domenica 24 gennaio 2010

Il gattino suona sempre due volte: Postman Pat (and his black and white cat)

Tempo fa mentre stavo piacevolmente al telefono con Tania e la tivvù andava, come suo costume, a volume zero giusto per tenere compagnia, la mia attenzione è stata catturata da un programma trasmesso su un canale dedicato a spettatori in età scolare. Detto canale brilla per la tendenza a proporre nella cosiddetta fascia protetta delle mondezze che paiono concepite per creature dotate del quoziente intellettivo di un grillotalpa sbronzo: va da sé che, con la modalità suicida che contraddistingue la rete ammiraglia cui appartiene, riserva il meglio negli orari in cui i pargoli sono a scuola o, si spera, a nanna. Il programma succitato, non a caso in onda alle dieci di sera passate, si distingueva per un'eccellente tecnica stop motion, una deliziosa ambientazione campestre tipicamente inglese, e soprattutto per un bellissimo micio bianco e nero.
Chi mi conosce sa che ho una passione vergognosa sia per i gatti, sia per un'animazione fatta come dio comanda.
Per cui, non appena ho messo giù il telefono, sono andata a ravanare in Rete per trovare ulteriori notizie. Ho così scoperto che quel programma è uno dei capisaldi dell'animazione britannica. E dopo averne viste diverse puntate, posso dire che per più di un motivo non dovrebbe mancare nella videoteca di qualunque genitore, nonno o zio che voglia far divertire il suo cucciolo preservandolo dalle fetecchie che imperano nel cosiddetto entertainment per bambini.
Nel Regno Unito, Postman Pat è un'istituzione: è dal 1981 infatti che Pat Clifton, un signore buono come un bignè caratterizzato da una bella chioma fulva e da occhialetti rotondi su un naso di notevole lunghezza, distribuisce la posta con il suo furgone rosso nel villaggio di Greendale. Compagno inseparabile è il micio Jess, che oltre ad aiutare con le consegne mostra una spiccata intelligenza tutta felina. Le storie dipingono le vicende tipiche di una piccola comunità, dove abbondano quei bei personaggi che nei paesi, come sa chiunque ci viva, non mancano mai: il parroco appassionato di giardinaggio e musica, la dottoressa che affronta i malanni dei compaesani con piglio molto matter-of-factly, il contadino perennemente alle prese con pecore bizzose, il ferroviere che cura la sua locomotiva come fosse il gioiello della Corona, il burbero uomo di legge che va in crisi quando la situazione non rientra nel manuale, l'inventore impegnato a studiare improbabili marchingegni per scacciare le pecore dagli orti o produrre salsicce al chilometro. A completare la variopinta popolazione di Greendale un battaglione di bambini, pronti com'è costume a mettere a soqquadro giardini, vicoletti e luoghi vari, e un nutrito gruppetto di signore sposate e non che si cimentano in varie attività, dai lavori in campagna alla gestione del caffè della stazione: in quest'ultimo campo è impegnata la signora Sara Clifton, moglie del postino Pat, che perennemente in jeans e maglione sposa un'alacrità perpetua a un atteggiamento di olimpica serenità di fronte alle situazioni più diverse.
In questo vivace contesto Pat, che avrebbe quale compito precipuo la consegna della posta, si trova sempre alle prese con vicende che hanno poco a che fare con pacchetti e cartoline: fra capre in fuga, pony testardi, mucche con la nostalgia di casa, ispezioni a sorpresa della stazione ferroviaria, vendite di beneficenza ed epidemie di varicella, c'è sempre molto da fare e non manca mai chi ha bisogno di aiuto. E in ogni situazione il ruolo del gatto Jess è fondamentale: come postino aggiunto, come saggio commentatore che esprime la sua opinione con sguardi e miagolii, come coprotagonista delle avventure di grandi e piccini. Con buona pace dell'eroe titolare della serie, è Jess la vera star.
Quale che sia l'episodio, i momenti più gustosi sono proprio quelli in cui Jess e Pat interagiscono, il primo non di rado impegnato nel tentativo, spesso vano, di rimediare alle distrazioni o alla volenterosa imbranataggine del suo padrone, sempre pronto a dare una mano ma capace di combinare - complice una vista non proprio eccelsa - disastri a ogni pie' sospinto. Da manuale la puntata in cui Pat deve ritirare dall'inventore/aggiustatutto Ted Glen un rimorchio per cavalli che quest'ultimo sta riparando: Pat non lo vede, Ted non lo sente perché all'interno del rimorchio stesso con tanto di cuffie paraorecchie, sicché il sollecito postino decide di agganciare il rimorchio a un furgone per portarlo a destinazione. Il povero Jess tenta con salti e miagolii di fermarlo, ma Pat pensa che abbia voglia di giocare e parte a tutta birra. Lo sguardo di Jess, mentre il padrone guida canticchiando giulivo, è un poema di rassegnata tolleranza: è evidente che ama quell'umano, ma pensa, e non a torto, che sia davvero un po' frescone.
Il gradimento del micio presso il pubblico si riflette nel ruolo ancora maggiore che riveste nella più recente delle serie, Postman Pat Special Delivery Service (trasmesso sull'italica tivvù come Servizio Consegne Speciali): ed è l'unica cosa positiva che si possa dire su essa. Lo scenario da Greendale si è spostato nella vicina e moderna città di Pencaster, l'officina di Ted Glen si è trasferita da un vecchio mulino a un'autostazione luccicante, il treno a vapore è diventato un banale convoglio di ultima generazione, e Pat ha abbandonato il suo splendido furgoncino per una serie di veicoli, dalla moto all'elicottero, creati giusto per questioni di marketing: sono loro i protagonisti imposti della serie, con la conseguenza che le trame ne risentono parecchio. Non è il primo caso in cui per un motivo o per l'altro si manda a donne di malaffare un prodotto di qualità, ma viste le premesse il risultato è scoraggiante (non a caso il creatore storico John Cunliffe non ha preso parte alla produzione), e i fan britannici hanno ridotto Special Delivery Service a macinato per gatti. Chi avesse conosciuto il postino Pat attraverso quest'ultima serie e abbia pensato sia una robaccia inguardabile, faccia in modo di procurarsi gli episodi prodotti in precedenza: avrà modo di ricredersi.
Dall'anno scorso, il gatto postino è inoltre diventato titolare di un programma tutto suo: dedicato ai piccolissimi in età prescolare, Guess with Jess ("Indovina con Jess") vede il protagonista e un gruppo di animali di fattoria indagare su fenomeni naturali che spesso suscitano la curiosità dei bambini (e cui spesso i genitori non sanno dare risposta): la causa dei tuoni, da cosa sono attratte le formiche, perché i ragni costruiscono le ragnatele, e così via. In questa serie Jess ha il dono della parola - cosa più che giustificabile, giacché interagisce con altre bestiole - ed è animato, assai bene, al computer: ma il fattore cuteness resta invariato. Mi dicono che è stato tradotto e viene trasmesso su un canale satellitare per infanti; io me lo sono gustato in originale sul sito ufficiale e vi invito a fare altrettanto, con l'accortezza di evitare le sezioni interattive: sono andata a curiosarci, e la pizza rustica che avevo messo in forno ha rischiato di far la fine di Giovanna d'Arco.
Se dopo tutto ciò, come è successo alla sottoscritta, vi innamorerete del saggio micio, avrete tutta la mia comprensione: se non altro, mi troverò giustificata nell'essere giunta a livelli di scioglimento che alla mia età veneranda dovrebbero essere banditi, e di ciò vi sarò grata.
Detti livelli di scioglimento hanno comportato l'acquisto di un Jess in peluche, che adesso troneggia sul cassettone in stanza da letto.
Tutto ciò mi ha attirato l'ilarità di amici, parenti e conoscenti.
Quanto a me, sono convinta che mai venticinque euro furono più ben spesi.

venerdì 22 gennaio 2010

Pancotto revisited: zucchine, pomodoro e pizza rafferma

Qualche tempo fa c'è stata una gran canizza causa articolo, pubblicato su uno dei più titolati quotidiani italiani, dedicato alle quintalate di pane che ogni dì vengono buttate in quel di Milano. Guardacaso, detto articolo è stato pubblicato due o tre giorni dopo il Capodanno, periodo in cui più o meno chiunque si ritrova con una vagonata di cibarie che o sono finite giù per il secchio o son destinate a metter muffa in frigo o in dispensa e pertanto è più probabile che sia sensibile all'argomento spreco rispetto ad altri momenti: il che ha garantito nell'edizione online di detto quotidiano una pletora di commenti e, se ne deduce, svariate pagine viste.
La succitata canizza ha visto pure l'intervento di grandi luminari quali il cardinal Bagnasco e Claudio Magris: che ci azzecchino un alto prelato e uno studioso di cultura mitteleuropea con un problema che mi sembra principalmente di natura economica mi sfugge, ma il Corriere non pare avere i dubbi che ho io, visto che pubblica anche amene articolesse in cui un politologo ultraottantenne sentenzia sull'impossibilità di integrazione dei musulmani nel Vecchio Continente infilando una corbelleria dopo l'altra.
A fare un po' di pulizia sulla faccenda sono quindi intervenuti gli allegri pazzerelloni di NoisefromAmerika.org, che han spiegato con dovizia di particolari perché indignarsi non serve a un beneamato zero. Una lettura interessante, soprattutto per chi di economia non capisce un accidente come la sottoscritta. Soprattutto interessante è il fatto, come si desume da un tot di commenti sull'argomento, che in realtà a sprecare la maggior quantità di pane non siano panetterie, supermercati e quant'altro bensì i singoli acquirenti, che ne prendono a iosa per poi farlo finire nel rusco.
Il che mi indigna assai più dello spreco della grande e piccola distribuzione.
Primo, perché per secoli il pane raffermo è stato ingrediente basilare di qualunque cucina e volendo c'è di che sbizzarrirsi: nel mio Sannio abbonda il pancotto condito nei modi più vari, in Toscana è un caposaldo la ribollita, e piatti come i carciofi imbottiti, le polpette o il polpettone, gli involtini di verdura, le patate arracanate, le melanzane o le zucchine ripiene senza il pane vecchio non si potrebbero preparare; se poi si punta verso l'estero, basta pensare a piatti diversissimi come il gazpacho e lo strudel per averne la riprova.
Secondo, perché basta ben poco perché il pane non diventi raffermo: è sufficiente surgelarlo per poi impiegarlo al bisogno oppure, se è vecchio di qualche giorno, farlo bruschettare. Basta un minimo di attenzione, no?
Poi capita che anche il più attento si ritrovi con del pane che, rimasto sepolto per qualche motivo nei più reconditi recessi della dispensa, abbia la consistenza e durezza di un tocco di travertino. O magari, come è successo a me, della pizza bianca.
Sulla scorta del ricettario familiare, detta pizza è stata impiegata per fare una versione riveduta e corretta del tradizionale pancotto sannita.

Ingredienti:
cinque o sei zucchine
una cipolla di discreta grandezza
un barattolo di salsa di pomodoro o di pelati da quattro etti circa
due cucchiai d'olio
una manciata di parmigiano
un paio d'etti di pizza bianca rafferma (in sostituzione, del pane secco va benissimo)

Preparazione:
tagliate fine la cipolla e mettetela a stufare in una pentola antiaderente con l'olio e un cucchiaio d'acqua; quando è diventata trasparente versate il pomodoro, coprite con il solito coperchio di vetro e fate sobbollire a fuoco bassissimo per una decina di minuti. Nel frattempo lavate le cucuzze e tagliatele a rondelle o mezze rondelle che non siano troppo sottili e mettetele quindi nella pentola a far compagnia al sugo, sempre a fuoco basso e sempre tenendo coperto. Le zucchine hanno la tendenza a cacciare un sacco d'acqua: il che, in questo caso, va benissimo. Quando sono al dente prendete la pizza, tagliatela in quarti, ponetela sui lati di una capiente scodella e versate pian piano le zucchine nella scodella succitata, facendo in modo che il sughetto imbeva per bene i pezzi di pizza. Attendete un paio di minuti finché la pizza non è diventata morbida (se avete impiegato il pane raffermo non attendete, in quanto è maggiormente poroso e perderebbe di struttura), condite con il parmigiano e portate in tavola.
Questa ricetta è suscettibile di infinite variazioni, che potete mettere in pratica a seconda della disponibilità e fantasia.
Per cui, nel caso vi avanzasse del pane o della pizza raffermi, non dategli l'umiliazione di un'indegna sepoltura nella mondezza.
E' più che probabile che vi risolvano la cena.

giovedì 21 gennaio 2010

Zuppa di ceci

Oggi, almeno qui, è una bellissima giornata di sole.
Ciononostante, fa un freddo becco.
Vorrei ben vedere, direte voi: siamo in gennaio.
Non posso ragionevolmente darvi torto. Ma darei non so cosa per avere addosso un maglione che abbia lo spessore e le dimensioni di una pecora ben pasciuta, e una bella minestra calda da gustare anziché lo yogurtino che sto mestamente scucchiaiando per pranzo.
Posto la ricetta della zuppa di ceci, nella speranza che per autosuggestione mi scaldi un po'. E' infatti una di quelle pietanze che riescono a scacciare anche il gelo invernale sannita; e per avere un'idea del clima che caratterizza il mio paesello, basti citare la battuta che un signore napoletano, trovatosi a sfollare in Molise durante l'anno di grazia 1942, rivolse a mio nonno: "Don Gennà, ma com'è ca in questo paese fanno ùnnece mìsce 'e fridde e une 'e frìsche?".
Ho pertanto la ragionevole speranza che basti la sola idea della zuppa a mettere al tappeto il freschetto dell'Urbe. Proviamo.

Ingredienti:
tre etti di ceci secchi (non quelli in scatola, per pietà)
una foglia di lauro
uno spicchio d'aglio
uno sferzellone (per i non sanniti, peperone secco dalla piccantezza moderata)
tre o quattro cucchiai d'olio

Preparazione:
anzitutto mettete i ceci a bagno in abbondante acqua in cui avrete sciolto un cucchiaino di bicarbonato. La permanenza in acqua deve essere di almeno otto ore, a meno che non vogliate mangiare dei gustosi pallini di fucile: non pensate di cavarvela con meno. Pertanto metteteli a mollo la sera prima se volete la zuppa per pranzo, o la mattina se la volete servire a cena.
Una volta ammollati i ceci, lavateli molto bene sotto l'acqua corrente e metteteli a cuocere in discreta quantità d'acqua (li deve quantomeno coprire) addizionata con la foglia di lauro e un pochino di sale. Devono cuocere un bel po' e a fuoco basso: calcolate almeno un'ora. Dopo detto lasso di tempo saranno diventati belli tenerelli: se così non è, fate andare la cottura per un'altra mezz'ora. Se pure dopo la mezz'ora hanno la consistenza del cosiddetto sercius vulgaris vuol dire che, come dice la zia Lella, "allore è qualetà", e siete autorizzati a impiegarli come proiettili per cerbottana usando quale bersaglio chi ve li ha forniti: se lo merita.
Nel caso sia andato tutto liscio, prendete una pentola antiaderente o meglio ancora di coccio, metteci l'olio, lo spicchio d'aglio privato del germoglio e schiacchiato e lo sferzellone intero, e ponetela su fuoco bassissimo: l'olio deve infatti scaldarsi ma non friggere. Versateci quindi i ceci e un paio di mestoli dell'acqua di cottura, date una mescolata, coprite il tegame con il fido coperchio di vetro e lasciate insaporire per una ventina di minuti.
Quando è arrivato il momento di mangiare, versate la zuppa nei piatti o in una bella scodella e portate in tavola. Nel caso abbiate impiegato la pentola di coccio, portate a tavola direttamente quella. Se poi fornite ai commensali un po' di olio santo (che da noi non è quello per le estreme unzioni, bensì extravergine con robusta dose di peperoncino piccante), non fate un soldo di danno.
Per inciso, io ho ancora un freddo becco.
Si vede che o sono una capra in fatto di autosuggestione, o che il freschino dell'Urbe è più gagliardo di quello che credo io.
Se qualcuno mi facesse avere una cioccolata bollente espressa gli sarei grata.

mercoledì 20 gennaio 2010

Polpette al sugo

Questo è uno dei miei piatti preferiti. Ovvero, è fra i miei preferiti se fatto seguendo i dettami delle mie vecchierelle. Di polpette al sugo ne ho mangiate a iosa, ma quelle che caratterizzano la cucina dell'Urbe sono secondo me toste e pesanti come il proverbiale sampietrino. Una polpetta come cucina comanda deve infatti essere della giusta consistenza, sciogliersi in bocca ma con lentezza, avere il giusto equilibrio nell'impiego dell'aglio: né insapore, né aromatizzata da far sì che l'alito faccia concorrenza a quello dell'abitante medio delle due Coree, ove l'impiego della bulbacea in cucina è un articolo di fede.
Con quelle romane ci si può, a seconda dei casi, giocare a bocce o stendere un esercito di moscerini: il che può fare comodo in occasione di tornei interparrocchiali o di un'escursione nelle valli di Comacchio, ma non quando si è a tavola. Per cui vi propongo la versione sannita, con la garanzia che potrete mangiarne a sazietà anche a sera senza il rischio che, una volta andati a ninna, il vostro partner sospetti di avere nel letto il Caro Leader, o voi sogniate di essere uno stupido milanese bersaglio di polpette infuocate.

Ingredienti:
300 grammi o giù di lì di carne di manzo o di vitello
100 grammi di mollica di pane semiraffermo sminuzzata
un uovo
un pugno di grana o parmigiano grattugiato
uno spicchio d'aglio
una manciata di prezzemolo
farina 00 quanto basta
un po' d'olio per friggere
un barattolo da mezzo chilo di conserva di pomodori, meglio se casalinga

Preparazione:
per prima cosa tritate bene le foglie di prezzemolo e tagliate l'aglio dopo aver tolto il germoglio a fettine sottili, e che siano davvero sottili: non che dobbiate usare il metodo impiegato da Paul Sorvino in Quei bravi ragazzi (non lo avete visto? Siete banditi da questo blog!), ma che vi sia d'esempio. Più è sottile, più eviterete l'effetto metropolitana di Seul.
In una zuppiera capace mettete quindi la carne tritata, l'uovo intero, il pugno di formaggio, il prezzemolo e l'aglio e impastate con le manine sante bene e a lungo: la consistenza dell'impasto deve essere alla fine liscia e setosa, senza che vi si distinguano più i vari ingredienti. Fatto ciò, siete già a mezza strada sulla via di una polpetta ben riuscita.
Ungete quindi le succitate manine sante con un po' d'olio, prendete un tot di impasto alla volta, ricavatene tante sfere di grandezza equivalente a un'albicocca o giù di lì (potete farle più piccine beninteso, ma secondo me poi non c'è gusto quando le si azzanna) e rotolatele nella farina, scuotendo quella in eccesso: ne è sufficiente un velo.
In una padella fate scaldare un paio di cucchiai d'olio e mettetevi a soffriggere le polpette quel tanto che basta a fuoco basso, finché non hanno fatto una sottile e uniforme crosticina dorata: a quel punto toglietele subito, perché se friggono troppo poi non bevono il condimento.
Nel mentre che friggete le polpette potete bellamente fare il sugo. Versate la conserva in un tegame, mettete sullo stesso un coperchio (sempre meglio quello di vetro) e fate sobbollire a fuoco basso. Se vi va e ne disponete aggiungete un pezzettino di sedano o basilico - questo nel caso non abbiate la fortuna di disporre di salsa in barattolo già condita, gentile omaggio delle mie zie -, evitate assolutamente l'olio perché a rendere grassoccio l'intingolo provvederanno le polpette stesse.
Finito che avrete di soffriggere le polpette fatele raffreddare un po' (eviterete così il rischio che si sbrachino in cottura) e con garbo e gentilezza mettetele nella pentola con il sugo. Quindi coprite e lasciate sobbollire per discreto tempo, se possibile almeno un'oretta, a fuoco bassissimo. La cottura lenta è infatti l'ultima e fondamentale tappa verso il traguardo della polpetta ben riuscita.
Quando il vostro commensale rientra tutto mesto dopo una lunga giornata di lavoro dategli un'affettuosa pacchera sulla spalla, aspettate che si tolga la divisa da pinguino, cassamortaro o qualunque altro di quegli orrendi abbigliamenti che si suole imporre presso le aziende italiane, e portategli in tavola le polpette ben calde. Vedrete che gli tornerà l'entusiasmo, e che metterà mano con rinnovata lena a forchetta e pagnotta (le polpette chiamano infatti la scarpetta come poche pietanze).
Se poi putacaso anziché di un commensale si trattasse di commensali, vi basterà lessare al dente adeguata quantità di riso, condirla con il sugo delle polpette - in tal caso prevedete due barattoli di conserva - e avrete risolto il problema della cena per più persone.

Necessaria precisazione:
l'amato bene mi ha fatto notare che sarebbe il caso di virgolettare la frase "stupido milanese bersaglio di polpette infuocate", perché essa potrebbe risultare offensiva nei confronti di chi abita nella città del Biscione. Tengo a sottolineare che contro i milanesi non ho un bel nulla, e che detta frase è ripresa para para dal post ivi linkato, eccellente recensione di un certo kolossal padano costato a noi contribuenti una trentina di milioni di euro.
Pertanto chi si offende non indirizzi i suoi strali sulla cuoca, ma su Renzo Martinelli.
Credetemi, li merita tutti.

martedì 19 gennaio 2010

Risotto spinaci e formaggio

Vi capita mai di sentire rumori singolari dentro casa?
A me sì.
Perlopiù non si tratta di poltergeist, brownies o simili creature che avrebbero fatto la gioia di Katharine Briggs, ma di vicini molesti che coltivano passatempi quali sforacchiare i muri con il trapano alle due di pomeriggio la domenica, o lanciarsi in pietosi karaoke su pezzi di Giorgia, il che è già grave e lo è ancora di più quando la voce di cui si è dotati è affine a quella di Patrizia Pellegrino (in entrambe le circostanze la reazione è una sola: mettere Back in black degli AC/DC a tutto volume, e godersi il beato silenzio che pervade la casetta dopo che si è spento l'ultimo sovracuto sgorgatutto di Brian Johnson, ma questo en passant).
Alle volte, però, sono gli elettrodomestici a farsi sentire.
E quando passando in cucina ci si accorge che il consueto ron-ron del frigo ha un'inquientante somiglianza con I want to break free dei Queen, forse è il caso di dare un'occhiata.
Nello 0,00001% dei casi si scopre che il frigo è infestato da un hobgoblin che patisce di attacchi di calore e ha la passione per Freddie Mercury.
In quelli restanti, si ha più banalmente modo di vedere che nei diversi scomparti fan mesta mostra di sé, ad esempio, gli ultimi cubetti di spinaci della confezione aperta a Ferragosto o giù di lì e rimasta sepolta nel fondo del congelatore, e una pletora di avanzi di formaggio tutti più o meno malmessi.
Questa ricetta vi offre il modo per fare pulizia dei rimasugli e preparare una cena tutt'altro che malvagia a voi e a chi vi vuol bene.

Ingredienti:
un paio d'etti di riso da risotti (così con l'occasione vi liberate di eventuali ulteriori rimasugli)
tre etti circa di spinaci surgelati
un etto circa di formaggi vari, purché atti a fondere (io mi son ritrovata con grana, parmigiano, scamorza, provola ed emmental, e ho usato quelli)
uno spicchio d'aglio
un paio di cucchiai d'olio
un goccio di vino da cucina
una punta di cucchiaio di brodo vegetale granulare (usate quello bio, così evitate che il glutammato monosodico e il vostro fegato diano vita a un match di kickboxing)

Preparazione:
per prima cosa, con santa pazienza tagliate a pezzettini i rimasugli di formaggio e teneteli a portata di mano. Mettete gli spinaci in una pentola con coperchio di vetro e lasciateli borbottare a fuoco bassissimo senza aggiungere acqua: date una controllata di tanto in tanto, e quando si sono scongelati per benino metteteli da parte (mi chiederete perché non li lesso: molto semplice, lessandoli si farà pure prima, ma poi tocca strizzarli ed è cosa che mi secca come poche).
In una padella antiderente fate quindi friggere sempre a fuoco bassissimo lo spicchio d'aglio privato del germoglio e schiacciato (se non avete l'attrezzo apposito usate il fondo di un bicchiere). Non appena si imbiondisce aggiungete gli spinaci, mescolate con il cucchiaio di legno per far insaporire e lasciate cuocere per qualche minuto. Quindi riarmatevi di cucchiaio di legno e battendo energicamente riducete il tutto in poltiglia. Potete usare anche il frullatore a immersione, ma rinuncereste all'occasione di dar sfogo a un po' di sana violenza, che a fine giornata è cosa che fa sempre bene.
Versate quindi il riso, fatelo tostare per un minutino a fuoco vivace e aggiungete il vino da cucina facendolo sfumare. Abbassate quindi la fiamma e un po' alla volta aggiungete il doppio della quantità d'acqua rispetto al riso in cui avrete prima sciolto il dado solubile.
Quando il riso è al dente, fate cadere a pioggia il formaggio a pezzetti e mescolate per bene fino a quando non è sciolto del tutto. A quel punto spegnete il fuoco, travasate il risottino nella scodella di portata, se volete fare i raffinati spolverate di parmigiano grattugiato e portate in tavola.
Come detto, tutto ciò garantirà a voi e a chi vi vuol bene un pasto appetitoso e darà sollievo al vostro elettrodomestico.
Se poi mentre lavate i piatti sentite che il frigo intona Sempre libera degg'io folleggiare, sappiate che la probabilità che esso sia infestato da un hobgoblin appassionato di lirica è assolutamente identica a quella di cui sopra, e continuate serenamente a lavare.
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