venerdì 19 marzo 2010

San Giuseppe: bignè alla crema

Questa ricetta è semplicissima, di grande soddisfazione, e riesce sempre: se pertanto voleste preparare un bel vassoio di saporiti bignè per festeggiare come si confà il vostro babbino, sappiate che in poco più di un paio d'ore ve la caverete benissimo. Vi propongo pertanto il procedimento come suggerito dalla zia Lella (la quale lo apprese dalla zia Gemma, gran maestra di dolci squisiti) e con una dedica a tutti i babbi: il mio in primis, ma anche tutti i papà che conosco di persona o via Web, giovani e meno giovani, mono o bi o polibabbi, con cuccioli grandi e piccini, provetti cucinieri o disastri ai fornelli. E un pensiero speciale ai papà che non ci sono più, eppure ci sono ancora, perché come dice il mio amico Agostino (anche lui un babbo), le persone non vanno, sono.
Ma procediamo con ordine. La dose che vi propongo vi consentirà di fare una ventina di bignè ben pasciuti: se avete babbo e familiari golosi, raddoppiate pure che non fate un soldino di danno.

Ingredienti:
250 grammi d'acqua
80 grammi di burro
150 grammi abbondanti di farina
3 uova grandi
un cucchiaio di zucchero, se impalpabile è meglio
un pizzico di sale
una punta di cucchiaio di lievito per dolci
crema pasticcera per farcire

Preparazione:
vi consiglio di fare prima la crema (doppia quantità rispetto a quella che trovate nella ricetta cliccando sul link qui sopra), così vi portate avanti con il lavoro e si può lasciarla raffreddare come si confà prima dell'impiego. Quindi datevi del tu con il resto.
In una capace casseruola antiaderente mettete l'acqua, il burro e il sale e fate scaldare a fuoco medio: quando accenna il bollore, giù la farina tutta di un colpo. Mescolate con gagliardìa impiegando il fedele cucchiaio di legno e visto che ci siete aggiungete pure lo zucchero. Quando tutto si è ben incorporato, tirate via dal fuoco, fate raffreddare e nel mentre che ciò accade aggiungete pure la puntina di lievito sempre mescolando assai bene.
Non appena il composto è freddo, è arrivato il turno delle uova: aggiungetele una a una, mescolando stavolta con le manuzze sante perché il composto è alquanto appiccicaticcio e la cucchiarella difficilmente potrebbe domarlo. Immaginate che la vostra mano sia un braccio impastatore meccanico, e muovetela nel composto imprimendole una rotazione: vedrete che alla fine vi verrà un impasto da visibilio, tutto bello liscio come seta.
Riscaldate quindi il forno a 250° (sì, deve essere bello rovente), rivestite una bella placca con carta da forno e metteteci dei mucchietti di impasto ben distanziati fra loro: fateli grandini ma non troppo, sennò c'è il rischio che il bignè non si cuocia all'interno.Metteteli quindi in forno e state lì a guardare: vedrete che i mucchietti si gonfiano allegramente, arrivando persino a ribaltarsi. E ciò è il segnale di un bignè ben riuscito, per cui fatevi i complimenti e datevi una pacca sulla spalla.
Dopo una ventina di minuti o giù di lì sfornate i bignè ben cotti e fateli raffreddare per bene. Quindi armatevi di siringa da pasticcere e facendo con la stessa un buco sotto ciascun bignè farciteli di crema pasticcera. Completate con una bella spolverata di zucchero a velo, e presentate con giusto orgoglio il vassoio al babbo e ai vari commensali: i quali babbo e commensali, statene certi, apprezzeranno assai.
Con la stessa pasta base di possono ovviamente realizzare tutti i tipi di bignè per le più diverse preparazioni, ma su ciò tornerò un'altra volta: con quelli di San Giuseppe avete dato certamente il meglio di voi, per cui è giusto che vi riposiate, festeggiate in allegria e passiate uno splendido finesettimana. Cosa, per inciso, che ho tutta l'intenzione di fare anch'io. Buon weekend :)

giovedì 18 marzo 2010

'A pezzente (zuppa di legumi misti)

Oggi al mio paese è tutto un ribollire di pignatte di coccio sulla brace del camino: la vigilia di San Giuseppe è infatti dedicata alla preparazione della pezzente, che come rivela il suo nome è una zuppa povera, e in antico proprio ai poveri era destinata. E' ricchissima di legumi, il che sottointende parecchi carboidrati che danno una bella schicchera di energia e la garanzia di riempirsi la pancia come si deve, cose fondamentali per chi fatichi a mettere insieme il pranzo con la cena: soprattutto, è tanto semplice quanto buona. Ci sono tutti i legumi tipici del mio Sannio, fra cui le cicerchie che, con mia soddisfazione, stanno vivendo una nuova stagione di apprezzamento, e poi fave, ceci, fagioli, piselli: la versione che vedete qui ritratta (gentile omaggio della zia Lella, ovviamente) ha in più una manciata di lenticchie, usate per dare un po' di colore a una pietanza che per sua natura è piuttosto pallida.

Ingredienti:
fave, cicerchie, piselli, ceci, fagioli, piselli, tutti nella versione secca (e per chi gradisce, anche lenticchie), in quantità di circa 20 grammi per ospite di ciascun legume
olio extravergine di oliva
fette di pane

Preparazione:
mettete a bagno per una mezza giornata almeno i vari legumi, avendo cura di aggiungere un pizzichino di bicarbonato nell'acqua di ceci, fave e fagioli. Dopo ciò, scolate bene e rilavate sotto l'acqua corrente. Mettete quindi i legumi in pentola (la tradizione vorrebbe una pignatta, rigorosamente di coccio, per ciascun legume: voi impiegate un tegame solo, avendo l'accortezza però di cuocere a parte i ceci che tendenzialmente sono più tosti), versate tanta acqua quanto basta a coprirli e fateli cuocere a lungo a fuoco basso, condendo con un pizzico di sale.
Quando i legumi sono cotti, in un'altra pentola fate scaldare qualche cucchiaio d'olio con uno spicchio d'aglio, quindi togliete lo spicchio e lasciare raffreddare. Avvenuto ciò buttate nella pentola i legumi precedentemente scolati, ripassateli a fuoco vivace e aggiungete in ultimo un tot di acqua, da calcolare in base alla quantità di materia prima, in modo che la zuppa diventi un po' liquida.
Fate cuocere un quarticello d'ora, quindi spegnete il fuoco e servite la zuppa avendo cura di mettere in ciascun piatto due fellucce di pane (da noi si usa quello fresco fatto proprio in occasione di San Giuseppe, ma quello raffermo che si imbeve per benino del sughetto mi pare prospettiva da leccarsi i baffi) e di condire con ulteriore filino d'olio stavolta a crudo. Poi mettetevi a mangiare, e vedrete se la 'a pezzente non si rivela un piatto non da povero ma da re.
Io già pregusto quella che verrà servita al paese domani. Sono infatti in partenza: ma grazie ai prodigi della tecnica moderna, domani troverete un bel post che vi svelerà tutti i segreti dei bignè alla crema che la mia famigliola da sempre prepara per il San Giuseppe. Saluti e baci.

mercoledì 17 marzo 2010

Carciofi fritti

Se anche voi avete la fortuna di vivere una località dove adesso i carciofi vi vengono tirati in faccia a mazzi (in senso metaforico, giacché ho ragione di supporre che beccarsi in viso un bouquet di romaneschi o violetti faccia un discreto male), è arrivato il momento di darvi del tu con un contorno che delizia sempre gli appassionati di questo eccellente ortaggio: il quale contorno è semplicissimo da fare, e nel caso decidiate di fare a Pasqua il consueto agnello sarà accompagnamento prelibato per lo stesso. Nulla osta ovviamente a fare i carciofi prima e dopo la ricorrenza: sono così buoni e invitanti che l'unico problema sarà l'ingordigia dei commensali, i quali si lagneranno che i succitati hanno un solo difetto, quello di essere troppo pochi. Ma veniamo al dunque.

Ingredienti:
cinque o sei bei carciofi del tipo che più vi garba (io suggerisco il violetto)
un uovo
due cucchiai di farina più un altro po'
un limone per evitare che i succitati carciofi si anneriscano
olio per friggere

Preparazione:
con santa pazienza (e magari facendovi aiutare da quel santo che eventualmente alberga insieme a voi) date una bella pulita ai pungenti fiorelloni seguendo le istruzioni qui riportate, quindi tagliateli a spicchi avendo cura di lasciarci un cinque centimetri di gambo - non buttate il resto, bensì scortecciatelo, tagliatelo a rondelle e surgelatelo: sarà ideale ingrediente per un risottino di verdure miste - e lasciateli a bagno in acqua acidulata con limone. Mentre loro stanno a mollo preparate una pastella con due cucchiai di farina e tanta acqua quanto serve a fare un composto semiliquido, quindi rompete l'uovo e sbattetelo per bene e in ultimo acconciate un piattino con dentro un altro pugno di farina.
Prendete quindi una bella padella, metteteci olio quanto basta e fate scaldare lo stesso a fuoco medio. Quando è ben caldo (i cuochi di vecchi stampo, ho scoperto anni fa leggendo un bel libro, usano il trucco di sputare nella padella per saggiare la temperatura; io più sobriamente uso quello della zia Lella che consiste nel mettere nell'olio un cucchiaino di pastella e vedere il risultato), fate quanto segue: acchiappate un quarto di carciofo e rotolatelo in sequenza prima nella farina, poi nell'uovo sbattuto, infine nella pastella, e buttatelo in padella con abile gesto. Il carciofo in capo a breve diventerà tutto bello dorato, cosa che voi aiuterete girandolo con la forchetta. Se vi piace il risultato, il che vuol dire che l'olio è alla temperatura ideale, mettetene in padella quattro o cinque a botta preparati come sopra descritto (non di più, sennò l'olio si raffredda e siamo da capo a dodici) e proseguite allegramente, mettendo i carciofi fritti a scolare su un bel piattone debitamente foderato di carta da cucina che assorbirà l'unto in eccesso.
Una volta che avete terminato, fate scivolare con mossa elegante il contenuto del piatto in un bel vassoio di portata rigorosamente in vetro o coccio e portate in tavola il fritto bollente: e se vedete che gli occhi dei commensali diventano grandi come paioli in pefetto stile fiaba russa, non spaventatevi perché è normale, come è normale che si avventino sul vassoio come pirati all'arrembaggio.
Giacché non tutti abbiamo l'occasione di romperci le balle appresso ai fornelli per fare il fritto perfetto (e soprattutto se abbiamo ospiti affezionati è certo che preferiranno averci con loro a tavola anziché in cucina a sorvegliare padelle), la zia Lella suggerisce un suo trucco che sempre riesce: mentre ancora state friggendo accendete il forno, fatelo scaldare al minimo, quindi spegnete e mettete al caldo il vassoio carciofato. Il fritto si manterrà alla giusta temperatura per almeno una ventina di minuti, che voi potrete impiegare piacevolmente per conversare con i commensali e, non da ultimo, mangiarvi antipasto e primo in santa pace.

martedì 16 marzo 2010

Timballo di riso, melanzane e scamorza affumicata

Qualche sera fa Pilù mia (che per inciso, lo dico a uso dei lettori non abituali, è mia sorella ed è nota per il suo sbilenco stile di guida nonché per un altrettanto sbilenco sense of humour) ha ben pensato di omaggiare me e il compagno di casa e di vita con una graziosa pirofila monoporzione. "Mi dispiace, ma di materia prima era avanzata giusto questa, riuscirete a malapena ad avere un assaggio a testa. Quando arrivi a casa mettila direttamente nel forno per una ventina di minuti e fammi sapere."
Io ho seguito scrupolosamente le istruzioni, sfornando dopo venti minuti il tortino che aveva invaso la casa di un profumo da svenimento. A seguire si è svolto l'equivalente di un match di rubgy fra me e l'amato bene, che ci siano contesi fino all'ultimo chicco di riso impiegando quali armi le forchette e tutta una serie di occhiatacce ben assestate. Infine, mia sorella si è vista arrivare da parte mia un SMS con un chant da hooligan che ripeteva "RI-CE-TTA! RI-CE-TTA!"
Detta ricetta mi è giunta a stretto giro, con la notazione "mi stramalediranno in molti: ci vuole un'eternità e la cucina si riduce a una trincea". Non so se sia così, ma visto il risultato credetemi: ne vale la pena.
Lascio ora la parola a Pilù mia, riportando fedelmente quanto scritto da essa medesima: enjoy!

"Ecco una ricetta in doppia versione: quella delle feste e quella da tutti i giorni, con gli stessi ingredienti. A chi cucina la scelta fra l’una o l’altra, decidendo che anche un giorno qualsiasi può essere una festa, ma in questo caso si dovrà mettere in conto un’oretta in più per la preparazione.

Per la ricetta delle feste
Ingredienti (per 4 persone):
due bicchieri rasi di riso Carnaroli o Arborio
mezzo litro di besciamella (oppure due scatolette già pronte da 200 ml o una da 500 ml)
una scamorza affumicata
una grossa melanzana dalla quale si possano ricavare una decina di fette rotonde del diametro di circa 7-8 cm
120 grammi di prosciutto di Praga o prosciutto cotto arrosto o alle erbe, affettato non troppo sottile
parmigiano grattugiato in quantità
quattro magici cubetti di Pilù (nota di Jessie: se vi chiedete di che si tratta, sappiate che sono cosa benedetta nel caso tocchi fare un soffritto correndo come inseguiti dal drago, e di cui vi parlerò prossimamente) oppure due cucchiai di un trito finissimo di cipolla, carota e sedano
burro
pangrattato
sale
olio extravergine d’oliva
burro
mezzo cubetto di dado da brodo o una puntina di estratto di carne Liebig
peperoncino macinato e noce moscata, se piacciono
(consigliabile disporre di uno stampo da plumcake per una piacevole presentazione del timballo)

Preparazione:
lavate la melanzana, tagliatela a fette rotonde alte poco meno di un dito e sistemate le rondelle in una capace terrina, coprendole con acqua tiepida cui avrete aggiunto un buon cucchiaio di sale grosso, mescolando per farlo sciogliere. Mentre la melanzana perde l’amaro, lessate il riso (meglio se in una grossa casseruola antiaderente) aggiungendo all’acqua un po’ di sale e il dado o l’estratto di carne; va scolato quando è al dente.
Nel frattempo, se non vi siete già confusi tra melanzane e riso perdendo d’occhio il timer, sciacquate e asciugate con cura la scamorza, fatene una metà alla julienne con la grattugia apposita e tagliate l’altra metà a cubettini da circa mezzo cm di lato, servendovi di un tagliere; poi tagliate a striscioline le fette di prosciutto. Tenete da parte il tutto in una capace terrina (se vi sembra di aver già letto le ultime tre parole, avete ragione: la mia cucina, di solito, richiede molte capaci terrine).
A questo punto il riso sarà cotto: scolatelo, previo assaggio, e lasciatelo freddare nella pentola dopo averlo mantecato con abbondante parmigiano grattugiato, circa 250 ml di besciamella e una spolveratina di noce moscata.
Scolate con cura le melanzane e tamponate le fettine una per una con un canovaccio pulito, togliendo quanta più acqua possibile; tenete da parte le otto-dieci rondelle più grandi e tagliate le altre a cubetti. Mettete a scaldare l’olio in una grande padella, friggete le fette rotonde di melanzana (sono pronte quando cominciano a mostrare su ambo i lati delle chiazze marroncine) e poi lasciatele asciugare su un piatto con carta da cucina.
Nella stessa padella, da pulire con un altro po’ di carta da cucina per eliminare il resto dell’olio della frittura, rimettete altro olio senza lesinare troppo, fate disfare i magici cubetti o il trito e poi fate stufare i dadini di melanzana per una ventina di minuti a fuoco medio, girando di tanto in tanto per una cottura uniforme e aggiungendo eventualmente un po’ di peperoncino (proprio poco, se molto piccante).
Tranquilli, siete un pezzo avanti: riso mantecato che si fredda, scamorza e prosciutto tagliati, fette di melanzana che scolano, dadini di melanzana che cuociono. Allora prendete uno stampo da plumcake, ungetelo accuratamente con olio o burro e cospargetelo con abbondante pangrattato, gettando quello che resta nella padella con i dadini. Poi tamponate ancora le fette di melanzana con carta da cucina e rivestite il fondo dello stampo avendo cura di non lasciare spazi vuoti. Ora, lavorando il riso con le mani, ricoprite accuratamente tutta la superficie interna dello stampo con uno strato dello spessore di un dito abbondante, sempre senza lasciare buchi. Accendete intanto il forno a 220°C, o alla temperatura che sapete migliore per far fare la crosticina a pizze rustiche e sformati.
Intanto i dadini di melanzana dovrebbero essere cotti, cioè di un bel colore bruno-dorato: fateli freddare per una decina di minuti (intanto, che diamine, potreste pure apparecchiare) e poi mescolateli con cura alla scamorza e al prosciutto, aggiungendo circa 250 ml di besciamella, qualche fiocchetto di burro e una spolverata di parmigiano. Preparato così il ripieno del timballo, riempiteci con cura lo stampo pressando un po’ e arrivando a circa un dito dal bordo, e infine chiudete con il riso rimasto. Infornate e fate cuocere per una mezz’ora abbondante, o fino a quando si è formata una bella crosticina. Lasciate intiepidire, meglio se all’aperto in una serata fesca e ventosa, e poi sformate su un piatto rettangolare o su un tagliere (le fette rotonde di melanzana avranno formato un bel motivo a tovaglietta; se vi sembrano troppo unte, tamponate ancora con carta da cucina). Servite a fette passando a parte, se volete, besciamella calda e parmigiano.

Per la ricetta di tutti i giorni
Tutto o quasi come sopra, ma con la suddetta ora in meno di preparazione visto che non ci sono il passaggio obbligato nel forno e il successivo raffreddamento del timballo, a meno che non vogliate fare comunque un piccolo sformato (nel qual caso non dimenticate il solito passaggio burro-pangrattato per la teglia).
In breve, mescolate delicatamente a fuoco bassissimo in una grossa casseruola il riso mantecato, la scamorza a julienne (non i dadini, non si scioglierebbero), il prosciutto a striscioline, i cubetti di melanzana stufati e la besciamella, servendo subito con parmigiano a parte.
Per abbreviare i tempi, un trucco: preparate le melanzane il giorno prima tenendole in frigo sino al momento di adoperarle, e fate tagliare scamorza e prosciutto da qualcun altro. Quanto ad apparecchiare, svicolate elegantemente con la scusa di aprire il vino (Franciacorta o Valpolicella)."

Io e l'amato bene siamo astemi, sicché abbiamo sostituito il pregiato vinello con un boccione di cocacola. E prima che qualcuno di voi ululi dal ribrezzo, ribadisco che fu scelta saggia: perché il timballo è squisito sì, ma non esattamente leggerissimo, e un piccolo aiuto per la digestione è stato quantomai adatto all'uopo. Proprio per la sua natura, il capolavoro gastronomico di Pilù può offrirvi eccellente scusa, nel caso di ospiti, per servire in tavola esso solo con a seguire un'insalatina e uno a scelta fra i vostri dessert: farete felicissimi i vostri commensali, e sarete felicissimi anche voi perché i piatti e le terrine da lavare sono già così in misura bastevole per tramutarvi in Lisistrate della gastronomia.

lunedì 15 marzo 2010

Maccarune c'a meglìche (maccheroni con la mollica)

Questo è un piatto che più tipico non si potrebbe: e come tutti i piatti tipici, è legato a una ricorrenza, nello specifico a San Giuseppe. Al paese mio nei giorni precedenti il 19 marzo è tutto un cuocere di pagnotte su pagnotte onde ricavarne la mollica, ingrediente fondamentale per prepararlo. Oltre alle forme di pane, in alcune case c'è poi ben altro preparare: sono quelle in cui a San Giuseppe viene dedicata una festa per grazia ricevuta con tutti gli onori, la quale segue un preciso rituale. In un angolo della stanza più grande viene allestito un altarino, che oltre a recare l'immagine del santo viene ricoperto di fiori, sia di carta che freschi, e di prodotti della terra. Al calore della brace vengono cotte lentamente enormi pignatte di legumi che serviranno per preparare 'a pezzènte, una zuppa che per tradizione si distribuisce ai poveri. In onore di San Giuseppe vengono poi preparate tredici portate, che il 19 marzo verranno messe su due tavole in una precisa successione: arance condite con zucchero e olio di oliva, composta di sottaceti misti, fagioli, ceci, piselli, cicerchie, fave, granchi di fiume, lumache, scherpelle (pasta di pane fritta in forma di bastone e condita con sale o zucchero), baccalà gratinato, verdure e da ultimo i maccheroni con la mollica. Nella preparazione del tutto, chi organizza il San Giuseppe non è solo: vicini e paesani aiutano nel sistemare la casa o approntare le vivande, e la sera della vigilia ci si raccoglie tutti insieme intorno all'altarino. Con l'accompagnamento della fisarmonica vengono intonate 'i tenìje, ovvero le litanie: una serie di invocazioni su una musica molto semplice, ma di grande effetto.
Il 19 marzo a partire dal mattino è festa grande. Al primo tavolo siederanno personaggi simbolici: il Vecchio e la Vecchia, per rappresentare i quali vengono prescelte persone anziane o notabili del paese, e gli Angioletti interpretati dai bambini; al secondo possono sedersi gli ospiti, ovvero tutti coloro che verranno a visitare la casa. Prima di sedersi, si pronuncia il saluto "Gessemmarìe", ovvero "Gesù e Maria": è il modo canonico di ringraziare il santo per tutto il ben di dio che c'è in tavola.
Un tempo erano moltissime le famiglie che organizzavano il San Giuseppe, e tutto il paese partecipava. Zia Lella da piccola ha fatto l'Angelo tante volte, e ricordava che la mattina della ricorrenza andava nell'orto del nonno a raccogliere le violette da appuntare sul vestito bianco. Era una delle poche occasioni in cui si poteva mangiare a sazietà, e anche bere: era poco consigliabile per le signore andare in giro per la strada dopo una cert'ora, perché c'era sempre il rischio di incontrare gruppi di ubriachi. Una specie di carnevale agreste, a modo suo, un giorno in cui c'era licenza di riempirsi la pancia. Non è un caso se, giacché la società agricola sta oramai tirando gli ultimi, anche il San Giuseppe sta sparendo. Il che per me, e ancor più per mia sorella che sulla festa ha fatto la sua tesi di laurea, è un gran dispiacere.
Fortunatamente non siamo le sole a dispiacerci. I ragazzi del paese hanno deciso che la tradizione non la si doveva lasciar morire: e quest'anno hanno quindi pensato di preparare un San Giuseppe collettivo. Sono mesi che ci lavorano, preparando il pane, andando in giro per la questua, costruendo un grande camino. E visto che, grazie al cielo, siamo nell'era di Internet, possono mettere a parte dei loro sforzi direttamente online anche coloro che sono andati ad abitare altrove.
Anche qui nell'Urbe la mia famiglia festeggia il 19 marzo, e lo fa ovviamente con i maccarune c'a meglìche. E' una pietanza che può lasciare perplessi coloro che non vi sono stati accostati fin da quando erano piccoli: non a caso io e mio padre ne andiamo matti, mentre mia madre a malapena accetta di assaggiarne una forchettata, fiutando con malcelato sospetto gli aromi dolci che salgono dai maccheroni. Non so pertanto se la ricetta potrà interessare chi legge: ma la dedico a tutti i conterranei, ancora residenti in paese, e ancor più a quelli che come me sono andati via. La dedico in particolare a Vincent, con l'augurio che l'anno prossimo possiamo mangiarla assieme.

Ingredienti per due persone:
un etto abbondante di mollica di pane fresco
un cucchiaino raso di sale
altrettanto di zucchero
tre o quattro cucchiai d'olio d'oliva
una manciata di uva passa
cinque o sei chiodi di garofano
un etto e mezzo di vermicelli bucati (oppure di spaghetti)

Preparazione:
per prima cosa preparate la mollica, strofinandola fra le mani fino a ridurla in minutissime briciole: alla fine dovrà risultare sottilissima, e la si lascerà riposare in una ciotola in attesa dell'impiego.
Si prende quindi una capace padella e la si mette sul fuoco basso con l'olio, facendolo scaldare appena. Nell'attesa si provvede a triturare fra le mani i chiodi di garofano, in modo da ridurli in polvere.
Quando l'olio si è scaldato ci si versano in successione la mollica, il sale, l'uva passa, lo zucchero e i chiodi di garofano, facendo insaporire il tutto finché non diventa ben dorato.
In un paiolo di stagno si mette quindi a bollire l'acqua dove verranno cotti i vermicelli o spaghetti, che verranno scolati quando sono al dente: la pasta va quindi versata nella padella con la mollica, in modo che si insaporisca bene. La tradizione comanda che i vermicelli vengano conditi direttamente con le mani, ma chi non è abituato è meglio che eviti il rischio di ustionarsi, pertanto impieghi pure una forchetta o una cucchiarella.
I maccarune c'a meglìche si possono mangiare fumanti, ma sono squisiti anche freddi. E' così che spesse volte capita di gustarli al paese, dove di casa in casa vengono recapitati per devozione piatti e piatti di pasta. Per accompagnarli, niente di meglio di un bicchiere di vino rustico: la pasta con la mollica è un piatto povero e non vuole smancerie.
Io quest'anno, fatti salvi i soliti imprevisti, alla data canonica li mangerò nel mio Sannio. Con l'occasione penso che chiederò una grazia a San Giuseppe. Ci sono tante donne del paese che possono testimoniare che è un gran santo, e che è sempre pronto ad ascoltare. Così, si spera, l'anno prossimo i maccheroni li mangeremo Vincent, io e gli altri. Tutti assieme, come dovrebbe essere, e come mi auguro sarà.
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