Amato Bene: "Ciao tesoro, buongiorno! Ecco il caffè!"
Jessie: "Yaaaawn... Ma che ore sono? Quant'ho dormito?"
AB: "Un bel po'. Si vede che avevi sonno."
J: "Ho avuto un incubo..."
AB: "Ovvero?"
J: "Che ero ancora al liceo."
AB: "Uhm, come incubo non c'è male."
J: "E c'eri anche tu, anche se eri un po' diverso da come sei."
AB: "Diverso come?"
J: "Eri più alto, filiforme, e avevi una passione per i travestimenti glam: indossavi parrucche rosse alla Ziggy Stardust e suonavi Bohemian Rapsody dei Queen su un minipianoforte a forma di lavandino..."
AB: "Tesoro, una curiosità: come era condita quella buonissima pasta di ieri sera?"
J: "Mah, c'era mollica di pane, un pizzico di sale e zucchero, uvetta, chiodi di garofano..."
AB: "Sei sicura fossero chiodi di garofano?"
domenica 14 marzo 2010
venerdì 12 marzo 2010
Scuola di cucina: una pizza a regola d'arte
"Pronto zia?""Uh, bella! Dimmi pure."
"Voglio fare la pizza. Mi dai qualche consiglio? Li potrei trovare su Internet, ma di te mi fido di più."
"La pizza? Ma chi te lo fa fare..."
"Me lo fa fare il fatto che la tua è buonissima, e che tutte le volte che compero quella delle pizzerie mi sveglio la mattina dopo come se mi avesse dormito sullo stomaco un lottatore di sumo..."
"Un che?!"
"Niente zì, roba giapponese di quelle che piacciono a me. Allora, che mi suggerisci?"
"Ti suggerisco di prendere la pasta già pronta, sicuramente la vendono in qualche panetteria. Dammi retta, non ti stancare..."
Resto sempre mesta mesta quando la zia Lella raffredda i miei entusiasmi. Però, giacché son nipote rispettosa e ligia al dovere, mi son fatta il giro delle panetterie di zona. Ho così scoperto che quasi tutte non fanno personalmente i prodotti da forno che vendono ma si riforniscono da grossisti, cosa che mi ha fatto, scusate il francesismo, girare parecchio le balle, ma ciò fra parentesi. Solo dopo mezz'ora e passa di scarpinata ne ho trovata una, la più vecchia del quartiere, che aveva la pasta. Ma non è così che ho fatto la pizza. Il motivo lo si può desumere dalla seconda telefonata alla zia.
"Pronto zì? Ci sono andata, in panetteria."
"Ce l'avevano la pasta?"
"Sì, a sei euro al chilo."
"Cosa?"
"Eh."
"Ladri!"
"Concordo. Quindi non l'ho presa. E mo'?"
"Te la faccio io!"
"Ennò: se io non mi devo stancare, tu men che meno."
"Ma per me è un piacere!"
"Enne-o."
"Guagliò, sì capatosta, ma questo già si sa. Quando sei tornata a casa richiamami che ti dico come si fa. Intanto prendi il lievito, quello secco, che con il panetto sennò si sente troppo il sapore."
Quanto segue è frutto delle dettagliate spiegazioni della zia Lella, e con la fortuna tipica dei principianti devo ammettere che, non per dire, ma la pizza mi è venuta proprio bene: ben cotta, profumata e, grazie alla tripla lievitazione e nonostante l'abbia fatta ben alta secondo la tradizione del mio paesello, leggera come una nuvola. Anche nel prezzo: con l'aiuto dell'amato bene ingegnere ho infatti calcolato che mi è costata, impiego del forno incluso, ben meno di due euro in tutto. Suggerisco pertanto a chiunque di seguire i miei passi e dire ciaociao ai fornitori commerciali di orrori unti e bisunti: la fatica e il tempo effettivo per la realizzazione di un'ottima pizza casalinga sono infatti scarsissimi, e vengono ampiamente ripagati dal risultato.
Ingredienti:
700 grammi di farina
una bustina di lievito per pizza (su suggerimento della zia io ho impiegato il Mastro Fornaio)
un cucchiaino di zucchero per attivare lo stesso
due cucchiai d'olio
acqua tiepida quanto basta (ne ho calcolato poco meno di mezzo litro)
un cucchiaino di sale
un barattolo di pomodori pelati da mezzo chilo (se di fabbricazione casalinga è meglio)
una palata di origano
Preparazione:
mettete la farina in una capace bacinella (se siete, come me, fra i tapini che hanno un piano di lavoro nano, altrimenti usate l'apposita asse o meglio ancora la madia), aggiungete il lievito setacciandolo in modo che si sparga bene sulla farina stessa, l'olio e il cucchiano di zucchero, quindi incorporando man mano l'acqua attaccate a impastare con vigore. Solo quando gli ingredienti si sono bene amalgamati aggiungete il sale, sciolto in un po' d'acqua pure lei tiepida, perché sennò il lievito non fa il suo dovere.
A questo punto dovrete farvi i muscoli, in quanto tocca lavorare la pasta, sbattendola di tanto in tanto per farle incomporare l'aria, per una decina di minuti almeno: può essere abbastanza stancante, per cui o fate compiere l'operazione a un maschio nerboruto che eventualmente si trovasse in casa, oppure provvedete da voi pensando di menare qualcuno che vi sia particolarmente antipatico (suggerisco questa opzione in quanto è un ottimo antistress).
Alla fine la pasta dovrà essere liscia ed elastica e dovrà staccarsi senza difficoltà dai bordi della bacinella o dalla superficie dell'asse che avete impiegato: lasciatela nella bacinella stessa o ponetela in una ciotola capiente curando di spargere sul fondo una manciata di farina, incidete sulla superficie della palla un bel taglio a croce - il quale ha il doppio scopo di facilitare la lievitazione e, secondo la tradizione popolare, di impedire agli spiritelli di ballarci sopra - e mettetela in luogo che sia riparato da spifferi coperta con un bel canovaccio spesso. Non fatevi cogliere dalla tentazione di forzare la lievitazione ponendo la ciotola in un luogo caldo: se avete fatto le cose per bene non è necessario, e la natura per fare il suo corso necessita il tempo che ci vuole.
Lasciate la pasta in santa pace per un tre ore circa, durante le quali fatevi i fatti vostri. Scaduto detto tempo, andate a dare un'occhiata: avrete la soddisfazione di vedere quanto ritratto nella foto a seguire, ovvero che il contenuto della ciotola o bacinella si è triplicato di volume e anche di più. E vi assicuro, sono soddisfazioni.
E' arrivato il momento del secondo round. Con le vostre manine ben pulite provvedete a sgonfiare la pasta, rifateci il già citato taglio a croce, e lasciatela lievitare coperta dal solito canovaccio per altre tre orette, le quali forniranno ulteriore occasione per farvi nuovamente i fatti vostri. Passate le suddette vedrete che la pasta si è nuovamente triplicata di volume. E' quindi arrivato il momento del terzo round.Acchiappate una bella teglia formato ruota di camion o direttamente la placca del forno, bagnatene il fondo con un po' d'olio (veramente poco, sennò poi c'è l'effetto frittura), prendete sufficiente quantità di pasta e stendetela direttamente a mano nel tegame prescelto, badando di non manipolarla troppo nell'operazione sennò ridiventa elastica e vi troverete a lottare con la versione gastronomica di Mister Fantastic. Coprite quindi teglia o placca con il canovaccio e lasciate rilievitare per una ventina di minuti: non mugugnate che ne val la pena.
Nel frattempo preparatevi per la fase finale: accendete il forno a 250° e mentre lui diventa bello rovente procedete a preparare il condimento. Io, seguendo la tradizione del paesello, ho optato per del semplicissimo pomodoro cui non ho aggiunto nemmeno olio o aglio per non rendere la pizza troppo pesante, ma nulla osta ovviamente a condirlo come più vi piace, purché si tratti per l'appunto di olio o di odori: eventuali altri ingredienti vanno infatti aggiunti rigorosamente a parte, soprattutto se si tratta di mozzarella.
Quando il forno si è scaldato come si confà, versate il pomodoro a cucchiaiate sulla pasta e con destrezza infornate la teglia o placca, facendo attenzione perché ustionarsi è assai più facile di quanto non si creda e converrete che sarebbe ben seccante rovinarsi la serata per ciò.
Nel caso abbiate deciso di aggiungere pure la mozzarella attendete una decina di minuti e solo allora, badando sempre a non ustionarvi, spargetela ben tritata sulla superficie: in questo modo eviterete il classico errore del pizzaiolo casalingo, che mettendola al momento di infornare si ritrova a scelta con una pizza ben cotta ma coperta da una robaccia che ha l'aspetto e il sapore di cartone pressato, oppure con un appetitoso strato di cacio filante su una pasta moscia quanto uno stracchino e decisamente crudiccia. Nel dubbio sulla tempistica, la quale dipende anche dalla gagliardìa del vostro forno, saggiate il cornicione della pizza con la forchetta per vedere che sia in cottura sì, ma ancora abbastanza soffice: potreste infatti incappare anche nel secondo classico errore del pizzaiolo casalingo, che mette la mozzarella troppo tardi e si ritrova così con il citato cacio filante su un bel mattone invetriato, eccellente come materiale da costruzione ma forse non altrettanto a tavola.Se invece, come la sottoscritta, preferite la vostra pizza nature, attendete una ventina di minuti e controllate con l'aiuto di una posata che il fondo sia ben cotto e dorato: se è così munitevi di apposite presine, cacciate fuori la pizza dal forno, spargeteci su origano a manciate e portatela bella fumante ai vostri commensali.
Guardateli quindi con soddisfazione mentre divorano il contenuto della teglia, giacché la pizza così preparata è leggerissima e invita a mangiarne fette su fette senza che dopo dieci minuti i citati commensali abbiano la sensazione che dovette provare Cronos dopo che la di lui moglie, alla sua richiesta di papparsi il figlio Zeus, gli diede in pasto un pietrone ben infasciato in tela di lino (cosa che si meritava ampiamente, ma questo fra parentesi. E nel caso ve lo stiate chiedendo, sì, è da quando sono alta così che sono appassionata di mitologia, non solo greca).
E' probabile, qualora a casa foste in scarso numero come nella mia, che vi sia avanzata un po' di pasta fresca: mettetela in frigo - dove può tranquillamente resistere fino a tre giorni - in una ciotola cosparsa di farina, così avrete materiale per proporre ai familiari ulteriore pizza senza alcuna fatica. Cosa che vi toccherà presto perché i citati familiari, non appena divorata l'ultima briciola, vi chiederanno quando pensate di fare il bis.
Se invece avete una di quelle belle famigliole popolose e provviste di uno o più cuccioli, al momento di fare la pizza raddoppiate le dosi e coinvolgeteli nella preparazione: avrete modo di passare tutti assieme una bellissima giornata, e pazienza se per riordinare la cucina dovrete chiamare un'impresa di pulizie.
giovedì 11 marzo 2010
Minestra nel sacchetto step by step
Ho sempre avuto una fascinazione per Bologna, vai a sapere il motivo. Ovvero, vai a sapere il motivo principale fra i tanti. Sarà che mia cugina Annarita quando ero alta un palmo scarso portò in un singolare inverno del '77 una ventata felsinea fatta di musiche, letture e un bel po' di altre cose che altrimenti al paesello non sarebbero arrivate manco a morire. Sarà che era la tana di elezione di tutta una serie di fumettari che mi hanno accompagnato nel corso degli anni. Sarà che mi è sempre piaciuto Loriano Macchiavelli e il suo Sarti Antonio, e pazienza se i suoi libri si distinguono per l'onnipresenza in atmosfere o direttamente di persona di quel certo cantautore nato a Pàvana e da me amatissimo (e qui riconosco di essere ingenerosa, perché sia atmosfere che presenze ci stanno benissimo). Sarà che vi albergano una serie di amici che sono assolutamente deliziosi, e sarà pure che mi basta sentire l'accento cittadino per mettermi allegria.Uno dei motivi primigeni, comunque, è sicuramente la cucina.
Sempre nel citato inverno del '77 ebbi il primo contatto con la tradizione gastronomica felsinea. E fu indimenticabile.
Nella casa del paesello fecero infatti la loro comparsa due singolari personaggi, che mai avevo visto prima o giù di lì: la zia Carmelina, e la zia Nereide. La prima originaria del paese ma trapiantata a Bologna da qualche lustro, la seconda emiliana Doc (e provvista di un barboncino catarroso quanto aggressivo che pensò bene di mangiarsi tutte le frange della coperta di mia nonna, ma questo fra parentesi). E diedero vita a uno scontro che a paragone I duellanti di Ridley Scott è roba da mammolette. Teatro della disfida, i tortellini.
La zia Nereide aveva la sua ricetta, tramandata in famiglia da generazioni. La zia Carmelina, che da brava immigrata desiderosa di assimilazione era la rappresentate del più roccioso integralismo culinario, aveva mutuato la sua dalla tradizione riconosciuta.
C'erano tutti gli elementi per una guerra civile. Che infatti vi fu.
Dalla mattina all'ora di cena presero possesso della cucina, e fecero chili su chili di tortellini. Rigorosamente separate. Guardandosi in cagnesco. E se la reciproca opposizione rimase muta per quanto riguarda la sfoglia (sulla quale vi è ben poco da dibattere, perché prevede rigorosamente un etto di farina e un uovo a persona), al momento del ripieno si fece alquanto faconda. E a volume sempre più alto.
"Nereide, e la mortadella?"
"Mortadella?"
"Certo. La mortadella ci vuole."
"Mia madre non ce la metteva."
"Tua madre si sbagliava."
"Mia madre, dio l'abbia in gloria, non si sbagliava."
"Sì che si sbagliava. La mortadella è fondamentale."
"No."
"Sì."
"No."
"Sì."
E via all'infinito, con il prevedibile susseguirsi di "la tradizione emiliana comanda che" e "tu che ne vuoi sapere che vieni da fuori". Mi sembra di ricordare che per un pelo non vennero alle mani, con il resto della famiglia che tentava di separarle al grido "non il giorno di Natale!", ma potrei sbagliarmi. La lite in qualche modo si ricompose, per continuare malsoppressa e sibilante a tavola.
"Buoni, ma si sente che manca la mortadella."
"La mortadella non è necessaria."
Tutto ciò ha fatto sì che io mai mi sia cimentata nella preparazione dei tortellini: mi basta ripensare alla diatriba parentale per farmene passare la voglia.
Però, visto che di altri piatti bolognesi squisiti ve ne è a iosa, le occasioni per mettere mano a utensili e fornelli non mancano. Soprattutto da quando mi è stato regalato un volumetto di ricette tipiche raccolte da un gruppo di creaturelle in età scolare, dal quale più volte ho preso esempi, e che però ha ben pensato di sparire qualche mese fa nei meandri della mia casetta. Di recente, complici un paio d'etti di pane raffermo che mi erano rimasti sul groppone e la benedetta complicità della zia Lella, ho deciso pertanto di rifare la minestra nel sacchetto, per chi non lo sapesse cavallo di battaglia della tradizione bolognese, prima di dimenticarmi del tutto la procedura. Gli esperti mi diranno che la ricetta classica prevede l'impiego di farina e semolino anziché del pane, ma visto che si tratta di una versione lussuosa che ha parecchie somiglianze di gusto con la zuppa imperiale, io prediligo la variante più rustica.
Ingredienti:
due etti abbondanti di pane raffermo bello tosto
un cucchiaio ben colmo di burro
un etto e mezzo di parmigiano
tre uova intere
una grattata di noce moscata
un litro e mezzo circa di eccellente brodo di carne
Preparazione:
per cominciare armatevi di mixer e riducete in polvere il pane raffermo. Per inciso potete usare pure quello che si trova in commercio, ma come osserva saggiamente la zia Lella, "vai a sapere che ci mettono dentro". Prediligete pertanto la vostra pagnottella che è meglio.
Una volta fatto ciò, in una ciotola di coccio o di vetro ponete tutti gli ingredienti a parte il brodo e lavorateli a lungo con il cucchiaio di legno.
Una volta che il tutto si è ben incorporato in un composto solido e compatto acchiappate un bel sacchetto di tela per usi cucinari (la zia, gentile come è, me ne ha regalato uno fatto con le sue mani e ricavato da un vecchio lenzuolo, raccomandandosi di non lavarlo mai con il sapone perché potrebbe avere sgradevoli effetti) e metteteci dentro il composto, aiutandovi con il citato cucchiaio di legno e compattando il tutto con le mani una volta chiuso il sacchetto.
Prendete quindi una bella pentola, metteteci tanto brodo quanto basta per arrivare al livello del composto nel sacchetto e mettete il sacco a cuocere in detto brodo a fuoco lento e pentola coperta: deve starci almeno un'ora e mezza. La zia si raccomanda vivamente di non riversare il brodo utilizzato a questo scopo in quello che si impiegherà per presentare la minestra, perché risulta intorbidato dagli ingredienti e l'effetto estetico sarebbe sgradevole: in compenso grazie a ciò esso è parecchio ricco, per cui può essere gustato da solo o con l'accompagnamento di pastina in un'altra occasione.
Dopo la citata ora e mezza abbondante tirate via il sacchetto dalla pentola facendo somma attenzione perché scotta come l'inferno, apritelo e con abile gesto fate scivolare il composto ben cotto e rassodato su un piatto. Si presenterà come un gigantesco knodel e fumerà quanto un vulcano. Lasciatelo raffreddare prima di procedere al taglio sia perché se troppo caldo rischia di sbriciolarsi, sia perché le scene fantozziane sono sempre in agguato. Quindi procedete a ricavarne tanti cubetti o pezzettini: la ricetta originale dice che la dimensione deve essere di un centimetro per lato circa, la mia esperienza suggerisce che se li fate più piccoli è meglio.
Fatto ciò, è arrivato il momento del gran finale: mettete a riscaldare a fuoco lento il brodo, e quando bolle versateci i cubettini e fate andare il tutto per un quarto d'ora scarso, tenendo la pentola scoperta e mescolando di tanto in tanto con delicatezza perché ci manca solo che dopo tutto quanto l'ambaradàm si sciupi l'effetto visivo proprio all'ultimo.
Passato il tempo prescritto spegnete il fuoco, travasate la minestra in una bella zuppiera se volete fare le cose comme il faut e portatela in tavola, dove avrete avuto cura di mettere a disposizione dei commensali una formaggera ben ricolma di parmigiano grattugiato di fresco come tradizione emiliana vuole.Poi mettetevi a tavola pure voi, e godetevi la faccia deliziata dei citati commensali fin dal primo boccone.
La ricetta, per inciso, è ideale anche per fare i celeberrimi passatelli in brodo, una delle prelibatezze riconosciute della cucina bolognese ed emiliana in genere. Io mi sarei volentieri cimentata anche con quelli se non fosse che mi manca il necessario attrezzo irreperibile qui nell'Urbe, e non mi si dica che lo si può sostituire con il comune schiacciapatate perché è una balla.
Pertanto, se qualcuno dei miei cari albergante in quel di Bologna potesse dotarmene gli sarei tanto ma tanto grata: ogni riferimento a mia cugina Annarita, la quale ogni tanto ha la bontà di leggere questo modesto blog e che prossimamente come me farà rotta verso il paesello in occasione di San Giuseppe, è puramente casuale...
mercoledì 10 marzo 2010
Cardoni al parmigiano
L'altro sabato mentre mi aggiravo per il mercatino rionale in compagnia del sempre pazientissimo amato bene la mia attenzione è stata calamitata da una cassetta, seminascosta fra peperoni e melanzane, che nessuno pareva filarsi granché. In detta cassetta c'era un ortaggio che mai mi sarei aspettata di trovare in vendita di marzo, perché da noi per tradizione si mangia nel periodo di Natale. Va detto pure che peperoni e melanzane uno li dovrebbe trovare in vendita in estate anziché in marzo, ma le magnifiche sorti e progressive ci hanno abituato a questo e altro, e non sarò certo io a lamentarmi di ciò. Fatto sta che ho chinato la faccia verso detta cassetta, e l'amato bene insieme a me."Uh, ma va. I gobbi."
"Veramente sono cardune, eh."
"Cara, a casa mia si chiamano gobbi."
"E a casa mia no. Pertanto questi non sono gobbi bensì cardune".
Evito di riportarvi il resto della discussione, che ben mostra come ciascuno di noi sia persuaso che il suo luogo d'origine sia l'ombelico dell'universo creato e tutti gli altri possano anche scomparire. La quale discussione è stata assai breve, perché il compagno di casa e di vita oltre a essere paziente è pure assai intelligente e, pur non avendo origini meridionali, ben conosce la sempre valida filosofia del "tu dille ca sì" (per chi è nato sopra la linea del Volturno: "tu dille/digli di sì", per poi ovviamente fare e pensare come ti pare). Fatto sta che me ne sono tornata a casa con, oltre al resto della spesa, anche con un bel mazzo di cardune, o gobbi, o cardi che dir si voglia.
Chi li conosce sa che i cardi sono buonissimi. La rogna è pulirli come si confà, perché sennò al momento di mangiarli solo un ciuchino può affrontare vittoriosamente la quantità di fibre e filamenti che hanno. Io pur avendolo visto fare tante volte non avevo mai pulito i cardi in vita mia, per cui ho fatto ciò che sempre faccio quanto sto in panne per faccende cucinarie: ho chiamato la zia Lella.
La quale ha testualmente risposto: "Vieni qui da me altrimenti la cucina ti diventa nu munezzàre" (una discarica, per chi non è sannita).
Io ho pensato che eccedesse, visto che la quantità di scarto prodotta dalle innumerevoli puliture di cardune cui avevo assistito mi era parsa notevole sì, ma non eclatante.
Fattane l'esperienza personale, ho avuto modo di scoprire che non mi era parsa eclatante solo perché la cucina della casa al paesello è una piazza d'armi. Il mio angolo cottura ne sarebbe stato sommerso o giù di lì.
Ciò spiega perché dal chilo e sette abbondante di materia prima il risultato sia una ciotola scarsa. Però, visto il sapore, ne è valsa la pena.
I cardune a casa mia si fanno in due modi: o in zuppa, il che prevede realizzazione a parte di brodo di carne e svariata quantità di polpettine grandi al massimo quanto un cece (cosa che spiega come mai detta zuppa si faccia solo una volta l'anno in occasione di Santo Stefano), oppure come contorno. Giacché per la prima è passata di gran lunga la data canonica e non da ultimo gradirei evitarvi un esaurimento nervoso nel caso folle vi voleste cimentare nella realizzazione della stessa, vado direttamente a proporvi la seconda opzione.
Ingredienti
un chilo e mezzo o più di cardune (o gobbi, o cardi, o come li si chiama nel vostro personale ombelico del mondo)
un paio di cucchiai d'olio o burro
50 grammi di parmigiano, o di più se vi garbano di sapore corposo
una crosta dello stesso cacio
Preparazione:
anzitutto preparate il piano di lavoro con adeguati strumenti, il che vi risparmierà un pianto dirotto al momento di pulire la cucina. Sul tavolo o sul piano di lavoro stendete adeguata quantità di carta di giornale e ponete sulla stessa una bacinella d'acqua addizionata con succo di limone per far sì che i cardi non si anneriscano. Poi munitevi di coltellino affilato e procedete come segue.
In primis, levate i fusti esterni che sono troppo duri. Staccate quindi man mano quelli più interni, e tagliateli per il lungo. Levate le eventuali foglie. Quindi, partendo dalla cima, intaccate un pezzetto della superficie e con santa pazienza tirate via la buccia con i filamenti, facendo attenzione a non straportavi appresso anche la parte interna: spero che la foto aiuti a illustrare il procedimento.
Continuate finché non avete tolto tutta la buccia, quindi fate il cardo ripulito a pezzi e mettete gli stessi nell'acqua acidulata. Proseguite finché non avete esaurito la materia prima, rassegnandovi al fatto che alla fine di ciò sarete esauriti pure voi. Quindi tirate il fiato, avvolgete gli scarti nella carta di giornale e buttateli così in una botta sola nel rusco. Vi sentirete molto meglio.A questo punto siete pronti per lessare i cardi. Metteteli in una pentola che li contenga comodamente, aggiungete un par di bicchieri d'acqua e fateli sobbollire finché non sono al dente.
Fatto ciò scolateli, metteteli da parte, e nella pentola stessa che avrete preventivamente risciaquato mettete l'olio o burro e riponete sul fornelli. Quando il grasso prescelto si è riscaldato, buttate in tegame i cardoni, mescolate un tot finché non si sono bene impregnati, quindi aggiungete la crosta di parmigiano tagliata a pezzetti e coprite con il coperchio di vetro. Lasciate a fuoco minimo per una decina di minuti, il che sarà sufficiente per far ammorbidire il cacio. In ultimo aggiungete il parmigiano grattugiato, date un'ultima mescolata e portate in tavola.Quindi, assieme a chi mangia con voi, assaggiate il frutto della vostra fatica. Se non avete mai avuto modo di provare i cardi, scoprirete che hanno un delicatissimo sapore simile al carciofo ma assai più ricco di sfumature, che si sposa eccellentemente con il formaggio e vi darà grandissima soddisfazione. Se già li conoscete, concorderete con me che cucinati a questo modo è la morte loro. E se come me siete sanniti e dovete subire l'ordalia della zuppa di Santo Stefano, converrete che, per gustare cotanta delizia, val la pena darsi del tu con i temibili cardune anche più di una volta l'anno.
martedì 9 marzo 2010
Pollo con limone e zenzero fresco
Sera inoltrata. Rumore di chiavi nella toppa della porta d'ingresso."Bentornato tesoro mio! Tutto ok?"
"Tutto bene amo-rasciòòòòòòm!!!"
Quando l'amato bene saluta esplodendo in uno starnuto che potrebbe senza difficoltà abbattere un menhir, con cavolo che va bene. Del resto con il gelo di codesti giorni un'infreddatura è sempre in agguato. Soprattutto se il succitato amato bene si ostina a non voler uscire con sciarpa e cappello, ma questo fra parentesi. Dopo starnuto siffatto, è inutile recriminare: è piuttosto il caso di spedire il compagno di casa e di vita a togliersi di dosso il vestito da cassamortaro che gli tocca indossare per lavoro, e approntare una pietanzella che abbia il doppio scopo di essere buona e, magari, anche di contrastare il raffreddore. Ad esempio quella che vi propongo oggi, la quale grazie all'azione combinata di limone e zenzero fresco è uno sturanaso senza pari.
Ingredienti:
tre etti abbondanti di petto di pollo
un limone (va bene anche non freschissimo, purché sia rimasto bello sugoso all'interno)
un pezzo di radice di zenzero grande quanto un pollice, o anche di più se vi garba
Preparazione:
tagliate il petto di pollo in pezzi di grandezza media avendo cura di eliminare l'eventuale osso centrale (che va giù per il secchio) e grassetti e filamenti (che invece andranno messi da parte per i micini del quartiere). Fatto ciò tagliate a metà il limone, spremetelo sul pollo, fate a pezzetti la buccia e aggiungetela alla terrina con la ciccia. Quindi sbucciate lo zenzero, grattugiatelo e aggiungete pure lui. Date una mescolata e lasciate riposare per un quarticello d'ora, se una mezz'ora è meglio.
Mentre il pollo si sta beatamente marinando potete cogliere l'occasione per dare una mano all'amato bene che, tapinello, quasi si impicca nel tentativo di togliersi la cravatta con le mani irrigidite dal freddo e sta affannosamente cercando il pigiama ripetendo con voce raffreddata alla Paperino eppure era qui, ne son sicuro, ma che fine avrà fatto. Voi evitate di fargli notare che se non è lì sicuramente l'ha lasciato appeso come è per lui consueto ad apposito gancio nel bagno: sarebbe come sparare sulla croce rossa, pertanto per una volta andate a prenderlo voi e non burlatevi della sua faccia perplessa quando glielo presentate.Fra cravatte riottose e pigiami scomparsi, sarà trascorso il tempo sufficiente perché il pollastro si sia marinato per benino: acchiappate una padella, mettetela su fuoco assai vivace e buttateci dentro il pollo da cui avrete preventivamente eliminato i pezzi di buccia di limone e gli eventuali semi.
Vi ci vorranno cinque minuti scarsi per approntarlo, visto che la marinatura ha già provveduto a cuocerlo quasi del tutto dandogli un fascinoso colorito da divo del muto: saggiate un pezzo di ciccia più spesso degli altri, constatatene la cottura e, se vi soddisfa, portate il tutto ben fumante in tavola al raffreddato affamato, magari assieme a una ciotola di minestrone bollente.
Vedrete che entro la fine della cena i rasciòm saranno diventati un ricordo, e l'amato bene non avrà più la voce da Paperino. Vi farà pertanto i complimenti con la sua consueta voce per un piatto sì buono, con la raccomandazione di aumentarne la quantità la prossima volta perché soli tre etti saran sufficienti contro il raffreddore, ma non per l'appetito di un buongustaio quale lui è.
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