lunedì 29 giugno 2009

Elogio felino

Amo i gatti da quando ho avuto il primo barlume di consapevolezza, e il mio più grande desiderio è stato sempre averne uno: per mia sfortuna mi è andata male. Quando ancora vivevo con i miei genitori qualunque bestia in casa, men che meno un micio, era fuori discussione (suppongo che i miei non volessero bestie che si facessero le unghie nei divani e facessero cascare i soprammobili una volta sì e l'altra pure), e quando sono andata nella mia attuale casetta il proprietario ha fatto capire che un eventuale coinquilino a quattro zampe gli avrebbe fatto alzare le sopracciglia ad altezze siderali. Per cui, niente creature pelose che fanno le fusa.
Rettifico: niente creature pelose che fanno le fusa fino a poco più di un anno fa. Perché adesso, con mia grande gioia, di gattini ne ho quattro. E tutte le volte che vado nella casa in campagna che la famiglia del mio compagno ha poco fuori il paesello delle ginestre, mi vengono incontro e mi salutano. E per tutto il tempo che resto lì, giochiamo, ci facciamo le coccole e ci divertiamo come matti.
I micini sono arrivati in due distinte ondate. L'anno scorso a maggio abbiamo visto una gatta bellissima, patita per la fame, aggirarsi pian piano in mezzo all'erba. Aveva gli occhi azzurri, era spelacchiata e non miagolava. Le abbiamo dato un po' di latte e ha gradito molto. Si è ripresentata qualche volta, e sempre le abbiamo dato un po' di cibo. Che bella micia, abbiamo pensato, le ci vuole un nome. E' stato scelto Kathy, quello che era il nome della gatta che c'era in campagna quando il mio compagno era piccolo.
A inizio giugno è tornata, e non era da sola. Con lei aveva tre micini: uno rosso tigrato, che è stato battezzato Scheggia perché correva e saltava senza mai fermarsi, e che potete vedere nella foto in alto; uno pezzato di grigio, marrone e rossiccio, che ha avuto per nome Totti visto che uno dei nipoti del mio compagno è un gran tifoso der Pupone (e il nome è rimasto, con grande sollazzo degli amici laziali, anche quanto abbiamo scoperto che era una gattina); il terzo, tutto nero, che è stato chiamato Coraggio perché da piccino era il più intrapredente, anche se ora è il più fifone della truppa e se uno si avvicina troppo alla ciotola del cibo prende la fuga come fosse inseguito da un rottweiler particolarmente malevolo.
I micini son cresciuti a ritmo esponenziale e adesso che è passato oltre un anno dal loro arrivo sono proprio dei bei gattoni.
Mamma gatta non è più patita come quando è arrivata un anno fa: è una bellissima micia con il pelo folto e lustro, e i suoi occhi azzurri spiccano nel musino nero. E' sempre parecchio seria, ma dimostra il suo affetto venendosi a strusciare contro le caviglie di noi duezampe, e facendo la guardia davanti alla porta: quando esci, ti saluta con un miao silenzioso. Se ti siedi, ti si sdraia davanti. Non è tipa da smancerie, ma fa sentire la sua presenza.
Scheggia è diventato un bel tigrotto con la coda a pennello. E' il più avventuroso, e spesso si intrufola in mezzo agli arbusti o si mette a esplorare i campi del vicinato, facendo cose talvolta poco furbe come montare sulla cisternetta che raccoglie l'acqua piovana con il rischio di caderci dentro. Qualche tempo fa si è presentato con uno squarcio del diametro di una tazzina da caffè sulla coscia sinistra, probabilmente perché è andato a dar fastidio alla volpe, che ha la tana vicino alla vecchia quercia (ragazzo, mai dare fastidio a una signora, men che meno se è tempo di cucciolate; ci si rimette sempre). Fortunatamente sta guarendo e, come ha notato con soddisfazione il nipotino più grande, non gli resterà nessuna traccia: sulla ferita richiusa sta persino ricominciando a crescere il pelo. Scheggia è davvero il poster cat del detto "la fortuna aiuta gli audaci".
Oltre al tigrotto, lo zoo felino annovera una graziosa pantera in miniatura: il micio Coraggio, il più snello ed elegante dei tre. Nessuno di noi è mai riuscito a fargli una carezza, perché basta avvicinarsi a meno di cinque passi per farlo schizzar via come una palla di pelo nero a velocità supersonica. Negli ultimi tempi però si è notato qualche miglioramento: purché in compagnia degli altri, rimane a rispettosa distanza, senza più fuggire a ogni movimento sospetto. Ogni tanto ti guarda con i suoi occhi color opale, controllando con grande serietà che nessuno stia progettando qualche tiro mancino ai suoi danni, e poi si rimette a fare le pulizie. E già solo guardarlo da vicino è un gran piacere.
Infine, ecco la mia prediletta: Totti la micia, la più tenera e affettuosa, la prima che ti viene incontro per strofinarti il muso sulle gambe e per ricevere le carezze. Io la chiamo la cangatta, perché davvero sembra più un cagnolino che un micio: si dice che i gatti si facciano i fatti propri se non quando han necessità di cibo o attenzioni, lei invece ama la compagnia e ti segue ovunque, spesso con effetti per lei deleteri perché ti si mette davanti ai piedi, e se non stai più che attento c'è sempre il rischio di darle un calcione. Ma è troppo bello averla accanto mentre passeggi per l'erba e fra gli alberi. Basta chiamarla, e lei ti segue passo passo, deviando di tanto in tanto per annusare una pianta o dare la caccia a una farfallina. E quando ti fermi, senti la sua testa che preme contro le caviglie. E' una bella sensazione.
La casa in campagna è sempre stata bella, ma da quando ci sono i mici lo è di più. Persino il babbo del mio compagno, che non è tipo da smancerie (e infatti lui e mamma gatta si intendono benissimo), si è molto affezionato. Nonostante ogni tanto borbotti che tutti quei gatti sono un po' seccanti - soprattutto perché, da bravi gatti, sono molto curiosi, e stanno sempre in mezzo mentre lui pota le siepi o taglia l'erba - non manca mai di fare una scappata tutti i giorni o quasi per portargli un po' di pappa. I nipoti invece di star piazzati davanti alla tivù passano le ore fuori a giocare con loro. E la mamma, la signora Gianna sempre impegnata a sistemare la casa o a far manicaretti, si rilassa più volentieri la sera con i mici accanto che le tengono compagnia.
E io e il mio compagno? Siamo felici. Ogni volta che arriviamo siamo impazienti di trovarli come sempre davanti casa, tutti e quattro in parata, ognuno con il suo modo di salutare: Scheggia che miagola a tutta forza, Totti che cerca le carezze, Coraggio a rispettosa distanza, mamma micia che resta sdraiata ma ci guarda come a dire "toh, rieccoli, chissà che fine avevano fatto".
Il loro saluto è una di quelle cose che ci fa sentire veramente a casa.
Stiamo facendo il conto alla rovescia: fra meno di un mese li rivedremo.
Ed essere a casa sarà bello.

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