo di buonumore fin dall'ingresso, e ce ne voleva per mettere di buonumore una Jessie reduce da un'intossicazione alimentare e afflitta da un fiero raffreddore.

Come dice il nome è assai variopinto e con soluzioni che, almeno rispetto alla media, sono alquanto inusuali (alcune non brillantissime, tipo il lavandino davanti all'ingresso della doccia: ma essendo questa di congrue dimensioni il fastidio non è eccessivo). Stanza silenziosa, ampia per gli standard parigini, tutta su toni di giallo e arancione - a seconda del piano e dell'ala le tinte coprono tutto lo spettro dell'arcobaleno - e provvista di letto assai comodo con cuscini e trapunta che erano così belli rigonfi da indurre a fare le fusa. Molto garbati gli addetti alla reception, dove a un gentile fanciullo è quasi venuto l'infarto quando ha constatato che ero italiana e, pur non sapendo il francese, ero in grado di esprimermi in tre lingue straniere. Il che non depone a favore della fama di cui godiamo all'estero, ma questo come sempre fra parentesi.

Negli immediati dintorni oltre alla fermata della metro non mancano caffè e ristorantini, panetterie, farmacie - che possono sempre servire, come nel mio caso per via del succitato fiero raffreddore - e un assai fornito supermarket. Il costo per una doppia è sui 180 euro ma tenere d'occhio il sito per offerte speciali (noi ne abbiamo colta una a poco meno), la colazione si paga a parte ma visto il prezzo vi consiglio di farla negli innumerevoli caffè che troverete a pochi metri.

5. Se dopo l'arrivo in hotel le pedagne proprio non danno segni di vita ma il vostro stomaco richiama con gagliardìa la vostra attenzione sul fatto che lui funge benissimo, fate un ultimo sforzo: andate all'ingresso, svoltate a sinistra e dopo dieci metri imboccate l'entrata dell'Ebauchoir, possibilmente prima delle nove altrimenti lasciate ogni speranza di trovar posto anche durante la settimana. Sembra un qualsiasi bistrot, ma si mangia splendidamente e a prezzi ragionevoli per la media parigina: io ho preso una crema di castagne con coriandolo che ha ricollegato al primo boccone le papille gustative interrotte dal raffreddore, l'amato bene un agnello con caviale di melanzane e curry a dir poco delizioso. Con plateau di formaggi e acqua la spesa non ha raggiunto i 40 euro, e la gentilissima proprietaria ci ha salutato all'uscita porgendoci la madeleine della staffa da un bel cestone in vimini formato ruota di camion.

Se invece vi trovate in centro e avete voglia di un pasto da passeggio seguite pure voi il consiglio della mia amica Paola e recatevi all'As du Fallafel, che si trova nel celebre quartiere del Marais. Dicono che vi si mangino i migliori falafel di tutta Parigi: io non posso fare paragoni al riguardo, ma posso asserire che quelli che ho ordinato battevano di una spanna tutti quelli che ho assaggiato in Italia e all'estero. Eccellente anche il kebab, servito con insalata freschissima e una pletora di salsine varie altrettanto fresche. Se poi i piedi sono particolarmente lamentosi sedetevi all'interno: solerti camerieri con la kippah d'ordinanza vi serviranno in un batter d'occhio, e in mezz'ora scarsa uscirete sazi e con la voglia di fischiettare per l'allegrezza.

Bilancio del soggiorno parigino: contenti come pasque, e con una gran voglia di tornarci. Si spera prima possibile, sempre che si riescano a prendere delle ferie degne di questo nome.

Prossima puntata, nonché ultima: le meraviglie di Trenitalia. A bientot.

sabato 16 ottobre 2010

Jessie goes on holiday, part 1: perfida Londra

Pare strano, ma anche noi di tanto in tanto si va in vacanza.

A questo giro, poi, grande evento: due capitali europee.

Sarà per quello che la Sfiga, la quale come è noto ci vede benissimo, ci ha dedicato attenzione particolare.

A seguire, qualche piccolo consiglio che potrà essere utile a chi prossimamente voglia organizzare un soggiorno in quel della capitale d'Albione. Che con noi, come da titolo, è stata perfida.

1. Forse non lo sapete, ma i lavoratori di sua maestà britannica ultimamente sono in subbuglio causa una ricca serie di tagli annunciati dal governo. Sicché al nostro arrivo ci ha accolto il primo sciopero della metropolitana dall'era Thatcher o giù di lì. Lo sciopero, che era previsto lunedì 4 ottobre ed è stato annunciato due giorni scarsi prima, è in realtà iniziato la domenica pomeriggio, pertanto abbiamo fatto appena in tempo a prendere la metro per raggiungere l'hotel. I prossimi sono previsti per il 2 e 29 novembre: se avete in programma un viaggio, regolatevi di conseguenza. E sappiate che le celeberrime fasce di garanzia in Albione sono non pervenute.

2. Voi direte: ma che importa se non funge la metro, tanto ci sono gli autobus e si sa che in un paese civile passano in orario e con frequenza.
Scordatevelo.
I bus passano sì, ma se non avete l'improbabile fortuna di prenderli al capolinea, potete metterci una croce sopra: non vi faranno salire, perché a qualunque fermata successiva al capolinea saranno già troppo pieni. Per troppo pieni intendesi autobus con tutti i posti occupati e qualche passeggero in piedi: ciò perché i famigerati bus a due piani hanno notevoli problemi di equilibrio, e se effettivamente pieni alla prima curva rischiano di cappottarsi. Una ditta italiana sta fornendo l'Inghilterra di quegli ameni autobus snodabili, che a quanto ho visto rappresentano attualmente un 2% scarso del totale.
Conseguenza è stata che sono riuscita a vedere a malapena un'ala della National Gallery, e per arrivarci ho percorso quasi quattro miglia a pedagne. E no, non è stato bello.

3. Dolore ai piedi a parte, la National Gallery è meravigliosa. E poiché appartiene al popolo britannico, è pure a ingresso gratuito. All'ingresso troverete una piccola teca dove lasciare un obolo: non tirate dritto, o vi si parerà di fronte il fantasma dell'ammiraglio Nelson che vi fissa con occhi di bragia. E dietro avrà la sottoscritta che vi minaccia con la sua padella migliore, quella con il fondo spesso. Non fate quella faccia: all'interno troverete bellezze assolute come Il ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck e Venere e Marte di Botticelli, per cui non è proprio il caso di essere tirati.

4. Se putacaso vi viene un attacco di fame e volete trattarvi bene, dirigetevi quindi alla National Portrait Gallery (che merita pure essa, ed è pure essa a ingresso gratuito) e prendete una trafila di ascensori fino all'ultimo piano. Lì c'è infatti titolato ristorante, con vetrata a giorno con vista sui tetti di tutti i principali monumenti di Londra. Il pasto, servito da camerieri civettuoli che sono lì apposta per farvi sentire delle scolopendre, vi spellerà il portafogli, ma ne vale la pena. Abbiate cura però di non mangiare nient'altro fino al giorno dopo, perché dopo i primi tre bocconi sentirete il fegato che bussa affranto per chiedere di uscire: a noi non è bastata la passeggiatella di tot miglia fino all'hotel per digerire. Sconsigliatissimo prendere il vino, primo perché - come giustamente osserva mia cugina Annuska, la quale ci ha offerto il pranzo in detto ristorante (e noi abbiamo pianto calde lacrime per il suo conto in banca) - bere del vino in Inghilterra non ha questo gran senso, e non da ultimo perché anziché una spellatura del portafogli vi attende un infarto secco al momento del conto: bevetelo a casetta vostra che fate meglio.

5. Se non volete patire mal di piedi in caso di sciopero, la migliore soluzione sono i minicab. Non i taxi intesi come black cabs (peraltro scomodissimi), bensì i minicab, che costano un terzo dei taxi e sono di gran lunga più comodi. A seconda del tragitto, purché in centro, e del traffico, che in caso di sciopero è ovviamente mostruoso, la tariffa varia in genere dalle 15 alle 30 sterline (fatevi fare un preventivo prima perché non hanno il tassametro). E vi assicuro che mai soldi saranno più ben spesi. Per prenotarli affidatevi al personale della vostra struttura ricettiva, oppure dare un'occhiata qui.

6. Quanto alle strutture ricettive, il consiglio è di prendere almeno un tre stelle perché nelle famigerate topaie londinesi si rischia di passare una notte nella poco amena compagnia delle cimici (chi ritenesse ciò una leggenda metropolitana si beccherà un infartuccio quando avrà modo di vedere certe simpatiche pubblicità che sui mezzi pubblici promuovono disinfestazioni ad hoc a prezzi interessanti). Di alberghi ovviamente ne troverete a iosa, io vi consiglio quello dove siamo stati l'amato bene e io: il London House Hotel, che si trova a un tiro di schioppo dalle fermate metro di Bayswater e Queensway e pertanto in posizione comodissima per raggiungere musei e monumenti vari (se la metro funge, ovviamente). Le stanze sono piccolette come sempre a Londra, ma assai ben curate, e i bagni hanno ottimi sanitari e doccia ampia con acqua calda a volontà. Le fanciulle alla reception sono garbatissime - abbiamo avuto problemi, ça va sans dire, solo con una receptionist francese il cui quoziente intellettivo era quello di un lombrico all'ultimo stadio dell'alcolismo - e molte di loro, dettaglio non da poco per tanti connazionali che hanno un tasso di analfabetismo linguistico tanto alto quanto malamente gestito, parlano un ottimo italiano. Dai pizzi abbondano ristorantini etnici, negozi vari e, nel caso dovesse malauguratamente servire (come è successo a noi causa febbrone dell'amato bene), una farmacia aperta tutti i giorni fino a mezzanotte. La tariffa per una doppia si aggira sulle 95 sterline colazione esclusa, il che con il cambio attuale offre un rapporto qualità/prezzo non trascurabile. In più troverete in stanza un bel bollitore con tanto di bustine di tè e zucchero, cosa santa nel caso vi siate beccati una di quelle belle piogge per cui Londinium va famosa.

7. Trovato da dormire, s'ha da trovare dove mangiare: e noi vi possiamo consigliare dove non andare. Nello specificio il Kahn's Palace, il peggior ristorante indiano in cui sia incappata durante la mia feconda e ultradecennale relazione con la cucina del subcontinente in Italia e all'estero. Chi ci ha condotto lì ha presentato il loco dicendo "l'unico problema è che sono evidentemente talebani, perché la carne è halal". Sulla talebanità non posso esprimermi, ma il cuoco senza dubbio veruno meriterebbe un lungo soggiorno nella Torre di Londra. Per della carne tandoori cucinata in modo pessimo, riso molliccio, legumi iperspeziati (quasi a voler coprire magagne degli ingredienti) e un salted lassi a dir poco terrificante abbiamo speso poco meno di 70 sterline. L'emesi notturna, omaggio.

8. Come si sa, i prezzi sono alquanto più alti che da noi, soprattutto per alcune categorie di merci: la catena di discount Tesco, presente ovunque e aperta fino a tardi (questo sì un segno di civiltà), vi eviterà di infliggere un colpo mortale alle vostre finanze. Avrete comunque modo di scoprire perché i britannici quando vengono da noi mangiano frutta e verdura peggio degli ungulati: le mele costano 35 pence, le banane una sterlina. Al pezzo.
Se poi malaugurantamente vi foste dimenticati il maledetto adattatore per le prese (cosa che non è accaduta a noi, perché l'amato bene ne ha come è ovvio uno universale per le destinazioni più varie, Australia e Giappone inclusi), niente paura: i negozi di souvenir ne hanno a iosa.

9. Sfatiamo un mito: il londinese cafone che fa finta di non capirti non esiste, o se esiste è assai ben nascosto. Questo perché c'è un tale tasso di immigrazione dai posti più diversi, la quale in genere va ad arricchire le fila degli esercizi commerciali, che chiunque o giù di lì si mostra comprensivo. Va detto che spesso il difetto, e lo dico per personale esperienza, sta nei nostri connazionali, i quali si risentono quando ad esempio chiedono in italiano se il ristorante fa il riso alla cantonese e la povera cameriera sinobritannica anziché rispondere alza con disperazione gli occhi al cielo.
Detti connazionali farebbero a mio giudizio cosa buona se prima di andare in vacanza in Inghilterra imparassero un paio di vocaboli: non è detto che ci sia sempre qualcuno del Bel Paese che, mosso a compassione dalla disperazione della cameriera, si metta lì a fare da interprete, e traduca tutto il menù. Farebbero pure bene a rendersi conto che a seconda del paese in cui approda la cucina cosiddetta etnica si adatta ai gusti del cliente: se proprio vogliono il riso alla cantonese con piselli e prosciuttino a daducci si portassero il pacchettino da casa, ed evitassero di stressare cameriere e connazionali vacanzieri. Gliene saranno grati.

10. Se siete fan di Dylan Dog, sappiate che Craven Road esiste. Prima di andare lì e batterla metro per metro sappiate pure che evidentemente non vi dimora, perché non ho visto spilungoni in camicia rossa o singolari bassotti baffuti aggirarsi dai pizzi e i rari campanelli che ho udito facevano drrriiiiinnnn e non uaaaaaaargh. La prova ultima del fatto che si è saggiamente trasferito in altri lidi la troverete a Trafalgar Square: il suo galeone, terminato in ogni dettaglio, troneggia nella boccia di vetro che vedete nella foto di apertura. La quale è l'unica e sola che abbiamo scattato.

Sintesi del soggiorno: uno sciopero, un febbrone dell'amato bene, un'intossicazione alimentare per entrambi, bellezze visitate all'attivo un pezzo di museo. Tocca tornare. E c'è il rischio di farlo con soggiorno molto prolungato: l'amato bene ha avuto un'offerta di lavoro. Non è di quelle alla Don Corleone che non si possono rifiutare. Più che altro sembra una offerta alla Disney, visto che è in ballo un bel sacco con il dollaro sopra, stile Bassotti.
L'amato bene sta valutando, e io con lui.
Ma questo fra parentesi.
Prossima puntata: rotta verso Parigi, con altri tips&tricks.
Stay tuned.

martedì 28 settembre 2010

Trio Lescano? No, monnezza: Le ragazze dello swing

Sarò breve. Brevissima. Non ho voglia di dedicare manco un'ombra del mio scarso tempo libero a ciò che ieri sera ha bruciato le mie pupille. Ma due paroline, perbacco, mi voglio togliere la soddisfazione di dirle.

Strombazzato e preceduto da notevole attesa (così si sostiene), iersera ha debuttato sul canale più conservativo di Mammatrona Rai la nuova fiction Le ragazze dello swing. Che, per chi non lo sapesse, è dedicato al trio vocale più celebre di quel periodo in cui si marciava per non marcire.

La cosa più gentile che si può dire quale giudizio della prima puntata, e quella che verrà certamente non promette meglio, è che nemmeno un impiegato al catasto che si fosse beccato un colpo di maglio in mezzo alla fronte se ne sarebbe potuto uscire con un risultato così osceno. E non uso questo termine perché la prima scena si svolge in un bordello d'epoca, con gran dispendio di veli, tette e posteriori al vento a imitare il peggiore Tinto Brass: a confronto con quel che segue, l'inizio è un bijou.

Quel che segue è infatti un cast accozzato alla benemeglio, le tre protagoniste che somigliano alle Lescano come io potrei somigliare a una monaca cinese (o come l'ex divetta softcore Sylvia Kristel potrebbe somigliare alla mamma delle suddette: e infatti, quello è il suo ruolo), una colonna sonora doviziosamente ripulita e ricantata - dalle Blue Dolls, brave per carità, ma l'articolo originale è cosa ben diversa - che puzza di plastica a ogni nota, costumi e veicoli che sembrano usciti dal magazzino di un antiquario furbastro che spaccia ai gonzi arte povera made in China per autentico Settecento francese. E la lista potrebbe continuare all'infinito. Perché le scenografie sembrano uscite dal più scalcinato teatrino parrocchiale? Perché tutti i personaggi sono afflitti da accenti da burletta? E a proposito di accenti, e qui lo so che sto eccedendo ma a me che conosco la lingua dà il prurito alle mani, perché mai un'olandese dovrebbe parlare in italiano con cadenza svedese tutta toni in stile Ingrid del commissario Montalbano?

Sulla trama non mi esprimo. Basti sapere che chi ha fornito la base per il tutto è uno che, a detta degli appassionati, ha preso a man bassa materiali dal miglior sito Internet dedicato alle sorelline batave senza citare la fonte. Quel che non ha preso, evidentemente o lo ha inventato, oppure lo ha malamente scopiazzato da fonti inverosimili.
Il risultato è credibile quanto un mix fra, non so, un film dei fratelli Marx e uno qualsiasi dei polpettoni con Allan Quatermass come protagonista. Solo che ad avventura siamo scarsi perché il ritmo è sonnolento come quello di qualunque fiction targata Rai, e a umorismo peggio ancora perché è evidente che gli autori si prendono molto, molto sul serio.

Nel 2010 ricorre il centenario della nascita di Alexandra Leschan, una delle componenti del Trio Lescano. La fiction è un omaggio dichiarato per onorare la data. L'impressione che se ne ricava è però che si sia sfruttata la data per fare pubblicità a un prodotto penoso, che ha irritato profondamente chi con le mitiche sorelle è cresciuto, e che non ha incuriosito chi non le conosce per questioni di età.

Detto prodotto penoso, oltre a essere un insulto all'intelligenza di qualunque spettatore che non sia un ovino sotto roipnol, è stato pagato ça va sans dire con i soldi del nostro canone.

Rispolvero quel poco che ricordo della lingua parlata dalle Lescano per lanciare un messaggio ai responsabili.

Sodemieter op. E tornatevene alle vostre commesse, ai prof, agli sbirri maritati, agli ospedalieri che fanno ciuciù in corsia. Quella è roba per voi, non il gruppo che ha fatto ballare una generazione di italiani, e non solo.

Ho bisogno di disintossicarmi. Pertanto, ascolterò ciò che vado a proporvi a seguire. Che è certamente modo migliore di una orrida fiction per ricordare il Trio Lescano, e per farlo conoscere a chi non ne ha mai sentito parlare, o che pensa che il repertorio delle sorelline si limiti a Tulitulipan.
Buon ascolto.

mercoledì 22 settembre 2010

Torta rustica ripiena

Ragazzi, per dirla in breve mi vergogno come una ladruncola testé beccata con le manuzze nella scatola dei biscotti.
Non posto da un secolo, cosa che mi ha fatto arrivare sulla nuca una bella pioggia di rimproveri assortiti da per ogni dove, e come se non basta ho fatto grezze a profusione (vedasi ad esempio qui e qui) grazie all'abitudine di controllare l'arrivo di commenti una volta ogni morte di papa.
Insomma, ho fatto l'en plein.
Va detto che è un periodo un bel po' complicato. Per molti versi anche un po' triste. Ma non mi pare il caso di tediarvi con faccende personali. Questo è un blog di cucina, occasionalmente di altro, ma non è opportuno farlo diventare la sagra degli "Oh, me sciagurata".
Come dice il mio amato bene, potrebbe sempre essere peggio.

Pertanto mi ritaglio qualche minuto e posto la ricetta della pizza rustica ripiena (che è la parente povera della vera pizza rustica, cavallo di battaglia delle mie zie: ma quella vai a sapere quando avrò modo di farla, visto che ci vuole la pasta sfoglia fatta a mano), che è cosa che i miei amici apprezzano assai. La apprezza molto anche l'amato bene. Peccato che adesso non possa mangiarla: ha di nuovo la pressione parecchio alta, ed è sotto cura. Ma io la ricetta la posto ugualmente per buon augurio, con la speranza che presto possa gustarsela di nuovo. Un po' di ottimismo non guasta mai.

Ingredienti:
- per la pasta
un paio d'etti di farina
tre cucchiai rasi di olio
un pizzico di sale
altrettanto di bicarbonato
una punta di cucchiaio di curcuma, che darà alla pasta un bel colore dorato
acqua quanto basta

- per il ripieno
broccoletti o spinaci già puliti, almeno tre etti
un etto e mezzo di formaggio grattugiato del tipo atto a fondere
un cucchiaio di parmigiano
un uovo
un etto circa di tacchino arrosto (ma va bene ugualmente il prosciutto cotto o la mortadella)

Preparazione:
con farina, olio, acqua, curcuma e quant'altro impastate velocemente una bella palla di pasta liscia ed elastica, quindi mettetela a riposare un po' in luogo fresco, ad esempio lo scomparto meno freddo del frigo.

Lessate quindi i broccoletti o spinaci che siano con pochissima acqua, in modo che si cuociano nel vapore; se gradite, aggiungete all'acqua uno spicchietto d'aglio che contribuirà ad aromatizzare la verdura. Quindi scolateli, strizzateli bene (badando ovviamente a non ridurli in poltiglia) e quando si sono intiepiditi conditeli con l'uovo che avrete preventivamente ben sbattuto con il cucchiaio di parmigiano.

Fatto ciò, acchiappate il fedele mattarello, prendete la palla di pasta, dividetela più o meno a metà, e stendete la parte che vedrete un po' più grande su un bel foglio di carta da forno, il che vi darà modo di sistemare poi la sfoglia direttamente nella teglia. La pasta va stesa dello spessore di circa un millimetro, e deve avere dimensioni adatte a sbordare per benino dalla teglia prescelta.

La teglia prescelta, per inciso, se è antiaderente è meglio, ma se non lo è abbiate fiducia che la carta da forno faccia il suo mestiere: calate carta e sfoglia al suo interno sistemandola con le mani in modo che non restino vuoti sul fondo, quindi versateci dentro la verdura condita e per gradire cospargetela con metà del formaggio grattugiato. Et voilà.
Messo il primo strato, si fa il carico da undici con il secondo: giù il salume, e giù pure tutto il resto del cacio. E al diavolo il conteggio delle calorie, che diamine.
Acchiappate quindi la rimanente pasta, stendete pure lei e coprite il ripieno badando a saldare la sfoglia inferiore e quella superiore lungo i bordi della teglia. Poi, giacché siete persone raffinate e sapete bene che in cucina l'occhio vuole la sua parte, rifilate la pasta in eccesso con l'apposita rotellina. E per finire bucherellate la superficie con i rebbi della forchetta, umettatela con un pochino d'olio che spargerete con la punta delle dita, e infilate la teglia nel forno già caldo a 200°.
Per la cottura sarà necessaria almeno mezz'ora. Abbiate cura di dare ogni tanto una controllatina. E quando arriva il momento in cui la superficie si presenta bella dorata e in tutta casa si è sparso un profumo tale da suscitare belluini appetiti, spegnete il forno, cacciate fuori la teglia e portatela in tavola così come è. Vi assicuro che darà grande soddisfazione a voi e ai vostri commensali a fronte di fatica davvero minima, e sarà eccellente piatto unico.
Con la pasta che certamente vi sarà avanzata, per inciso, si possono fare eccellenti panzerotti. Ma di questi parlerò un'altra volta: è maledettamente tardi, mannaggia, e io ho un amato e una micia da nutrire. A bientot :)

venerdì 13 agosto 2010

Ferragosto: scanata e friarielle

Lo so, sono una bifolca. Manco buone vacanze vi ho augurato. Se poi ne fate, di vacanze, giacché risulta dalle statistiche che più della metà degli italiani a questo giro se ne resteranno a casa, e meno male che siamo i più ricchi d'Europa.
Però anche chi in vacanza non ci va, in occasione del Ferragosto se la fa, la sua bella gita fuoriporta. E quello che propongo è, in versione corretta e un po' arricchita, il fedele compagno delle scampagnate che i miei sanniti compiono il giorno dell'Ascensione a seconda dei casi presso il santuario, il fiume, il lago o qualunque bel loco ci sia dai pizzi del loro paesello.
Gli ingredienti non sono di facilissima reperibilità, ma nulla vieta di arrangiarsi con ciò che passa il proprio fornaio o ortolano: il risultato sarà comunque ricco di soddisfazione e ne offrirà ben più di quella che darebbe il solito, mestissimo panino. Ma bando alle ciance e mettiamoci ai fornelli.

Ingredienti (per ciascun commensale, da moltiplicare in proporzione):
due triangoli di scanata (trattasi di tipica focaccia sannita di foggia rotonda con buco al centro, formato ruota di camion e soffice come una nuvola; se non ne disponete, andrà bene della comune focaccia, della pizza alta o un panino del tipo ciabatta o ciriola)

due belle fette spesse di caciocavallo (possibilmente del caseificio La Fonte Nuova di Casacalenda, più volte premiato per il miglior formaggio d'Italia in svariati concorsi; in alternativa, accontentatevi del comune caciocavallo, purché non piccante e non troppo stagionato)

cinque o sei friarielle (non sono gli omonimi broccoli campani, ma i tipici peperoncini verdi dolci, detti nell'Urbe friggitelli)

un po' d'olio

uno spicchietto d'aglio

Preparazione:
passate i friarielle sotto l'acqua corrente lavandoli per benino, apriteli nel senso della lunghezza e privateli di picciolo e semini. Fatto ciò, metteteli a stufare in padella con l'olio e lo spicchio d'aglio pelato e schiacciato. Non appena si ammorbidiscono alzate la fiamma e fateli friggere per un po', in modo che si coloriscano, quindi spegnete il fuoco e con l'aiuto di forchetta e cucchiaio provvedete in primis a bagnare ben bene di sughetto i triangoli di scanata che avrete provveduto ad aprire a metà (apritele stile bocca di coccodrillo, è fondamentale che il lato posteriore resti ben integro), in secundis a farcire con i peperoncini.

Lassciate insaporire qualche minuto e nel frattempo provvedete a scaldare il forno a 200° (lo so, fa caldo: ma ne vale la pena) e a togliere dalle fette di caciocavallo la buccia se presente.

Mettete quindi una fetta di cacio in ciascun triangolo adagiandola sui friarielle, ponete quindi i triangoli così farciti in una bella pirofila di alluminio (andrà benissimo anche del tipo usa e getta, se usate una comune teglia foderatela prima di carta da forno) e mettete il tutto dentro il forno per il tempo sufficiente a far fondere il formaggio e a rendere la crosta della scanata deliziosamente croccante.

Usando l'accortezza di incartare ciascun panino prima in carta da forno e poi nell'alluminio, la scanata e il suo contenuto si manterranno fragranti fino a destinazione, purchè la meta della gita ferragostana non sia il Salento avendo quale punto di partenza Agrate Brianza.

Una volta giunti in loco assettatevi sull'erba, scartocciate il vostro panino, e ditemi se al primo morso non ammetterete che sì, la preparazione sarà pure più complessa di quella del solito paninazzo con il salame, ma perbacco se ne vale la pena. Detto primo morso vi spiegherà pure perchè per ogni commensale io suggerisca porzione doppia: impossibile accontentarsi di una sola.

Mentre mangiate serenamente, appuntatevi pure la ricettella per la prossima volta che farete la cena con i soliti ospiti esigenti e avidi di pietanze rustiche che fanno tanto chic: vi basterà ridurre il formato dei panini per servire un bell'antipasto con poca fatica e molto successo.

Ma per intanto, con buona pace degli ospiti esigenti, godetevi il vostro relax sull'erba: voi e chi vi è caro sapete quanto ve lo meritate.

Buon Ferragosto a tutti.
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