domenica 25 ottobre 2009

Dolcetto? No, scherzetto

Halloween quest'anno è arrivato in anticipo, almeno per me.
Sarà che è un po' che non faccio dolcetti.
Pertanto, quale scherzetto non poteva che arrivare un ameno colpo della strega.
Almeno per solidarietà femminile poteva essere più clemente.
Temo che resterò lontana dai fornelli e dal pc per un po'.
Spero di tornare in piedi per il 31 ottobre.
Così investo la strega con una scarica di pepatelli al miele caldi caldi di forno, e a dolcetti e scherzetti siamo pari e patta. Tiè.

venerdì 23 ottobre 2009

Riso e fagioli neri della zia messicana

L'amato bene ha la pazienza, se impegni e studi permettono, di seguirmi nelle mie scorribande gastronomiche che generalmente prevedono tour de force in tutti i mercati della Capitale alla ricerca di ingredienti improbabili quali cavolo nero, cicerchie, mele limoncelle, curcuma in polvere e altre amenità da acquistare previa contrattazione con il venditore in dialetto stretto oppure in urdu. Va detto che la pazienza non gli difetta e che spesso è lui a fornirmi utili suggerimenti: uno degli ultimi utili suggerimenti ha fatto sì che siamo usciti da un negozietto nei dintorni di Piazza Vittorio, la chinatown dell'Urbe, carichi di granaglie, spezie e prelibatezze varie.
Fra gli acquisti c'erano mezzo chilo di fagioli neri, che sono rimasti a ronfare in dispensa per un bel po' finché non ho avuto la mala pensata di cucinarli secondo i consigli datimi da Elsa, la zia messicana che risiede per un terzo dell'anno a Mazatlàn, per un altro terzo a Los Angeles dove si spupazza il nipotame e per un altro terzo al paesello.
La pensata in realtà sarebbe stata ottima, se non fosse stato per l'entusiasmo eccessivo che caratterizza la sottoscritta. La quale, tutta allegra alla vista dei legumi, ha ben pensato: massì, mettiamoli a bagno tutti. E il giorno dopo, ovviamente, si è trovata con una quantità di materia prima più che doppia rispetto a quella di partenza.
Le dosi, di conseguenza, sono per così dire massicce. Ma il risultato è assai appetitoso, e vi offrirà il vantaggio di poter sfamare con poca fatica una pletora di invitati.

Ingredienti:
mezzo chilo di fagioli neri
350 grammi di riso a chicco lungo o parboiled
un piccolo peperone rosso
un peperoncino verde dolce, di quelli che al paese mio son detti friarielli
qualche rondella di sedano
due grosse cipolle bianche
tre spicchi d'aglio
un peperoncino piccante secco
una manciata di origano
una punta di cucchiaio di cumino
due cucchiai d'olio

Preparazione:
lasciate a bagno i fagioli neri per cinque o sei ore, poidiché scolateli e metteteli a cuocere a fuoco lento con il sedano e i peperoni tagliati a pezzi in una pentola antiaderente e munita di coperchio di vetro (vi basterà un bicchiere d'acqua scarso, badando di tener coperto il tegame).
Quando i fagioli sono a metà cottura, in una capace padella antiaderente mettete a stufare la cipolla tagliata, l'aglio privato del germoglio e tritato, il peperoncino in pezzi, l'origano e il cumino con i due cucchiai d'olio.Quando la cipolla si è appena imbiondita, con abile mossa rovesciate il contenuto della padella dentro la pignatta dei fagioli. Voilà!
Date quindi una bella mescolata, rimettete il coperchio e fate cuocere finché i fagioli sono morbidi.
Nel frattempo cuocete il riso con il solito sistema: pentola antiaderente, doppia quantità d'acqua rispetto al peso del riso, coperchio di vetro e fuoco lento finché i chicchi non hanno assorbito tutta l'acqua.
Poidiché, in un bel piatto di portata mettete da un lato il riso, dall'altro i fagioli, e ammannite agli invitati affamati, badando a conservarne una porzione per voi e l'amato bene giacché, il giorno dopo, sono ancora più buoni.
Se le cose sono andate come si confà, i fagioli saranno piccanti quanto l'inferno e i commensali sbaferanno tutto con goduria, innaffiando con vino rosso. E difficilmente vi chiederanno da mangiare altro che non sia un dolce, magari quei biscotti con le mandorle che sono uno dei vostri cavalli di battaglia e che sono tanto buoni da pucciare nel passito.
Il che vi darà il sommo piacere, a fine pasto, di rigovernare piatti e pentole con un allegro sottofondo di avvinazzati che sciorinano tutto il repertorio latinoamericano da La cucaracha a Tres delinquentes.
Se poi i vicini tozzolano alla porta per protestare, scatenategli addosso i suddetti avvinazzati al grido di "Viva Zapata".
E godetevi lo spettacolo, prima di tornare all'acquaio.

mercoledì 21 ottobre 2009

Scarola 'mbuttunata

Questo piatto è uno dei cavalli di battaglia di mia nonna paterna, che ne ha trasmesso la ricetta alla oramai leggendaria zia Lella. La quale zia, ogni tanto, me ne omaggia in modo che la sottoscritta, a suo dire, non perda tempo ai fornelli.
Ma io amo perdere tempo ai fornelli. Pertanto ne ho chiesto la ricetta, e non appena ho trovato due scarole comme il faut al mercatino dietro caso ho provveduto ad approntarla.
Ho avuto conferma che è squisita, e che la sua preparazione è alla portata anche di chi, come me, con pentole e padelle si da a malapena del tu. Purché abbia a disposizione un collaboratore che presti il suo aiuto in un determinato passaggio, altrimenti si rischia di far volare il cespo di scarola per aria con tutto il suo ameno ripieno.
La versione che propongo non è quella campana, ben più ricca, bensì quella sannita, che denota la cronica difficoltà che i miei conterranei pativano in passato per mettere insieme il pranzo con la cena. Però, anche se meno lussuosa, è buona lo stesso, e per chi si guarda in cagnesco con la bilancia ha pure il vantaggio di scarse calorie.

Ingredienti:
due belle scarole (sceglietele il più possibile piccole)
tre spicchi d'aglio
una bella manciata di capperi sotto sale (non sotto aceto, vi prego)
una manciatina di olive nere
due cucchiai d'olio
spago da cucina

Preparazione:
tagliate la cima delle scarole e togliete le foglie esterne più durette, quindi passate i cespi sotto l'acqua corrente onde eliminare residui di terra, polvere & quant'altro e mettetele a scolare.
Tagliuzzate gli spicchi l'aglio dopo averne rimosso il germoglio, i capperi che avrete già sciacquato ben bene onde rimuoverne il sale in eccesso, e le olive nere. Mescolate il tutto in una ciotolina e lasciate insaporire un paio di minuti.
Acchiappate un cespo di scarola alla volta, apritelo con garbo in modo da accedere al centro e farcitelo con il trito.
Quindi chiamate l'aiutante: ne avrete bisogno.
Tagliate per ciascun cespo due pezzi di spago di lunghezza adeguata (ho calcolato una trentina di centimetri) e poggiateli su un piano, in modo che corrispondano più o meno all'altezza del centro e poco meno della cima del cespo. Con presa ferma prendete una scarola imbottita, poggiatela sugli spaghi, e tenendola chiusa fare annodare all'altezza prescritta i succitati spaghi all'assistente; ripetete quindi l'operazione con l'altra scarola, e mettete entrambe in una pentola antiaderente dove aspettano in paziente attesa i due cucchiai d'olio e il terzo spicchio d'aglio affettato in quattro.
Se non avete l'assistente, preparatevi a litigare un bel po' con le scarole che sgusciano da tutte le parti mentre tentate pietosamente di legarle e con il ripieno che vola per aria. Se non volete litigare, mettetele in pentola così come sono, ma sappiate che in cottura si sbracano (fa lo stesso: l'estetica, quando si sta lottando con i secondi per preparare la cena, è un optional).
Accendete la fiamma avendo cura di tenerla bassissima e mettete sulla pentola il fido coperchio di vetro. Quando l'olio comincia a sfrigolare, aspettate un po' e quindi con l'aiuto del cucchiaio di legno rigirate la scarola, che nel frattempo si sarà già stufata quel tanto che basta a farvi compiere l'operazione senza santioni.
Fate cuocere sempre a fuoco minimo finché le scarole non si sono appassite, avendo cura di rigirarle di tanto in tanto.
Eliminate gli spaghi che risulterebbero alquanto indigesti e servitele come contorno a un bel secondo semplice, ad esempio hamburger fatti in casa come ho fatto io l'altra sera.
Farete contento il commensale, e sarete contenti voi, che avrete preparato la cena in mezz'ora scarsa.

martedì 20 ottobre 2009

Freddo, pussa via: farro e melanzane

"Tesoro mio, che bell'arietta che c'è fuori..."
Quando l'amato bene con il suo consueto understatement si lagna della temperatura, è segno che non c'è scampo: è arrivato ufficialmente il gelo.
Il che vuol dire che, con somma soddisfazione di chi cucina, è arrivato il momento di approntare risottini e zuppe bollenti senza più correre il rischio che il poveretto sudi a fontana.
Ho pertanto colto l'occasione per liberarmi del paio d'etti di farro che stavano a immestirsi in dispensa per approntargli una pietanza che gli ho servito ben bollente. Giacché, oltre a sciogliergli la patina di ghiaccio che aveva accumulato addosso aspettando l'autobus, gli è pure piaciuta parecchio, ve la propongo.

Ingredienti:
due etti circa di farro intero
due belle melanzane scure
uno spicchio d'aglio
due cucchiai d'olio

Preparazione:
lavate le melanzane, togliete il picciolo e tagliatele a tocchetti, provvedendo poi a spruzzarle di sale e a metterle nel colapasta per una mezz'oretta onde togliergli l'eventuale amaro (procedete, insomma, come se steste preparando delle melanzane a funghetto).
Nell'attesa, sciacquate il farro sotto il rubinetto e lasciatelo da parte.
Quando è passata la mezz'ora, sciacquate pure le melanzane e tamponatele con un canovaccio, oppure scrollatele ben bene nel colapasta.
Togliete il germoglio all'aglio, tritatelo con la grattugia (se avete lo spremiaglio meglio ancora, ovviamente) e mettetelo a soffriggere con i due cucchiai d'olio in una pentola antiaderente a fuoco bassissimo: non appena si è un po' colorito, buttate le melanzane in pentola, coprite col coperchio di vetro e lasciate cuocere sempre a fuoco bassissimo per una decina di minuti. Grazie alla fiamma minima, non sarà necessario aggiungere acqua; nel caso funesto che non disponiate di coperchio di vetro, anziché impiegare quei dieci minuti per farvi i fatti vostri date una controllata ogni tot e aggiungete acqua (poca, mi raccomando) se necessario.
Passati i dieci minuti, fate la prova forchetta: se i rebbi entrano nelle melanzane senza difficoltà, è arrivato il momento di procedere.
Alzate la fiamma, aggiungete il farro e fatelo insaporire per un minuto mescolando con il cucchiaio di legno. Versate quindi in pentola il doppio della quantità d'acqua rispetto al peso del farro, in cui avrete sciolto una presa di sale. Riabbassate la fiamma al minimo, rimettete il coperchio di vetro e lasciate cuocere per una ventina di minuti rimescolando di tanto in tanto, finché il farro non ha assorbito tutta l'acqua o quasi. Quando è pronto, tenete pure in caldo impiegando il coperchio: fra le tante virtù di questo cereale, purché di buona qualità, c'è quella di non spappolarsi.
Quando il vostro amato bene arriva esibendo una bella barba di ghiaccioli sotto il mento, aggiungete alla pietanza una spruzzatina di peperoncino se garba e portate in tavola.
Mangiate insieme all'amato/a la zuppa e osservate con tenerezza il suo naso che da viola porporino torna di colore normale.
E poi date un bacio su quel naso.
Vi parrà strano, ma così la pietanza diventerà più buona.

domenica 18 ottobre 2009

E' fatto strano ascoltare le Lescano?

I miei gusti musicali sono oggetto a turno di sospettosa curiosità o aperto ludibrio da parte di chi mi conosce.
La sospettosa curiosità è dovuta al fatto che, a parte i consueti classici pop e rock, ascolto cose a loro dire quantomeno singolari come misconosciuti gruppi post punk e new wave (fino a Joy Division ci arrivano, ma quando si tratta dei Passage oppure degli Orbidoig scuotono la testa anche i più fini cultori) oppure, sempre a loro dire, coperte da strati e strati di muffa come il madrigale nelle sue diverse declinazioni o peggio ancora simpatici pazzerelloni come Arvo Pärt.
L'aperto ludibrio scatta quando mostro la mia predilezione per gente che era sulla cresta dell'onda in quel periodo in cui si marciava per non marcire: mi basta accennare la prima strofa di Ho un sassolino nella scarpa per suscitare risate manco fossi Gigi Proietti al top della condizione.
Pare infatti che per ascoltare Rabagliati, Natalino Otto o il Trio Lescano sia condizione ineludibile il veleggiare per la novantina.
Alle loro esplosioni di ilarità, ribatto sempre che se non ci fossero stati signori come i succitati, in grado di sdoganare in salsa italica lo swing, i nostri nonni e genitori sarebbero affogati nelle mestizie dell'autarchia culturale (mia zia ancora ricorda come si fosse costretti ad ascoltare i dischi jazz americani fortunosamente importati a bassissimo volume, pena occhiatacce dei vicini o peggio ancora), ma ciò non pare sortire effetto alcuno. Sicché loro continuano a sghignazzare e io a riascoltare a intervalli regolari Maramao perché sei morto o Camminando sotto la pioggia.
Insieme a Natalino Otto, le Lescano sono state le mie predilette fin da quando ero piccina. Sarà per il fascino che esercitavano le loro armonie vocali, che ancora adesso trovo di qualità sublime, o forse per l'accento. Solo quando sono cresciuta ho scoperto, e me lo avrebbe dovuto render chiaro il loro successo più famoso, che erano olandesi. Molto più tardi ho scoperto come tre signorine olandesi fossero andate a finire nell'Italietta dell'aratro che traccia il solco. E ancora più tardi sono venuta a sapere perché fossero letteralmente finite nel nulla.
Per la cronaca, il trio era composto da tre sorelle: Alexandrina, Judith e Katharina "Kitty" Leschan, cognome che ovviamente venne autarchizzato in Lescano così come i loro nomi: Sandra, Giuditta e Caterinetta. Erano figlie di un contorsionista ungherese e di una madre olandese cantante d'operetta, e come contorsioniste iniziarono a far carriera nel mondo dello spettacolo. Pare fossero parecchio brave: e se è vero, come sosteneva Louise Brooks, che la danza è l'allenamento migliore per recitare, il contorsionismo lo deve essere per cantare, se non altro perché il fiato impari a usarlo e risparmiarlo molto, ma molto bene.
Dopo una serie di peripezie e tournée massacranti in giro per l'Europa, a metà degli anni Trenta vennero notate in un minuscolo circo vicino Verona dal direttore artistico della sede torinese dell'Eiar (ovvero l'antenata dell'attuale Rai), che decise di impiegarle come trio specializzato nel vocalese, uno stile di cantato virtuosistico tipico della musica swing e jazz.
Il successo fu incredibile: centinaia di migliaia di dischi venduti (solo del loro hit più celebre, Tulitulipan, pare ne venissero acquistate oltre 350.000 copie), esaltazioni della stampa italiana e un'orda di fan entusiasti, fra i quali anche il pelato di Predappio che volle conoscerle. Con il successo vennero anche numerosi tentativi di imitazione, ma funzionarono fino a un certo punto. "Forse perché si somigliavano tanto, forse perché si vestivano in un certo modo, forse perché il loro cantato era simile a un miagolio - un piacevole miagolio, molto piacevole - loro vengono ancora ricordate", dice in un documentario Lidia Martorana, cantante che i cultori ricordano per la temibile Paquito lindo (sbertucciata in maniera sublime da Proietti e Arbore qualche anno fa) e che fu parte di uno di quei trio simil-Lescano.
Il piacevole miagolio assicurò alle sorelle Leschan una popolarità tale da portarle, oltre che sulla stampa, anche nel cinema (con numeri musicali nei famigerati film dei telefoni bianchi) e persino a casa Savoia. L'ascesa pareva irrefrenabile.
Lo sarebbe stata, se non fosse per un piccolo particolare.
Un particolare su cui, vista l'incredibile fama del Trio e gli incassi che portava, si glissò nel 1938, ma che nel 1943, con mezza Italia divenuta RSI, non si poteva ignorare.
La madre delle sorelle Leschan era ebrea.
Da un giorno all'altro scomparvero, letteralmente. La Eiar e la connessa casa discografica Cetra sciolsero qualunque contratto. Le canzoni già registrate uscirono a nome Trio Cetra. E nel novembre del 1943 vennero addirittura arrestate a Genova, perché accusate di mandare messaggi in codice al nemico con le loro canzoni. La detenzione durò poco, ma fino alla fine della guerra furono costrette a nascondersi sotto falso nome.
Nel dopoguerra, almeno in Italia, se ne perdono le tracce. Dopo qualche concerto, tenuto nemmeno con la formazione originaria, una lunga tournée in Sud America. Poi lo scioglimento. Una delle tre, Alexandra, torna in Italia. Lì la scoverà un settimanale, che la intervista poco prima della morte nel suo appartamentino di Salsomaggiore.
Dopo questo, il nulla.
E dire che l'interesse, da parte degli appassionati italiani, mi risulta sia notevole.
Lo prova fra l'altro un bel documentario, Tulip Time, realizzato nel 2008 da Tonino Boniotti e Marco De Stefanis.
Per una casa produttrice olandese, la Memphis Film.
In Olanda, dopo la presentazione in diversi concorsi, è stato proposto in televisione. Da noi no, nonostante sia stato coprodotto dalla Rai.
Si vede che nei palinsesti attuali non vi è posto.
O forse il motivo è un altro.
Agli italiani non piace che gli si ricordi che no, non siamo brava gente.

Post scriptum:
uno degli amici sbeffeggiatori mi comunica che la Rai non avrà trasmesso Tulip time, però ha in cantiere una di quelle belle fiction in due puntate in cui ripercorrerà la storia del trio.
Titolo, "Le ragazze dello swing". Cast ancora da definire, ma già si sa che a interpretare Alexandra Leschan sarà Andrea Osvart.
Sì, miss Scena Muta di uno degli ultimi festival di Sanscemo.
Non so il perché ma, come si suol dire nell'Urbe, me viè da piagne.
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